Il nuovo palazzo del Comune di Milano, al Corvetto

È collocato in un angolo di periferia certamente non trendy il nuovo edificio dell’amministrazione pubblica della capitale italiana della moda e del design. Un edificio che a modo suo è già un’icona, ma che non può ridursi a semplice operazione d'immagine.

Il complesso per uffici comunali di via Sile 8 di Studio FZ, in funzione dal 2021, è un interessante caso studio contemporaneo per riflettere su alcuni temi più generali, a cavallo tra architettura – le sue qualità spaziali ed estetiche –, gestione amministrativa ­– il ruolo attivo del Comune di Milano nella storia travagliata del bene immobiliare – e marketing urbano – la questione dei quartieri, centrale nelle politiche milanesi come nella line-up di Hyperlocal Festival, l’evento che qualche settimana fa ha garantito ampia visibilità al complesso.

Le immagini dei suoi spazi invasi dalla folla festante sono girate moltissimo, e a buona ragione. Organizzato dal Comune e da Zero l’1 e il 2 ottobre 2022, il festival è stato una prima assoluta, almeno per Milano, di utilizzo degli spazi del lavoro amministrativo per il loisir anche notturno. Non che al capoluogo lombardo manchino location di ogni genere e in ogni dove, anzi, ma in ogni caso Hyperlocal Festival ha creato un precedente positivo. Fa piacere riscontrare l’intraprendenza dell’amministrazione comunale che, da poco insediata nel nuovo edificio, ne ha compreso le potenzialità non scontate e ha intravisto la possibilità, tramite il festival, di convogliare comunità e vibrazioni urbane in una parte di città che soffre di un certo isolamento e rarefazione. Via Sile, infatti, è a due passi dal Corvetto, in quella periferia sud sempre in ascesa e sempre in attesa, zona liminare tra corso Lodi ormai abbondantemente gentrificato e il compatto quartiere di case popolari raccolto attorno a piazzale Gabrio Rosa.

L’edificio di via Sile è l’ultimo capitolo della lunga storia di edilizia pubblica di Milano, spesso trascurata. Gli anni d’oro furono quelli tra i ’40 e la fine dei ’70. Come collaboratore e poi come direttore dell’Ufficio Tecnico, Arrigo Arrighetti (1922-1989) disegnò architetture di proprietà comunale che erano talvolta anche più sofisticate e sperimentali di quelle coeve di committenza privata. L’ampliamento della Biblioteca Sormani (1947) e la Piscina Solari (1963) sono gli esempi più conosciuti e rappresentativi di un corpus ben più vasto, raccolto anche in una recentissima pubblicazione dell’Ordine degli Architetti (Arrigo Arrighetti a Milano, 2022).

  

La nuova sede del Comune

Andiamo con ordine, però. Non si griderà al capolavoro, non si scomoderanno riferimenti gloriosi dai libri di storia e dalle news, ma l’edificio di via Sile è un’architettura contemporanea più che dignitosa, a tratti anche potente. Dall’esterno è un volume compatto, imponente nel suo contesto di altezze ridotte, un poco minaccioso malgrado le sue facciate interamente vetrate. Non è stato immediatamente amato dai suoi utilizzatori e dall’opinione pubblica – ma questo capita anche ai capolavori – e come riporta ironicamente Renato Ferrari di Studio FZ “è stato definito fortino, castello, prigione, e chi più ne ha più ne metta”. Nella realtà, il monolite di 70x70 m di pianta per 8 piani di altezza è scavato in più punti: gli uffici affacciano su una grande corte a cielo aperto circondata da ballatoi, allusione alle case di ringhiera milanesi; in corrispondenza degli spigoli esterni dell’edificio, invece, si aprono terrazze pensate come luoghi di riposo e incontro per i dipendenti comunali. Il tetto piano è in parte accessibile, con una pista di atletica e piccole superfici a verde che si snodano tra gli impianti e le zone tecniche.

