La Südliche Friedrichstadt di Aldo Rossi a Berlino, dall’archivio Domus

Nel 1988 l’architetto teorico de “L’architettura della città” presentava su Domus uno dei suoi più celebri progetti alla scala urbana, con cui le sue riflessioni si mettevano alla prova della traduzione nella città reale.  

“Si tratta principalmente di una costruzione a scala urbana dove la comprensione della città costituisce la premessa o parte della progettazione”. Nel contesto Iba 1987 – Internationale Bauausstellung, l’esposizione alla scala urbana che creando nuovi edifici e spazi aperti voleva ridefinire nuove centralità e forme principalmente nel tessuto storico dell’allora Berlino Ovest – Aldo Rossi vince nel 1981 con Gianni Braghieri il concorso per un isolato, e si concentra poi sullo sviluppo del suo lotto 10, nel quadrante meridionale della Friedrichsstadt. Il progetto diventa una di quelle espressioni operative delle riflessioni teoriche, urbane e tipologiche, che avevano collocato Rossi in una posizione ben distinta del dibattito architettonico italiano e poi internazionale, presto un’icona della traduzione in forme costruite dei suoi disegni, destinato a essere ricevuto come stile. Domus ne pubblica immagini e relazione nel settembre 1988, sul numero 697, con una motivazione d’indagine chiara: “Tutte le tematiche sulla forma della città che hanno caratterizzato il lavoro di Aldo Rossi trovano, qui a Berlino, una precisa chiarificazione; si traducono in forma concreta il limite e l’interesse delle sue architetture”.

Domus 697, settembre 1988

Aldo Rossi, Edificio Residenziale, Südliche Friedrichstadt, Berlino

L’architettura di Berlino
Il problema di costruire a Berlino e di costruire un isolato nel centro della Friedrichstadt è un problema di architettura della città. Questo significa che l’invenzione personale, l’architettura elevata ma a misura del privato, non vale per i problemi architettonici e urbani della grande città. Anche Hegemann critica il grande Schinkel per non avere interpretato in un progetto unitario i problemi urbani di Berlino: e cita Weinbrenner che, senza raggiungere la grandezza di Schinkel impostò un progetto urbano dove l’architettura faceva parte del disegno generale della città.

È certo che le costruzioni di Schinkel vedono una città fatta per monumenti e rappresentano una parte di Berlino della quale bisogna tener conto come carattere architettonico, ma non rappresentano la continuità edilizia. Eppure nelle sue lettere dall’Inghilterra il grande architetto tedesco prevede, anche se non capisce o sembra non capire, il futuro della città: il suo giudizio delle case inglesi (che saranno presto simili alle case tedesche) pur essendo negativo rivela un profondo interesse e dà una descrizione che è quasi una ricostruzione. 

Domus 697, settembre 1988

In realtà quel tipo di casa di mattoni, segnata dalle finestre, diventerà la città moderna industriale e la stessa Berlino. La Parigi di rue de Rivoli doveva cedere il posto alla Parigi di Haussmann, ma quegli esempi di grandi progetti unitari restavano fondamentali nella città moderna; essi si ripropongono ora per una visione nuova della città, fatta di pezzi diversi e con una loro caratteristica architettonica. D’altra parte, nonostante le giuste critiche dello Hegemann alla politica urbanistica di Federico Guglielmo I, resta significativo che il re avesse tracciato con la squadra il piano di Friedrichstadt senza porre alcuna attenzione alle difficoltà del sito e avesse avuto l’idea di porre grandi piazze alla fine di queste strade. Che le piazze, pur seguendo l’esempio francese, siano inferiori a queste non mi sembra una giusta obiezione.

In realtà il Belle-Alliance-Platz, come ci viene tramandato nel famoso dipinto del XVIII secolo, è insieme ad alcune opere di Schinkel, di Weinbrenner, alla Monaco di Ludwig, ai quadri di Caspar David Friedrich tra le più caratteristiche e originali esperienze della cultura tedesca e che più influenzeranno l’arte moderna.

Domus 697, settembre 1988

Progetto
Questa lettura dell’architettura di Berlino, per la sua impostazione, indica le principali caratteristiche del progetto. Si tratta principalmente di una costruzione a scala urbana dove la comprensione della città costituisce la premessa o parte della progettazione. L’errore di molta architettura moderna è di non avere costruito lungo gli assi stradali togliendo vivacità e compattezza alla città: la strada è l’elemento urbano per eccellenza soprattutto nei punti più densi della città. Gli esempi delle città d’Europa sono fin troppo evidenti: in Francia, in Italia e in Spagna si sono costruite gallerie che attraversano parti della città. La galleria Vittorio Emanuele di Milano, criticata dagli architetti del Movimento Moderno, è oggi universalmente riconosciuta come uno degli esempi più significativi di unione tra la città e l’architettura: essa è appunto un’architettura urbana.

