Le Corbusier

«Fare un’architettura è come fare una creatura: essere riempito, riempirsi, esplodere, esultare, restando freddi in mezzo a circostanze complesse, diventare un cane contento» (Le Corbusier, 1955)

“Fare un’architettura è come fare una creatura: essere riempito, riempirsi, esplodere, esultare, restando freddi in mezzo a circostanze complesse, diventare un cane contento” (Le Corbusier, 1955)

Charles-Edouard Jeanneret, che scelse di presentarsi al mondo con lo pseudonimo Le Corbusier, è certamente la figura di maggior spicco nel complesso panorama dell’architettura del XX secolo: abilissimo costruttore del proprio mito, ha esercitato (e continua a esercitare) un’influenza straordinaria sulle generazioni che gli sono succedute.

Considerato il maestro del Movimento Moderno, è stato la fonte d’ispirazione – tra gli altri – per i giovanissimi membri del Gruppo 7, l’anima dei Congressi Internazionali di Architettura Moderna (CIAM), la pietra di paragone nei giudizi sulla contemporaneità, apparsi sulle riviste di ogni dove: da “Domus” a “Casabella”, da “The Architectural Review” a “L’Architecture d'Aujourd'hui”. Nato e cresciuto nel borgo di La Chaux-de-Fonds, formatosi all’ombra di Charles L’Eplattenier, Le Corbusier ha esordito come architetto nel 1905, costruendo a soli diciassette anni una villa per Louis Fallet (in collaborazione con l’architetto René Chapallaz).

Come da tradizione dell’epoca, però, subito dopo la conclusione degli studi (svolti presso la locale Scuola di Arti Decorative), ha intrapreso un lungo viaggio in giro per l’Europa, che lo ha profondamente segnato: tra il 1907 e il 1909, Le Corbusier ha visitato (e spesso ridisegnato) opere osservate in Italia (in particolare, la Certosa di Ema che negli anni Cinquanta diventerà modello per la costruzione del convento di La Tourette), Ungheria e Austria (a Vienna ha frequentato gli studi di Josef Hoffmann, Koloman Moser e Gustav Klimt). Fino a raggiungere la Francia – a Lione ha incontrato Tony Garbier - e Parigi, divenuta temporaneamente la sua nuova casa, grazie a un impiego ottenuto come disegnatore presso i fratelli Perret. Rientrato brevemente a La Chaux-de-Fonds, viene incaricato di redigere uno studio sulle arti decorative tedesche (Étude sur le mouvement d’art décoratif en Allemagne, 1912) durante il quale matura la volontà di trasferirsi in Germania. Qui, ha contatti con Walter Gropius, Mies Van der Rohe, Heinrich Tessenow e Peter Berehens, che lo assume per un breve periodo. Per poi partire nuovamente, stavolta in direzione est: si spinge fino a Istanbul e ripiega attraverso la Grecia. Atene è altra tappa fondamentale nell’evoluzione del suo pensiero architettonico (celebri sono i disegni dedicati al Partenone) ma, durante l’intero, lungo tour, Le Corbusier invia alla rivista svizzera “Feuille d’avis” una serie di articoli che raccontano il significato che ciascuna delle opere visitate ha per il giovane progettista.

Le Corbusier lascia definitivamente la Svizzera nel 1917, in favore di Parigi, dove apre il primo studio professionale.

