Tom Wilkinson

“La questione del ‘ricostruire Notre-Dame ancora più bella’ solleva più domande che risposte”

Un concorso propone di riprogettare la guglia devastata dal fuoco di Notre-Dame di Parigi ancor più stupenda di prima e Tom Wilkinson si chiede se, per un monumento, la verità non sia più adeguata della bellezza.

Le chiese prendono fuoco. Sono vulnerabili al bombardamento aereo. Sono inondate dalle alluvioni, vengono rase al suolo. Vengono colpite dal fulmine, scosse dal terremoto e sepolte dalle ceneri vulcaniche. In seguito a questi eventi si presentano varie possibilità. In quanto edifici sacri – cui spesso si attribuisce grande significato culturale ed estetico – raramente vengono abbandonate alle forze che le devastano. Anche se sono in rovina vengono puntellate, spesso dotate di un giardino per fungere da memoriale della catastrofe. Talvolta i ruderi vengono riadattati o subiscono aggiunte, conservando quindi una traccia materiale degli eventi che li hanno distrutti, come nel caso della cattedrale di Coventry o della Kaiser-Wilhelm-Gedächtnis-Kirche. Oppure vengono ricostruite integralmente, come la Frauenkirche di Dresda, ricostruita dopo la riunificazione tedesca (la Germania Est l’aveva lasciata in rovina per cinquant’anni: le cose cambiano, anche nell’aldilà).

Il caso della cattedrale di Parigi sotto questo aspetto presenta poche difficoltà, per lo meno sotto certi aspetti. “Ricostruiremo Notre-Dame ancora più bella”, dice Macron, e poco dopo il governo francese annuncia un concorso per la progettazione di una nuova guglia. A parte quella che pare una tipica manifestazione di hybris presidenziale, non posso dire di averla mai considerata la cattedrale più bella del mondo. I rosoni certo sono bellissimi, ma sono salvi, e le parti distrutte erano per lo più aggiunte recenti, mi pare. Quindi renderla più bella è certamente possibile. Perché non mirare in alto, come monsieur Macron?

La questione del ‘ricostruire Notre-Dame ancora più bella’ solleva più domande che risposte

Tuttavia la questione del ricostruirla “ancora più bella” solleva più domande che risposte. Con quali criteri di bellezza? Seguire il percorso adottato dal restauratore ottocentesco di Notre-Dame, Eugène Viollet-le-Duc, che concepiva la via della fedeltà al gotico come una specie di caricatura: più era grande, più era grottesco, più era vero (più vero, affermava, dell’edificio che era arrivato fino a noi)? E perciò la guglia di Viollet-Le-Duc sarà ricostruita non con la sua già esorbitante quota di 91 metri, ma, per dire, a 500 metri? E perché non rivestirla d’oro?

Come tutti i grandi progettisti, d’altra parte, Viollet-le-Duc aveva più frecce al suo arco. Oltre che un impostore da surrogati goticizzanti, era anche un sognatore di bizzarrie, incongruità e fantasie di ingegneria strutturale assolutamente indimenticabili. I progetti di nuovi edifici pubblicati nel suoi Entretiens sur l'architecture presentano enormi membrature metalliche, non celate da decorazioni floreali o nervature, che sostengono volte di pietra. Perché non seguire il suo esempio e mettere in opera una guglia fatta di mostruose travature di tubo metallico? Forse Richard Rogers, fedele fautore di Viollet-le-Duc, apprezzerebbe. Potrebbe perfino dipingerle color fucsia, se volesse: un po’ di sgargiante policromia non sarebbe fuori posto nell’opera del suo predecessore.    

Oppure, se né il medievalismo fantastico né il virtuosismo strutturale andassero bene, perché non guardare alla bellezza proposta da certi altri adattatori di Notre Dame, i Giacobini? Per loro la bellezza della verità, così come si rivela alla ragione umana, prevaleva sulla rivelazione divina e sulla sua celebrazione nella pietra. E così si rivolsero all’opposto del gotico, la tradizione classica, per un ricostituente. Dopo aver svuotato Notre Dame delle effigi reali (nel farlo affettarono le teste dei discepoli, che avevano scambiato per monarchi) i rivoluzionari adattarono la chiesa alla celebrazione di un nuovo culto: quello della ragione. In occasione di una Fête de la Raison celebrata in tutta la nazione il 10 novembre 1793, dentro Notre Dame venne eretta un’enorme ‘montagna’ bianca con in cima un tempietto greco su cui campeggiava la dedica À la Philosophie. Dall’edificio emergeva una donna drappeggiata nel tricolore rivoluzionario, personificazione della libertà, a ricevere l’adulazione della folla.    

Ma non potrebbe esserci qualcosa di vero nell’idea che la verità è bella?

Oggi può sembrare tutto un po’ sciocco – come nota Alain de Botton, non c’è nulla di più fatuo di un tempio dell’ateismo – ma non potrebbe esserci qualcosa di vero nell’idea che la verità è bella? Non necessariamente una verità tettonica del genere predicato dai discendenti di Viollet-le-Duc, ma un tipo di verità più politico, e quindi una bellezza più politica. Ricostruire la cattedrale “ancora più bella”, sotto questo aspetto potrebbe voler dire, per esempio, trasformare Notre Dame in un memoriale dedicato alle generazioni di contadini sfruttati per finanziarla, e agli eretici assassinati dai suoi fautori. Oppure, se la barbarie di cui questo edificio è documento si è fatta troppo sbiadita per commuoverci, perché non un monumento a una forma di verità politica più attuale? Perché, per esempio, non un monumento al gilé giallo ignoto, completo di guglia scintillante? O, se questo pare un po’ frivolo, perché non un monumento ai circa cento algerini uccisi nel 1961 dalla polizia francese mentre manifestavano contro la guerra d’Algeria, molti dei quali vennero gettati nella Senna ai piedi di Notre Dame? Queste vittime dello Stato potrebbero essere ricordate sostituendo alla guglia di Viollet-le-Duc – perché no? – un bel minareto.

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