Gianni Pettena a Milano

Una doppia mostra rimette al centro l'architetto, artista, designer che non ama essere definito.

 

Architettura / Martina Angelotti

Ettore Sottssas jr racconta che, durante gli anni '60, soleva a volte alloggiare a Firenze presso una lussuosa stanza di un altrettanto lussuoso Hotel Villa Medici, e probabilmente, proprio in una di quelle occasioni di trasferte fiorentine, conobbe Gianni Pettena. Racconta anche che un giorno si trovava a Firenze proprio quando era previsto l'arrivo del Sottosegretario di Stato americano e che gli fu chiesto dal neo-amico Pettena il permesso di lanciare dalla finestra della sua stanza d'albergo, un bel sacco pieno di merda sulla testa del Sottosegretario stesso. L'accordo non fu raggiunto. Ma l'intenzione, senza troppi sottintesi, sembra già volerci raccontare qualcosa di lui.

Gianni Pettena, al momento in mostra presso due spazi milanesi, la Galleria Federico Luger e la Galleria Enrico Fornello, non smette di conquistare lo sguardo sottile e curioso di chi come me prova un immenso piacere a identificare lo spirito sovversivo e l'immaginario tipico della lotta politica degli anni '60 e '70: il bianco e nero opacizzato delle foto di documentazione, i volti delle "piazze", un'allusione sottesa a una ideologia molto precisa.

In apertura e qui sopra: Clay House, 1972. Courtesy Galleria Enrico Fornello

Carabinieri, Grazia e Giustizia e Milite Ignoto del '68, non sono semplicemente parole o slogan, di cui restano alcune immagini assemblate. Sono scritte/stereotipi che dialogano con quel contesto urbano. Un muro di cartone fa risuonare parole antiche, l'eco di un pensiero che si disintegra in una durata minima e incontemplabile anche nel gesto esplicito di buttare al mare delle lettere, come nel caso della performance di Grazia e Giustizia pensata in difesa del poeta e filosofo Braibanti condannato per plagio. Un chiaro intento antiautoritario.

Carabinieri, 1968. Fotografia in bianco e nero su carta, 50x35 cm, Edizione 3. Courtesy Galleria Federico Luger

È questo aspetto dell'anti riconvertito nel prefisso ana, che conservano molte delle opere di Pettena, artista, architetto e designer, che nel corso di una carriera che ha attraversato quattro decenni, ha conosciuto e sperimentato le trasformazioni del linguaggio artistico. Anarchitettura, che si nega per proporsi in nuove forme, lo spazio che si racconta, spostando continuamente il crinale della rappresentazione di visione in visione. Anche le pareti delle due gallerie a tratti tentano un dialogo, si staccano dalla fissità della costruzione, per aprire un varco dietro di se, protendendosi verso il centro dell'interpretazione visiva (Wall Breathing, 2012). Oppure si rinnovano, come un corpo ibrido che tende a umanizzarsi (Human wall, 2012 o Hand Made 2012) attraverso la malleabilità del cemento, un momento prima dell'essiccazione.

 
Sono le imprese di un architetto che in maniera quasi didascalica ci dichiara l'approccio al suo mestiere, sottraendosi alle regole prestabilite dai codici
 

Io sono la spia, 1972. Foto di gruppo dei fondatori del movimento Architettura Radicale. Courtesy Galleria Fornello

Le imprese di un uomo, sintetizzate nel lavoro Il mestiere dell'architetto, appaiono antieroiche e ricche di gestualità. Azioni che prendono forma incastrandosi nelle fessure e nei supporti di uno spazio fisico: una parete di roccia sulla quale le mani e i piedi scorrono, si aggrappano cercando la giusta relazione. Sono le imprese di un architetto, Pettena, che in maniera quasi didascalica ci dichiara l'approccio al suo mestiere, sottraendosi alle regole prestabilite dai codici, e sviluppando nella maturità della sua esperienza, un lessico che comunica l'architettura e con l'architettura, come parte del paesaggio.

Gianni Pettena, Ice House II (Casa cubo), 1972, C print, Edizione 2/3. Courtesy Galleria Federico Luger

Del resto Pettena non si è mai allineato a nessuna posizione definita, tanto che in Io sono la Spia del 1972, foto che ritrae il gruppo fondatore del movimento Architettura Radicale, si chiama fuori dichiarandosi spia, soggetto traditore. È presente, certo, ma potrebbe fuggire da un momento all'altro per ritrovarsi altrove. Dove?
Nello Utah, ad esempio, nei pressi di Salt Lake, nel deserto incontaminato della Monument Valley, nella strada che conduce all'Arizona passando attraverso le abitazioni dei Navajos o di qualche altra popolazione indigena; alla ricerca di frammenti di paesaggio, di dettagli architettonici fatti di natura, già storicizzati dalla visione, per il semplice fatto di essere stati guardati. Dunque esistono. Fisicizzazioni non consapevoli, come lui stesso le definisce, restituite allo spettatore in forma di analisi.

From About non conscius architecture, Monument Valley 1972. Courtesy Galleria Enrico Fornello

La deriva ecologista che caratterizza anche gli ultimi anni della sua produzione, non è un dettaglio da sottovalutare soprattutto se ripensato in relazione ad opere come Tumbleweeds Catcher o Clay House entrambe del 1972. Ma la questione, non sta tanto nella sensibilità verso la natura, che attraversa anche buona parte della land art americana a cui ovviamente il lavoro di Pettena guarda da vicino, quanto in perpetua affinità con l'oggetto architettonico, che chiede di essere rinaturalizzato e integrato nel paesaggio. La materia con cui questo processo prende vita, assume per natura declinazioni diverse producendo a sua volta effetti diversi: ora è la creta spalmata a mano che trasforma un'anonima abitazione di Salt Lake, in una casa continuamente soggetta a modificazioni naturali; ora è la lavorazione della materia che, come nel caso di Ice House I, da acqua si fa ghiaccio che ingloba la struttura di una scuola abbandonata per rivitalizzarla.
Il connubio che intreccia il linguaggio architettonico a quello puramente artistico, si risolve in una configurazione di gesti che aprono lo spazio al tempo e ai suoi inevitabili passaggi. Pettena così attende che l'alta marea salga, nel Tamigi (Marea, 1974) o nel mare dell'Elba, dove ha costruito la sua casa così come la natura glielo ha chiesto.
Martina Angelotti