François Burkhardt

Per il lancio di #domus1000 il “professor Burkhardt”, direttore di Domus dal 1996 al 2000, sceglie due icone firmate Sottsass e Aalto. La sua città? Barcellona con la sua libertà di espressione artistica.

I nove, straordinari, autori di #domus1000 presentano se stessi con un autoritratto di poche parole, che ne “condensa” gusti e attitudini in cinque punti: un’architettura, un oggetto di design, un’opera d’arte, un libro e una città. A interpretarne le sembianze è, invece, la colorata sintesi grafica dell’illustratore Massimo Giacon.

 

Il professor Burkhardt – come è sempre stato chiamato affettuosamente in redazione – nasce il 16 aprile 1936 in Svizzera sotto il segno dell’Ariete. Tra i suoi tratti personali più connotanti: preferisce scrivere a mano, detesta i cellulari e non guida. La sua elegante figura e la sua folta chioma bionda, il suo sorriso e il suo italiano con la erre arrotata, hanno portato avanti, sempre con grande garbo, la bandiera della multidisciplinarità. I suoi ingredienti segreti erano programmazione e approfondimento, organizzazione teutonica con il sorriso sul volto. Il suo polso fermo, ma aperto – grande fiducia accordata a tutta la sua affiatata squadra – ha prodotto numeri da collezione come i due a cavallo del secolo – uno sguardo ragionato prima e dopo il 2000 – o sul progetto anonimo. Con lui, tutte le arti hanno avuto pari dignità e si sono ricavate uno spazio meditato in copertina.

 

Un’architettura: la chiesa di Vuoksenniska presso Imatra di Alvar Aalto (1959). Qui si connettono tre temi di natura tecnica e psicologica: l’acustica, la penetrazione della luce e l’accrescimento organico in un involucro dove forme complesse si sono innestate l’una nell’altra con tanta armonia, facendo dei tre corpi di fabbrica un’unità perfettamente fluida. Non si può immaginare un modo più libero di pensare l’architettura.

 

Un oggetto di design: la macchina per scrivere portatile Valentine di Ettore Sottsass (1969). Sottsass stesso la descrive come un oggetto di design accessibile a tutti. In più, introduce nel design industriale un’estetica nuova derivata dalla Pop Art. È l’ultimo bell’oggetto meccanico d’avanguardia per l’ufficio, prima dell’era delle macchine elettroniche.

 

Un’opera d’arte: l’allestimento di Frederick Kiesler (1942) della mostra “Art of This Century” al Guggenheim di New York. Kiesler, architetto, artista e designer austriaco, mette in evidenza in questo allestimento una serie di tecniche da lui inventate per raggiungere un’ottima percezione dello spazio, delle opere ma anche della didattica museografica. La concezione dei suoi spazi è dinamica perché si rivolge e mobilita tutti sensi dell’essere umano. In quest’opera esemplare, Kiesler dimostra il concetto di interdisciplinarità dove architettura, architettura degli interni, design e arte sono congiunti in un concetto di correlazione.

 

Un libro: Ernst Bloc, Freiheit und Utopien – Abriss der Sozialutopien (1969) e, dello stesso autore, Prinzip Hoffnung, scritto nel tempo del suo esilio americano, 1938–1947. I due libri trattano del senso delle utopie sul piano dell’acquisizione della libertà, della garanzia di una democrazia e della formazione di una società ideale. Mettono in evidenza la necessità di avere modelli di riferimento per poter confrontarsi con la situazione esistente, con lo scopo di migliorare lo status quo attraverso la pianificazione.

 

Una città: Barcellona. Per l’atmosfera liberty (che i catalani chiamano modernismo) che s’incontra con il gotico per formare un’estetica ibrida e ricca in tutti quartieri del centro città. Si sente l’opposizione di una cultura regionale in ricerca di liberazione contro l’oppressione di un sistema centralista. Una cultura che trova le sue impronte ancora oggi nella libertà di espressione artistica in tanti campi come il design, l’architettura o la comunicazione visiva, ma anche nella musica, la letteratura e il teatro.
© riproduzione riservata

François Burkhardt
Domus
: 1996–2000
Art director: Giuseppe Basile
Vicedirettori: Dietmar Steiner (architettura), Juli Capella (design)
Inviato speciale: Pierre Restany

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