Dak'art: arte contemporanea e società - Arte - Domus
Dak'art: arte contemporanea e società
 

Dak'art: arte contemporanea e società

Merito anche del suo malfunzionamento, la Biennale d'arte di Dakar è un'eccezionale piattaforma d'incontro: tra didascalie mancanti, opere mai arrivate e programma ignoto, tutti cominciano a parlare. Perché il disordine crea socialità.

 

Arte / Iolanda Pensa

Da un quinto di secolo gli avventori di Dak'Art – la biennale di arte africana contemporanea di Dakar – s'interrogano sull'utilità e la funzione di questa manifestazione. Arte, sviluppo, società, artisti, Africa, mondo, mercato, pubblico, posti di lavoro sono parole che da sempre partecipano ai dibattiti e che, proprio quest'anno, si fanno largo nel titolo della manifestazione Arte contemporanea e società.

Nell'installazione di Laura Nsengiyumva un divano sfondato e screpolato accoglie il pubblico della Biennale. Di fronte, su un televisore al plasma una famiglia guarda: guarda la televisione, guarda la biennale, ci guarda. Ma chi siamo? Cosa vede quella famiglia seduta di fronte a noi? E cosa stiamo cercando noi in quella famiglia parcheggiata in TV? Va detto che la famiglia in TV è nera e in mostra a Dakar appare anche come una famiglia benestante della città che assiste insieme a noi, annoiata e distratta, a questo evento che ogni due anni porta esposizioni e conferenze tra le sue strade, con un programma che in questa edizione non è distribuito soltanto nella settimana delle inaugurazioni, ma nell'arco di un mese intero.

"Io sono venuta a vedere le opere", mi dice la signora di fianco a me, ed è forse questa semplice verità che si fatica a riconoscere a un evento che si svolge nell'Africa Sub-Sahariana. Sta di fatto, che Dakar ha un suo pubblico locale interessato alla cultura e la biennale presenta diverse opere e iniziative di qualità.

In apertura: l'installazione di Laura Nsengiyumva che accoglie il pubblico della Biennale. Qui sopra: Lerato Shadi, <i>Tihogo</i>, performance, 2010. Courtesy of the artist e Dak'Art 2012

In apertura: l'installazione di Laura Nsengiyumva che accoglie il pubblico della Biennale. Qui sopra: Lerato Shadi, Tihogo, performance, 2010. Courtesy of the artist e Dak'Art 2012


All'interno dell'esposizione internazionale, oltre al divano, si fanno notare il video pittorico di Bakary Diallo, il delicato trittico di fotoincisioni di Nathalie Mba Bikoro e la fotografia di famiglia di Amalia Ramanankirahina appesa su una carta da parati che, invece dei classici fiori, è piena di insetti. L'artista Lerato Shadi, invece, in una performance si chiude dentro a un bozzolo rosso tessuto all'uncinetto. Nel ricchissimo programma a latere con personali e collettive di artisti senegalesi e internazionali spicca l'opera di Serge Alain Nitegeka alla galleria Le Manège, dove una grande sala è riempita di travi dipinte di nero che, appoggiate in tutte le direzioni, creano uno spazio labirintico e drammaticamente intimo. Contribuisce ad arricchire la manifestazione il densissimo programma del Festival Afropixel promosso dal medialab Kër Thiossane che celebra il suo decimo anniversario anche con una grande opera murale realizzata dagli artisti Muhsana Ali e Kan Sy, fatta di specchi, oggetti e di della tradizionale tecnica senegalese dei sous-verres. L'esposizione itinerante di SUD-Salon Urbain de Douala si svolge a Raw Material, un centro d'arte che presenta anche alla Biscuiterie de Médina Chronique d'une Révolte ("cronaca di una rivolta"), una mostra e pubblicazione che documenta le elezioni senegalesi del 2012.