Il primo punto del progetto è stato quindi quello di rispettare l’allineamento stradale costruendo gli edifici lungo il perimetro dell’area e ricostituendo così la Friedrichstadt: dove non si è seguito questo principio il risultato è sempre stato negativo. Proprio a Berlino lo Hansa Viertel lo dimostra e non valgono le buone architetture a riscattare l’errata impostazione urbanistica. A Le Havre è avvenuto il contrario: la costruzione della città per viali e portici è positiva anche se l’architettura non è tra le migliori di Perret.

Domus 697, settembre 1988

Questo principio di costruzione significa anche la possibilità di valorizzare gli edifici esistenti ponendo in continuità il vecchio e il nuovo.

La facciata continua lungo la strada non significa la non permeabilità tra esterno ed interno: essa anzi permette, attraverso l’uso delle aperture o spacchi, di rendere visibile il verde all’interno. Questo avveniva anche nei palazzi e negli isolati della città antica: la corte diventa un giardino protetto e la bellezza del giardino può essere ammirata da chi passeggia per la strada: nella grande città il concetto del verde pubblico e del verde privato deve trovare questa mediazione, esso è un verde, per così dire, architettonico.

D’altra parte tutta questa composizione ci sembra esprima il carattere di Berlino: le piante, come nei disegni dei romantici tedeschi, hanno un valore complesso ed esprimono anche ciò che l’architettura non dice: nell’espressione grafica abbiamo usato qui per questo, a modo di collage, le piante di una incisione di Schinkel. Gli edifici del garage rifiutano la funzione dell’autosilo e permettono con le torri dei servizi di realizzare una parte chiusa e più monumentale (con una lontana citazione di un progetto di Adolf Loos) mentre la costruzione dell’edificio per spazi liberi che si possono dedicare alla scuola ripropone come un mistero ironico “la casa tedesca”, o “la scuola tedesca”.

Domus 697, settembre 1988

Tutto questo è racchiuso dalla continuità dell’architettura residenziale che è sempre porticata a piano terra e aperta sul giardino e gli edifici interni; è costituita da mattoni e vetro, da tetti di rame verde, segnati dalle torri degli ascensori come guglie. Il riferimento ai maestri berlinesi (Mies e Schinkel), ai lunghi edifici proiettati nel disegno del Belle-Alliance-Platz, a certi modi di intendere la città è diventato un’architettura unitaria. Questa architettura ai due estremi della Wilhelmstrasse è segnata da due grandi colonne: esse hanno il valore del riferimento urbano, possono essere intese come la colonna del Filarete a Venezia, come un obelisco, come un punto caratterizzante della città.

Obiettivi per l’area di concorso
Tutte le considerazioni qui fatte sono state considerate valide per l’intera area. La Südliche Friedrichstadt sarà tanto più legata all’immagine storica di Berlino quanto più, pur nella diversità della architettura, saranno rispettati questi criteri: continuità dei fronti stradali, altezza media che permetta di creare prospettive interrotte dal verde e dall’alternanza del vecchio e del nuovo senza avere una eccessiva volumetria, strade con portici e negozi o luoghi pubblici. I diversi blocchi saranno caratterizzati da precisi elementi architettonici e dalla personalità dei singoli architetti. 

Domus 697, settembre 1988

Non potendo prevedere le differenti soluzioni abbiamo quindi indicato sugli altri isolati quelle che sono le direttrici di una valida architettura urbana lasciando agli altri il compito di caratterizzarla. È nostra opinione che, nel rispetto dei singoli progetti, la commissione dovrà tenere conto di questo carattere unitario del centro di una delle più grandi città d’Europa: ogni frantumazione o esercitazione non costruirà una città ma piuttosto una fiera.

“II progetto di Berlino del 1980-81 per la SüdIictie Friedrichstadt ricompone e riassume molti progetti per grandi case d’abitazione a partire dall’edificio del quartiere Gallaratese a Milano. Le quattro colonne di quel progetto sono qui riassunte in una colonna d’angolo che è diventata come una citazione della colonna veneziana del Filarete. Amo questa colonna per il suo inserimento potente e prepotente in un’edilizia povera anche se questo è dovuto ad una volontà politica e non ad una prefigurata composizione architettonica ma è proprio questa la grandezza, la possibilità e l’autonomia dell’architettura - cioè dell’essere la proiezione di un’idea nel reale e la sua bellezza non nasce dalla possibilità di traduzione o realizzazione delle idee quanto dalla deformazione che il reale comporta.

Il progetto di Berlino Friedrichstadt è concepito come un grande complesso urbano ed è rapportato alla forma e alla storia della città - mi riferisco anche alla forma topografica e alle scelte dei progetti siano realizzati o no - soprattutto la grande edilizia berlinese in mattoni (con le file gialle alternate al mattone rosso scuro) e ai grandi progetti di Ludwig van der Rohe. Questa unione del mattone e del vetro mi sembra molto legata alla cultura tedesca anche se è - come dice Heinrich Klotz - una Germania vista da un italiano. Mi ricordo particolarmente di una vecchia casa a Berna che è l’origine di questo progetto - ma è Berna”.

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