A questo periodo risalgo seminali progetti, irrealizzati: la Città per tre milioni di abitanti, presentata al Salon d’Automne nel 1922, i disegni per le Immeubles-villas, gli studi sulla maison Citrohan, immaginata come prototipo d’abitazione da riprodurre in serie (esattamente come l’automobile a cui è ispirato il nome del progetto), grazie all’impiego di uno scheletro in cemento armato. Insieme alle prime opere costruite in Francia (l’atelier per Ozenfant, 1922; la doppia villa La Roche-Jeanneret, 1923-1924; il padiglione dell’Esprit Nouveau, 1925; Villa Stein-de Monzie a Garches, 1927) e alla stesura di quello che a tutt’oggi rimane uno dei più importanti libri dedicati al progetto: Vers une Architecture (1922), raccolta ragionata di gran parte dei testi apparsi su “L’Esprit Noveau”, poi ripresi anche in “L’Urbanisme” (1924), “Almanach d’architecture moderne” e “L’Art décoratif d’aujourd’hui” (1925). Grazie all’incessante attività di teorico, Le Corbusier è già divenuto un personaggio di fama internazionale, invitato a conferenze ed esposizioni che ne consacrano la figura, insieme al planetario successo di critica ottenuto con la costruzione della Villa Savoy a Poissy (1929): summa delle riflessioni svolte fino a quel momento, la casa è la dimostrazione in scala reale dei vantaggi offerti dal cemento armato, che rende possibile l’applicazione di cinque principi – conosciuti come “i cinque punti della nuova architettura” – che sono cardine per attuare la rivoluzione architettonica guidata dalla macchina.

È infatti la macchina che rende possibili produzione standardizzata e prefabbricazione pesante, necessarie a costruire strutture in cemento armato a travi e pilastri (i “pilotis”, primo dei cinque punti). Che a loro volta consentono di svincolare i tramezzi interni dallo scheletro portante, posizionandoli a proprio piacimento (è il principio del “plan libre”) e di organizzare le facciate come semplice sequenza di pieni e vuoti, che asseconda le necessità degli spazi interni (“façade libre”); di sostituire le tradizionali finestre verticali con le aperture a nastro (“fenêtre en longueur”), che massimizzano gli effetti dell’illuminazione naturale. E, infine, è il cemento armato che consente di costruire i tetti piani adibiti a terrazza o giardino (“Toit terrasse”), che divengono parte integrante dello spazio domestico.

Da qui al 1940, anno in cui Le Corbusier è costretto a chiudere lo studio parigino in seguito allo scoppio della seconda conflitto mondiale, la carriera dell’architetto svizzero si arricchisce di premi, riconoscimenti e prestigiose commesse ricevute in tutto il mondo. L’evento bellico segna però una fortissima cesura, anche nella poetica di Le Corbusier: all’indomani dell’armistizio, il progettista si scopre deluso dalle terrificanti conseguenze dell’applicazione della macchina all’industria della guerra e sempre più attratto dalle potenzialità espressive che derivano, per esempio, dalla realizzazione con scarsi mezzi – quasi manuale - del cemento. I cinque punti vengono rielaborati, in parte rinnegati, e Le Corbusier lavora sempre più spesso con il cosiddetto beton brut (uno degli elementi che verranno poi ripresi dai membri della corrente del Brutalismo, nata in Inghilterra sul finire degli anni Cinquanta), con geometrie e sagome curvilinee, con colori e materiali rintracciabili in alcuni dei capolavori costruiti a partire dal 1945: l’Unité d’Habitation a Marsiglia (1945), la Cappella di Notre Dame du Haut a Ronchamp (1950- 1955), il convento di Sainte-Marie de la Tourette a Eveux-sur-l'Arbresle (1953), fino alla straordinaria occasione che gli viene offerta con la costruzione di Chandigarh, nuova capitale dello stato indiano del Punjab che vedrà Le Corbusier impegnato fino alla sua scomparsa (avvenuta nel 1965).

Un uomo, come Le Corbusier, non può morire. […] Le Corbusier non è morto e ciò senza elucubrazioni trascendentali: l’uomo tra gli uomini è, perché fanno ancora parte del processo opere, pensieri, perfino aforismi, espressi con ineguagliabile capacità di sintesi, propria del genio

(Ernesto Nathan Rogers, 1966)

Estremi cronologici:
1887-1965
Ruolo professionale:
architetto, designer, artista

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