Amalia Ramanankirahina, <i>Monument</i>, fotografia sotto vetro e carta da parati, 250x250 cm, 2011. Courtesy of the artist e Dak'Art 2012

Amalia Ramanankirahina, Monument, fotografia sotto vetro e carta da parati, 250x250 cm, 2011. Courtesy of the artist e Dak'Art 2012

Tornando al titolo Arte contemporanea e società, la parola "società", in un evento che si svolge in Africa, acquista un numero ingestibile di sfaccettature. Una delle più affascinanti è quella focalizzata sui "beni comuni" proposta da Kër Thiossane. Su questo tema, l'organizzazione ha coinvolto artisti (tra i quali Yassine Balbzioui), prodotto laboratori (con persino la produzione di stampanti 3D realizzate con materiale di recupero) e organizzato una vivacissima e corale conferenza capace di declinare il concetto di "beni comuni" collegandola all'esperienza e alle visioni di un gruppo di grandi intellettuali e attivisti (Achille Mbembe, Thiat – il rapper e membro del collettivo Y'en a marre che ha contribuito al cambiamento politico senegalese, la scrittrice Ken Bugul, l'artista Kan Sy, il curatore Simon Njami e lo scrittore e musicista Felwine Sarr). Parlare di "beni comuni" ha funzionato e ha offerto al pubblico una chiave di lettura per sentire arte, cultura, politica e società come elementi di un unico discorso di cui ciascuno è protagonista.

 
È come se questo appuntamento ritmato con la Biennale di Dakar avesse nel tempo creato delle infiltrazioni. L'incontro con l'arte contemporanea ha creato una porosità, la capacità di includere nuovi linguaggi e strumenti.
 
Bakary Diallo, <i>Ndankumba</i>, video, 2011. Courtesy of the artist e Dak'Art 2012.

Bakary Diallo, Ndankumba, video, 2011. Courtesy of the artist e Dak'Art 2012.


Una delle più nominate sfaccettature della parola "società" è però quella strettamente connessa al numero dei beneficiari. Coinvolgere i visitatori, portare le scuole all'evento, produrre opere negli spazi pubblici e formare mediatori capaci di rispondere alle domande sono alcune delle strategie sperimentate nella storia della biennale, a garanzia della non elitarietà della manifestazione. Ma pensare alla relazione tra arte e società in termini numerici è soprattutto il sistema più semplice per dichiarare il successo di un evento e fornire a coloro che lo finanziano un indicatore quantitativo chiaro: per gli sponsor significa quanti potenziali clienti sono stati raggiunti; per governi e amministratori quanti elettori; per i partner internazionali quanto ampie sono state le ripercussioni per lo "sviluppo". Ma come fare a dare un volto alla valutazione quantitativa di un pubblico anonimo? Per provarci, ho ascoltato tre grandi intellettuali.

Nathalie Mba Bikoro, <i>The playground & from the sky (triptych)</i>, foto-incisione, 31,5x46 cm, 2011. Courtesy of the artist e Dak'Art 2012

Nathalie Mba Bikoro, The playground & from the sky (triptych), foto-incisione, 31,5x46 cm, 2011. Courtesy of the artist e Dak'Art 2012


