di Piercarlo Crachi
La luce italiana design delle lampade 1945-2000 Alberto Bassi Electa, Milano 2003 (pp. 247, € 35,00)
Luce-lampade 1968-1973: il nuovo design italiano Fulvio Ferrari, Napoleone Ferrari Umberto Allemandi & C., Torino 2002 (pp. 135, € 49,00)
Attraverso le vicende storiche e contemporanee delle evoluzioni tecniche e formali degli apparecchi luminosi negli ultimi cinquant’anni, si può tracciare un profilo delle principali tendenze dell’industrial design italiano di questo arco temporale.
Le lampade rappresentano quella categoria del mondo oggettuale che mette a confronto più discipline nell’ambito tecnico-scientifico nel tentativo di risolvere al meglio gli aspetti tecnici, funzionali, formali, estetici e ambientali (intesi qui a risolvere non solo il rapporto morfologia dei componenti-ambiente circostante, o il dialogo uomo-ergonomia-oggetto, ma anche a trovare possibili corrispondenze tra i binomi fonti luminose-risparmio energetico, produzione industriale-ecocompatibilità del ciclo di vita del prodotto, intensità e qualità della luce-controllo dell’inquinamento luminoso...).
Il light design deve la sua forza a due momenti della vita quotidiana che sono alla base del progetto: il giorno e la notte. Gli apparecchi di illuminazione quando sono spenti sono oggetti decorativi, sculture ‘tecniche’ più o meno artistiche dove la decorazione (espressa talvolta attraverso la sola variazione di colore dei componenti) o più semplicemente il contorno estetico possono giocare un ruolo di primaria importanza; quando sono accesi, l’effetto soprannaturale della luce trasforma il corpo illuminante fino ad annullare, in alcuni casi, le sue connotazioni formali, in altri casi il fascio luminoso è parte integrante del disegno stesso della lampada che da esso trae origine.
In uno stesso oggetto convivono dunque due aspetti estetici fatti di metamorfosi e integrazione formale che ne accentuano le caratteristiche espressive e di comunicazione. Alla fonte luminosa può essere dato anche il massimo risalto riducendo al minimo i componenti dell’apparecchio stesso, come nel caso delle lampade tubolari degli anni Venti di Theodor Rietveld o di Eileen Gray.
Alberto Bassi opera una selezione dei modelli di lampade italiane (comprendente anche progetti di designer stranieri) realizzate in un arco temporale che va dalla fine della seconda guerra mondiale fino ai nostri giorni: i progetti identificano l’evoluzione delle tipologie dell’oggetto-lampada, i nodi tecnologici, l’innovazione nell’uso dei nuovi materiali, lo sviluppo delle aziende, l’uso delle tecnologie di trasformazione durante le fasi di produzione e, non ultima, l’espressione progettuale degli autori che denota le loro differenze culturali. Il testo è articolato in diversi argomenti tematici che descrivono ora l’attività di un designer o di un’azienda, ora le linee di tendenza degli anni Cinquanta e Sessanta sullo sfondo dell’influenza artistica dell’arte Pop, ora lo scenario contemporaneo o gli aspetti tecnici dei ‘sistemi’ illuminotecnici e le caratteristiche delle diverse sorgenti luminose.
Gli “artefatti luminosi” possono essere considerati in effetti come punti di partenza delle tematiche progettuali, produttive, di comunicazione e di consumo. Alcune tra le lampade selezionate ci fanno rivivere ‘momenti’ radicati nella memoria collettiva riportando alla mente oggetti, forme e colori momentaneamente dimenticati, ci fanno conoscere e apprezzare archetipi che sono stati i punti di riferimento di nuovi modelli progettati attraverso il redesign delle forme consolidate.
Tramite l’analisi critica dei modelli selezionati dall’autore è possibile riconoscere il design ‘anticonformista’ di Achille e Pier Giacomo Castiglioni dove gli aspetti innovativi della tecnologia sono enfatizzati nel progetto come svolte epocali dell’agire umano tra scoperta scientifica e applicazione tecnologica in un rapporto stretto di forma-funzione; e ancora l’attività di Pietro Chiesa raccontata attraverso la testimonianza di Gio Ponti; l’uso sapiente del vetro e del metallo nei lavori di Gino Sarfatti o il design ‘minimo’ e così poco invadente delle lampade di Bruno Munari che mette sempre in evidenza le caratteristiche naturali delle loro componenti.
Le esperienze di Vico Magistretti, Ettore Sottsass, Michele De Lucchi, Antonio Citterio, Bruno Gecchelin, Philippe Starck, Norman Foster... per il loro valore iconico sono tutte valide testimonianze del design italiano di questi anni. Il saggio sul brevetto della luce: 1946-65 completa l’indagine conoscitiva degli artefatti selezionati e pone l’attenzione su oltre mille modelli depositati finalizzati alla tutela non tanto dell’aspetto estetico quanto delle innovazioni tecniche, costruttive e illuminotecniche.
Nel volume curato da Fulvio e Napoleone Ferrari la scelta dei prodotti italiani abbraccia solo il quinquennio 1968-1973 attraverso 178 lampade memorabili progettate da oltre 120 designer noti, meno noti, sconosciuti o dimenticati. Il testo si avvale dei contributi critici di Gillo Dorfles, Andrea Branzi, Roberto Gabetti e Consuelo De Gara. Per gli autori la lampada rappresenta meglio il modello di ricerca per la scoperta di quei nuovi linguaggi che andavano caratterizzando il design italiano alla fine degli anni Sessanta: in questo senso i corpi illuminanti selezionati possono essere considerati come metafore di tematiche più ampie.
La produzione di questi oggetti si stempera nei cinque anni compresi tra due grandi crisi: la prima, del 1968, arriva con la contestazione di quei valori del design italiano nato, quasi inconsapevole, venti anni prima; la seconda, del 1973, trae origine dal dissesto del mercato petrolifero. Queste lampade possono essere considerate, attraverso i colori e il significato altamente comunicativo del progetto di design, modelli simbolici del cambiamento dello stile di vita che si andava diffondendo nei diversi ceti sociali alla fine degli anni Sessanta: lo stile dell’arredamento ‘moderno’ (costoso in quegli anni) entra nelle case più tradizionali, la moda impone la trasgressione nell’abbigliamento, prendono piede i pranzi al self-service, nascono i residence, i night-club e le discoteche disegnate da architetti e designer...
In questo contesto la grafica, in particolare quella pubblicitaria, assume un ruolo di primaria importanza. Il panorama delle lampade pubblicate (corredate da schede tecniche in appendice) appare ricco di sperimentazioni tecniche e formali che spesso hanno trovato il modo migliore per esplicitarsi: alcune appaiono come veri e propri manifesti culturali degli anni Settanta, altre condensano la cultura Pop e si configurano come vere e proprie opere d’arte, altre ancora ripensano le forme classiche attraverso l’innovazione tecnologica, sopravvivono nel tempo alla cultura estetica di quegli anni acquistando quell’aspetto atemporale che dà forza all’oggetto-lampada allungandone l’obsolescenza estetica.
Questi artefatti per il loro forte valore funzionale e per le dimensioni contenute sembrano destinati, per fortuna, a sopravvivere nella realtà del mondo oggettuale quando se ne apprezzano gli alti valori estetici e semantici.
Piercarlo Crachi Professore a contratto di Disegno Industriale presso la prima facoltà di architettura di Roma La Sapienza
Le lampade italiane
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- 29 marzo 2004