Imparare dal vuoto - Architettura - Domus
Imparare dal vuoto
 

Imparare dal vuoto

Il Nuovo Bivacco Gervasutti, progettato da Luca Gentilcore e Stefano Testa, come un prototipo replicabile aggrappato su un versante del Monte Bianco.

 

Architettura / Michele Calzavara

In attesa della cosiddetta fortuna critica, a cui questo testo può forse contribuire, un neologismo come 'fortuna burocratica' potrebbe probabilmente dare conto, in prima battuta, di un progetto come LEAP (Living Ecological Alpine Pod), il Nuovo Bivacco Giusto Gervasutti che sostituisce quello originariamente dedicato al 'fortissimo' alpinista torinese sulla parete est delle Grandes Jorasses, nel massiccio del Monte Bianco. Costruito nel 1948, era un esempio di prefabbricazione in legno abbastanza avanzato per quegli anni, quando quella cengia era un luogo più estremo di quanto non lo sia oggi, sempre a 2.835 metri di altitudine, ma nel mezzo di un ghiacciaio (il Fréboudze) allora più grande, tormentato e increspato di seracchi e crepacci. Dal 1961 in poi, i rimpiazzi subiti dal rifugio hanno perso quella originaria valenza tecnica. Oggi LEAP la recupera con un progetto sfacciatamente antimimetico, eppure superando il lungo elenco di autorizzazioni e vincoli previsti in un contesto così sensibile.

Lo fa rileggendo non le forme, ma le ragioni di un rifugio incustodito ad alta quota, incontrando una domanda colta, quella della SUCAI (Sottosezione Universitaria Club Alpino Italiano) di Torino, che l'ha commissionato, e cogliendo l'occasione per avviare un laboratorio progettuale che non solo reinventa una tipologia di per sé elementare (tipicamente una capanna di legno rivestita in lamiera, e poco più) ma aggiorna il tema della prefabbricazione montana e, in prospettiva, un certo approccio all'industrializzazione edilizia tout court. Tema su cui la storia ci ha abituato a ragionare per monoculture (del cemento, del legno e così via), mentre un mix che si ponga il problema del loro incrocio integrato in un manufatto piccolo, ma complesso, non è poi così scontato.

Il progetto nasce sostanzialmente in pianta: uno spazio minimo per dodici posti letto che non richieda trasporti eccezionali. Tale vincolo dimensionale ha dato un ingombro massimo (8 x 2,40 metri) risolto su basi strettamente ergonomiche.

Un momento della fase di montaggio in quota. L’aggetto della cosiddetta ‘palpebra’ del bivacco consente una vista vertiginosa sul massiccio montuoso e ha ragioni funzionali, favorendo lo smaltimento degli accumuli di neve

Un momento della fase di montaggio in quota. L’aggetto della cosiddetta ‘palpebra’ del bivacco consente una vista vertiginosa sul massiccio montuoso e ha ragioni funzionali, favorendo lo smaltimento degli accumuli di neve


L'involucro, dopo una prima ipotesi (non praticabile) di riutilizzo di un trancio di fusoliera di aeroplano, sorta di readymade la cui sezione avrebbe fornito tutto l'occorrente, ha preso corpo in un guscio strutturale in materiale composito, resistente per forma, in grado di risolvere tutte le prestazioni (meccaniche e coibenti, di peso) in un'unica soluzione. Ottenuto incrociando il mondo della nautica e le competenze della filiera legno-arredo brianzola, la sua sezione tubolare è il punto di equilibrio tra resistenza e abitabilità, risultante di un compromesso funzionale: una cuspide più pronunciata avrebbe lavorato meglio da un punto di vista strutturale, ma anche sacrificato spazio nelle corsie laterali. Dovendo ridurre al minimo le operazioni in quota, da subito il progetto è stato pensato in moduli, realizzati a valle e trasportati da un elicottero 'standard' (il peso di ognuno è di 600 kg, allestimento interno compreso), infine agganciati a una trave-binario trapezoidale, anch'essa in composito, fissata alla roccia in sei punti distribuiti su metà della lunghezza.

Un momento della fase 
di montaggio in quota. 
I quattro moduli, elitrasportati dalla base in val Ferret (Courmayeur) e già completi degli interni, vengono inseriti a scorrimento sulla trave trapezoidale agganciata alla roccia grazie a sei ‘zampe’, e fissati uno all’altro meccanicamente. Queste operazioni hanno richiesto due giorni di lavoro

Un momento della fase di montaggio in quota. I quattro moduli, elitrasportati dalla base in val Ferret (Courmayeur) e già completi degli interni, vengono inseriti a scorrimento sulla trave trapezoidale agganciata alla roccia grazie a sei ‘zampe’, e fissati uno all’altro meccanicamente. Queste operazioni hanno richiesto due giorni di lavoro