Achille Mbembe è uno dei più noti storici dell'Africa e pensatori contemporanei e, al momento, si sta sempre più interessando all'arte contemporanea africana. In una serie di 4 conferenze in 4 giorni, Achille Mbembe ha raccontato al pubblico di Dakar di come il mondo stia vivendo un periodo dominato dal desiderio di apartheid e di come sia invece necessario uscire dalla logica della frontiera. L'arte appare nelle parole di Achille Mbembe come parte di una ricerca di un qualcosa di più, qualcosa che non è narcisisticamente "solo io", ma che oltrepassa l'io per permettere una traduzione da sé a sé attraverso l'altro. Mamadou Jean Charles Tall è architetto ed è il co-fondatore e presidente del consiglio di amministrazione del Collège Universitaire d'Architecture di Dakar. Al momento, la scuola studia lo spazio pubblico, l'immagine della città, il patrimonio culturale e il disordine urbano, collegandosi alla teoria frattale di Ron Eglash, nutrita dalle conversazioni con lo scrittore Lionel Manga e l'organizzazione camerunese doual'art. A osservare il lavoro dell'architetto Tall, la biennale non solo è occasione per arricchire i propri contatti internazionali, per dare visibilità alle proprie iniziative e per potenziare la formazione degli studenti, ma è soprattutto – come mi racconta – "un'occasione d riflessione". La relazione con l'arte contemporanea ha nutrito il lavoro personale di un professionista che ora sta piano piano formando una nuova generazione di architetti e urbanisti senegalesi. Oumar Ndao è il direttore della cultura e del turismo del Comune di Dakar. Docente universitario, attore di teatro, scrittore e autore della pubblicazione Dakar, l'Ineffable dalla casa editrice senegalese Vives Voix, Oumar Ndao è un protagonista della vita artistica della sua città ed è il promotore della strategia culturale di Dakar. L'obiettivo di Oumar Ndao è di decentralizzare le scuole e le iniziative in tutto il tessuto urbano, basandosi sulle 19 suddivisioni amministrative e potenziando i centri socio-culturali esistenti, perché "i luoghi riuniscono gli immaginari e incontrano altre immaginazioni".

Wanja Kimani, <i>You have not changed</i>, ricamo, 80x65x20 cm, 2011. Courtesy of the artist e Dak'Art 2012

Wanja Kimani, You have not changed, ricamo, 80x65x20 cm, 2011. Courtesy of the artist e Dak'Art 2012


È come se questo appuntamento ritmato con la Biennale di Dakar avesse nel tempo creato delle infiltrazioni. L'incontro con l'arte contemporanea ha creato una porosità, la capacità di includere nuovi linguaggi e strumenti, la speranza di poter ripensare il mondo e l'affacciarsi di nuove domande che aiutato a rinnovare il modo in cui osserviamo e analizziamo la realtà e interveniamo. La cosa più curiosa è che paradossalmente il tutto è merito della cronica disorganizzazione dell'evento. Proprio il suo malfunzionamento rende la biennale un'eccezionale piattaforma di incontro, perché – come mi ha fatto notare Berend van der Lans che sta osservando con il Collège Universitaire d'Architecture e African Architecture Matters questo tema applicato alla piazza della stazione di Amsterdam – il disordine crea socialità. Tra didascalie mancanti, opere mai arrivate a destinazione, accredito kafkiano e programma ignoto, tutti cominciano a parlare con il proprio vicino di posto. In una nuvola di lamentele si consolidano quelle che Malcolm Gladwell identifica come le relazioni deboli tanto utili per raggiungere il punto critico. E in questa situazione di incontri casuali o intenzionali, il dialogo nutre la riflessione.

Il medialab Kër Thiossane celebra il suo decimo anniversario con una grande opera murale realizzata dagli artisti Muhsana Ali e Kan Sy, fatta di specchi, oggetti e di della tradizionale tecnica senegalese dei <i>sous-verres</i>. Photo Susana Moliner

Il medialab Kër Thiossane celebra il suo decimo anniversario con una grande opera murale realizzata dagli artisti Muhsana Ali e Kan Sy, fatta di specchi, oggetti e di della tradizionale tecnica senegalese dei sous-verres. Photo Susana Moliner


E le opere? No, le esposizioni della biennale non sono il posto giusto dove vedere delle opere d'arte contemporanea nelle loro migliori condizioni, ma durante la settimana delle inaugurazioni un furto mi ha stupito. Qualcuno si è portato via oltre a proiettori e computer anche un'opera che evidentemente ha considerato preziosa. Chissà com'è stato usato il lavoro di Wanja Kimani dal titolo You have not changed ("non sei cambiato")? Forse, da qualche parte a Dakar, una bambina sfoggia la sua opera d'arte contemporanea: un vestitino di pizzo che racconta con i ricami un'impacciata e fragile conversazione tra mondi, ricordi e immaginari, che non sono poi tanto lontani.

Il murale di Muhsana Ali e Kan Sy. Photo Antoine Louisgrand

Il murale di Muhsana Ali e Kan Sy. Photo Antoine Louisgrand