Power Frame, la bici elettrica “all’italiana”

Apparentemente sono normali bici muscolari, snelle e dalle geometrie funzionali, accattivanti. Dentro hanno un cuore tecnologico. Nascono dall’idea di un trentenne italiano con un passato in UK.

Matteo Frontini è un ingegnere trentenne. Alle spalle un passato nel Regno Unito, dove è stato project manager in una azienda aerospaziale. “Il lato positivo di lavorare lì è che ti danno responsabilità anche se sei giovane”, mi spiega quando lo incontro alle porte di Milano. Dove c’è il suo presente, che da quattro anni si chiama Mauà e soprattutto Power Frame, una linea di bici elettriche all’italiana che ho scoperto come tanti nel modo in cui soprattutto scopriamo le cose in questo periodo di lockdown e mezze riaperture: su Instagram. Rientrato in Italia quando soffiavano i primi venti della Brexit, Matteo, che in Inghilterra viveva e studiava dai 16 anni, con una specializzazione in green tech, si è messo a lavorare su un prodotto che qui in pianura padana e zone limitrofe ha una lunga e gloriosa storia. Una bici, la sua, nata per guardare al futuro, restando però nel solco della tradizione, con un design che, come dice lui stesso, “ti parla”.

Con Matteo visitiamo lo spazio dove lavora alle sue bici. Spazioso ed estremamente pulito, organizzato per aree, su un tavolo c’è un Mac mini che si sta riavviando. Alcuni telai, freschi di verniciatura, svettano sul cavalletto. Altre bici già pronte sono posteggiate vicino alla parete. All’angolo opposto, appoggiato su uno scaffale sopra una pila di tote bags Mauà c’è un telaio grezzo, grigiastro. Matteo Frontini lo solleva con una mano, mi mostra la geometria ancora imperfetta di quel pezzo. Si tratta di una sorta di numero zero, mi spiega, sviluppato insieme a un artigiano. 

In quel prototipo c’è già il concetto vincente di Power Frame, ovvero quello di produrre biciclette che potrebbero benissimo essere muscolari, nelle quali la batteria c’è, ma è nascosta nei tubi del telaio, divisa in tre parti connesse tra di loro e poi allacciate, a loro volta, a un computer di bordo posizionato sotto la sella, tramite un connettore “che usa un materiale impiegato per le tute spaziali”, spiega Frontini. Oggi la bici è diversa, si è evoluta parecchio, e la filiera produttiva prevede che i telai vengano saldati da una azienda del bergamasco, verniciati in Veneto. Tutto il resto viene fatto qui, con un processo semiautomatizzato per l’inserimento della parte elettronica, con tanto di antifurto gps. E c’è tanta cura nella spedizione, una parte del processo a cui non si pensa spesso e che invece può risultare spesso complicata. “La spedizione è sbatti”, commenta il milanese Matteo. Nel suo packaging sostenibile non c’è plastica monouso e viene usata colla di patate.  

La bici usa componenti standard, tanto che qualsiasi meccanico ci possa mettere le mani, ma è in qualche modo “su misura”. Al momento dell’ordine viene personalizzata dal cliente, in base alla sua altezza, all’attitudine di pedalata (sport o confort) e ovviamente il colore. Tutto questo si può fare dal sito. Molti clienti arrivano da Instagram, dall'account @power_frame (che poi è come l'ho scoperto anche io). “Spesso si finisce a dialogare per mail o chat”, racconta Matteo Frontini, che mi mostra la bici che ha preparato per una signora di Roma e un’altra con un tubo sella più alto del solito. Poi digita un codice su una macchina e come per magia, dopo qualche secondo, si apre una scaffalatura con dei set di batterie pronti a essere installati. Futuribile e artigianale al tempo stesso, Mauà sembra atterrare da un mondo parallelo, un territorio onirico in cui non c’è soluzione di continuità tra il sogno dello startupparo di Shoreditch e la piccola media impresa che ha fatto grande l’Italia e il suo design.

“Le bici si riprenderanno la città”, Matteo Frontini ne è convinto. E sottolinea che non è una boutade “da fricchettone” (cit), ma un pensiero che definisce “progressive”, perché la bici elettrica è il prodotto che meglio incarna uno stile di vita salutare e al tempo stesso techie, sostenibile e locale, che fa sentire al consumatore di andare in qualche modo avanti, verso il futuro. Un futuro di città più verdi, frutto di un avanzamento della mentalità, di una vita più locale in cui la bici diventa il mezzo perfetto. Allineate con questa visione, le sue biciclette hanno una autonomia sufficiente all’uso urbano (intorno ai 50 chilometri), e usano batterie al litio ferro fosfato, quindi con una longevità di cicli di ricarica maggiore. sono relativamente leggere, arrivando a pesare quasi metà di altre elettriche (30 chili), e soprattutto sono delle belle bici, allineate con la tradizione italiana. Al momento chi vuole vederle può venire in azienda (Matteo è disponibilissimo), qualche rivenditore le ha in vetrina, e a Milano, in corso Garibaldi, dove ha recentemente aperto un negozio monomarca. In una visione a lungo termine, le bici sono solo l’inizio, e come spiega il suo fondatore, Mauà vuole evolvere la città: una città più “gentile”, come la definisce lui. “Ma per tirarla fuori dalle persone, la gentilezza, devi dargli gli strumenti”.

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