Anche la storia dell’edificio è virtuosa. I primi progetti per un promotore privato risalgono al 2007, i cantieri cominciano subito dopo ma s’interrompono nel 2011. Lo scheletro senza tamponamenti né finiture resta per lungo tempo abbandonato, sulla stampa diventa un ecomostro – appellazione sempreverde il cui prefisso “eco” ha ormai perso qualsiasi nesso con un contesto naturale – mentre il comune lo inserisce nella lista dei beni in disuso o mal utilizzati. In cerca di una sede da acquistare, dove raggruppare diverse direzioni sparse in edifici in affitto in quartieri centrali e semicentrali, l’amministrazione seleziona proprio il complesso di via Sile tra quelli candidati in seguito alla manifestazione d’interesse. Studio FZ rientra in gioco, aggiorna le volumetrie – il cambiamento di proprietà autorizza l’aggiunta di un piano –, le finiture, le grafiche, le prestazioni energetiche. L’ecomostro si trasforma nel luccicante fortino di cui parla Ferrari, abitato quotidianamente da funzionari e cittadini. Gli oneri di urbanizzazione permettono la riqualificazione degli spazi pubblici che lo circondano, ora in corso, riverberando la qualità della nuova architettura sul suo contesto urbano, dove peraltro si realizzano nel frattempo altre operazioni strategiche, come il ridisegno tattico dell’intorno del mercato comunale di piazza Ferrara.

Il ruolo delle periferie può cambiare?

“Parliamo tanto di periferie, era ora di dare un segnale concreto dell’interesse che come amministrazione portiamo sui luoghi lontani dal centro storico”, sottolinea Simona Collarini, a capo della Direzione Rigenerazione Urbana, la più popolata tra quelle che coabitano in via Sile. L’amministrazione fa prova di coerenza e “scommette” su Corvetto con una nuova, importante volumetria costruita, un programma necessariamente coinvolgente per tutta la cittadinanza e, nel caso di Hyperlocal Festival, anche con un evento una tantum che sdrammatizza l’istituzione e i suoi luoghi, allargandone ulteriormente il pubblico.

Tutto bellissimo, ma c’è almeno un elemento su cui vale la pena riflettere ulteriormente. Negli ultimi anni il Comune di Milano sta investendo con risultati talvolta lodevoli nella costruzione di una città “a 15 minuti”. Promuove politiche e progetti che ridistribuiscono qualità, spazi di aggregazione e funzioni in tutti i suoi quartieri, per correggere le gerarchie tra centro e periferie, ancora troppo evidenti in una metropoli dalla storia urbana e sociale radiocentrica. L’attivazione dell’edificio di via Sile lo testimonia.


Con Zero, il Comune organizza un evento il cui epiteto hyperlocal indica proprio il coinvolgimento di realtà ­– musicisti e dj, bar e ristoranti, commerci di vario tipo – provenienti dai quartieri di Milano, Roma, Bologna, Monaco di Baviera, in un festival che si vuole attrattivo alla scala metropolitana e oltre. La chiarezza con cui sono elencate le aree che partecipano all’evento – “Casoretto, Centrale, Corvetto, Lambrate, Navigli, Nolo, Ortica, Porta Romana, Porta Venezia, San Siro e Sarpi” – stupisce perché molte di queste parti della città sono raramente identificate così chiaramente come attori compatti, entità socio-culturali riconoscibili, erogatori di precisi servizi al pubblico.

Aree urbane spesso periferiche sul piano geografico o concettuale, lontane dai centri istituzionali e decisionali, si ritrovano sì finalmente rappresentate e pure esaltate nelle loro specificità, ma anche assimilate a fornitori di “prodotti”.

Nell’epoca della turistification matura di molte città europee, dell’invadenza dei fondi d’investimento internazionali, degli affitti impazziti che espellono fasce di popolazione sempre più ampie verso altri territori, è importante come non mai sorvegliare i confini tra interesse pubblico e privato.

Un festival dei quartieri negli uffici comunali è certamente una bella notizia, ma a patto che le politiche urbane, che incidono direttamente sul locale, e il marketing urbano, che lo rende attrattivo ad una scala più ampia, mantengano due traiettorie comunicanti ma chiaramente distinte.

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