Il resto è a sbalzo, una posizione scomoda e davvero estrema, dovuta non solo al piacere della sublime vertigine, ma anche a dettagliate analisi nivologiche, per sottrarsi alla spinta inesorabile di eventuali valanghe o frane, nonché offrire una superficie ridotta ad accumuli di neve sui pannelli fotovoltaici integrati nel tetto. L'aspetto impiantistico, peraltro, è particolarmente complesso, dovendo garantire un funzionamento senza manutentore. Ma l'aspetto forse più interessante di LEAP è che, fin da subito, si propone come modello replicabile al di là dell'occasione specifica. Di conseguenza, la sua modularità è stata affrontata in modo combinatorio: il modulo di base, lungo 2 metri, è un anello strutturale nudo; sottomoduli da 1 metro accolgono gli eventuali accessori (oblò, porte laterali); gli elementi terminali, la 'palpebra' vetrata in aggetto sul vuoto e il 'tappo' di chiusura contro la parete rocciosa, sono di fatto intercambiabili. Ma in realtà ogni componente è opzionale. Tale flessibilità promette un prototipo adattabile, potenzialmente, a qualsiasi contesto naturalisticamente sensibile, il cui approccio ecologico risiede (anche) in una notevole reversibilità, non certo in una mimesi naturalistica. Anzi, erede di una certa utopia tecnologica, LEAP irrompe nella natura in modo dichiarato e in punta di piedi a un tempo, come una Walking City (volante) e, allo stesso modo, 'discreta' e impermanente. Michele Calzavara, Architetto

 
Dovendo ridurre al minimo le operazioni in quota, da subito il progetto è stato pensato in moduli, realizzati a valle e trasportati da un elicottero 'standard'
 
Il motivo rosso a jacquard rende 
il bivacco ben individuabile a distanza, creando allo stesso tempo un richiamo all’iconografia tradizionale della montagna. L’involucro 
è un sandwich strutturale 
in pvc ad alta densità 
e vetroresina, stampato 
a infusione sotto vuoto

Il motivo rosso a jacquard rende il bivacco ben individuabile a distanza, creando allo stesso tempo un richiamo all’iconografia tradizionale della montagna. L’involucro è un sandwich strutturale in pvc ad alta densità e vetroresina, stampato a infusione sotto vuoto


Progetto: Luca Gentilcore (Gandolfi Gentilcore architetti), Stefano Testa (Cliostraat)
Team di progetto: Marilena Cambuli, Edoardo Boero
Brand identity LEAP: UN Design, Massimo Teghille
Strutture: Luca Olivari / Olivari Composite Engineering (strutture in compositi), Andrea Bruzzone (strutture generali)
Impianti: Carlo Sasso, EDF ENR spa, Giampaolo Pittatore, Enrico Pons
Geologi: Alberto Morino (nivologia e valanghe), Federico Valfrè di Bonzo
Cliente: CAI sezione di Torino, sottosezione SUCAI, scuola di scialpinismo
Area complessiva: 29 m2
Costo: 200,000 €
Fase di progetto: 09/2009—12/2010
Fase di realizzazione: 05/2011—10/2011
Aziende: Poligamma, GVM Arreda, Plat Andrea
Sponsor: Regione Autonoma Valle d'Aosta, Fondo Rifugi Club Alpino Italiano, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Gore-Tex, EDF ENR Solare

Gli interni sono finiti in pannelli compositi: sandwich isolanti con anima in balsa e pelle in multistrato di betulla

Gli interni sono finiti in pannelli compositi: sandwich isolanti con anima in balsa e pelle in multistrato di betulla


Dotato di sensori esterni 
e di connessione internet, 
il bivacco può registrare 
e trasmettere dati relativi alle condizioni meteorologiche

Dotato di sensori esterni e di connessione internet, il bivacco può registrare e trasmettere dati relativi alle condizioni meteorologiche


Un momento della fase di montaggio in quota. Nella parte esterna superiore della scocca sono integrati dei pannelli fotovoltaici per generare l’energia elettrica necessaria al bivacco, che viene convogliata in accumulatori situati sotto il pavimento. Il calore interno sviluppato dalle celle fotovoltaiche impedirà la formazione di ghiaccio e di accumuli nevosi. La batteria di accumulo delle celle, fornita da Fiam, sfrutta un principio di elettrolisi del sale marino ed è completamente ecologica

Un momento della fase di montaggio in quota. Nella parte esterna superiore della scocca sono integrati dei pannelli fotovoltaici per generare l’energia elettrica necessaria al bivacco, che viene convogliata in accumulatori situati sotto il pavimento. Il calore interno sviluppato dalle celle fotovoltaiche impedirà la formazione di ghiaccio e di accumuli nevosi. La batteria di accumulo delle celle, fornita da Fiam, sfrutta un principio di elettrolisi del sale marino ed è completamente ecologica