Make love not chairs - Design - Domus
DDW 2016. “For play – shaping sexuality”, vista della mostra. ph. Tommy Köhlbrugge
 

Make love not chairs

Tra conferme e nuovi talenti, la settimana del design di Eindhoven si conferma come uno dei momenti più intensi per valutare le recenti produzioni olandesi.

 

Design / Marco Petroni

Giunta alla quindicesima edizione, la settimana del design di Eindhoven si conferma come uno dei momenti più intensi per valutare le recenti produzioni offerte dalla comunità creativa olandese. Making of è il tema scelto quest’anno per fotografare il dinamismo di una disciplina che in Olanda è considerata, nonostante i cospicui tagli governativi, come un fattore strategico per lo sviluppo economico del Paese.

 

Si tratta di un evento molto atteso che interessa in maniera diffusa la città con il coinvolgimento di numerosi spazi, da quelli più istituzionali a quelli più underground. Gli ex stabilimenti della Philips, ora riconvertiti in spazi espositivi, studi di progettazione e centri culturali rappresentano il cuore pulsante della Design Week. Nell’area di Strijp si concentrano molte mostre, conferenze, concerti seguiti con interesse e curiosità da un pubblico trasversale composto, anche, da famiglie con bambini che vivono il design come linguaggio accessibile alle future generazioni. Proprio in uno di questi spazi recuperati a nuove funzioni si trova la sede di MU, centro culturale attento alle dinamiche transdisciplinari della contemporaneità. Attraverso format espositivi che intrecciano vari linguaggi dal design, alla moda, alla musica, all’architettura e ai nuovi media si propone come uno dei luoghi di produzione culturale più innovativi della scena olandese.

Lo conferma la mostra in programma durante la settimana, “For play – shaping sexuality” curata da Sanne Muiser e Tom Loois che hanno chiesto a trenta artisti e designer di tradurre la loro visione della sessualità. Emerge una proliferazione di immaginari che si alimentano nella ricerca di nuovi punti di vista sul corpo come potenziale e inesplorato universo di occasioni di progetto e di riflessione. Uniti dallo slogan Make love not chairs che campeggia in apertura del percorso espositivo i creativi coinvolti suggeriscono visioni che si legano a un’idea di progetto che va al di là del piacevole o vendibile: come un’attitudine che resta in primo luogo qualcosa di immanente che afferisce in presa diretta alla nostra quotidianità. E compito del designer autentico è di non esaurirne il mistero e svelarci mondi sempre nuovi.

DDW 2016. Alejandro Ceron, Los planetas

DDW 2016. Alejandro Ceron, Los planetas


Un profilo concettuale che viene restituito in particolare dal lavoro sviluppato a quattro mani dall’artista Margriet Craens e dal designer Lucas Maassen. Let’s stick together trasforma gli elementi d’arredo di un interno borghese in metafora delle relazioni umane attraverso l’ibridazione di funzioni femminili e maschili generando una convivenza tra i sessi più intima e aperta.

Sappiamo che play è uno dei termini più affascinanti della lingua inglese con il suo portato di significati aperti che passano dal giocare, al suonare, al recitare. Un termine dalle molte interpretazioni che viene preso come referente per declinare una delle proposte più seguite della Design Week ovvero Power Play del collettivo Dutch Invertuals curata da Wendy Plomp. L’energia del gioco o il potere di non prendersi troppo sul serio, come elementi di progetto che compongono nelle mani dei tredici designer coinvolti un paesaggio di proposte ad alta densità cromatica e dalla forte capacità evocativa.

È l’urgenza a manifestare nuove possibilità operative e concettuali a segnare i lavori di Bastiaan de Nennie, Carlo Lorenzetti, Daniel de Bruin, Wendy Andreu, Hongjie Yang, Michael Schoner, Remco van de Craats (Edhv), Helena Trindade, Emma Wessel, Tijs Gilde, Bram Vanderbeke, Milou Voorwinden e Roos Meerman. Esposti in una fascinosa e fitta griglia di sottili elementi in legno i progetti, pur nella loro diversità, sembrano accomunati dal desiderio di denunciare la perdita, la mancanza di contatto degli oggetti con la nostra vita quotidiana. Abbastanza emblematico è il lavoro di Carlo Lorenzetti che ci invita, come utenti della rotazione del suo dispositivo in pietra, a considerare che “il più grande cambiamento non è la tecnologia in sé, ma la percezione che abbiamo nei confronti della sua energia.” È il tentativo di creare una nuova consapevolezza, uno spazio di libertàlibertà, di dialogo più profondo con le cose che popolano il nostro quotidiano.

È nell’edificio della Witte Dame che si tiene l’evento più atteso della settimana del design olandese, ovvero la presentazione dei progetti finali degli studenti della Design Academy. “In need of” è il titolo scelto da Studio Formafantasma, curatori anche dell’allestimento. Un titolo e un concept che desiderano sottolineare come l’individuazione dei bisogni del nostro tempo passi attraverso lo scambio continuo tra i saperi, dalla condivisione delle informazioni, dalla dimensione individuale alla responsabilità collettiva. È uno sguardo consapevole su un contesto complesso e profondamente interconnesso quello che si staglia dopo aver interagito con una molteplicità di approcci che rispecchiano l’energia e l’entusiasmo degli studenti.

Eindhoven e l’Academy sono un punto di riferimento tra i più importanti della scena internazionale. Qui risiede una folta comunità di designer provenienti da ogni parte del mondo, un interessante melting pot che ogni anno si arricchisce di nuovi protagonisti.

Proviamo a segnalarne alcuni. Guarda all’ibridazione linguistica e culturale il progetto della cinese Jing He Tulip Pyramid. Nell’universo del progetto e della produzione globale la pratica dell’appropriazione o della copia è molto diffusa e non ha una regolamentazione definita. Attraverso la sovrapposizione di elementi provenienti dalla tradizione olandese e da quella manifatturiera cinese la designer analizza le possibilità offerte da questi processi di innesto non originale come strumento di produzione culturale in un senso più aperto. Falsi recuperati sul mercato cinese si innestano su vasi in ceramica con le note decorazioni di Delft creando un cortocircuito tra originale e copia. Jing He riflette, dunque, sulla sua identità di designer in un mondo globale dove il progetto deve confrontarsi con un processo di continua in/formazione e l’appropriazione dal catalogo della quotidianità globalizzata è salutata come possibilità di una progettazione ibrida capace di scardinare le rigidità geografiche e i confini disciplinari costruiti su basi considerate superate.

Punta all’utilizzo degli aghi di pino come materiale sostenibile e ampiamente disponibile in natura il progetto Forest wool di Tamara Orjola. Una serie di tappeti realizzati con trame di aghi di pino svelano l’alta qualità estetica di questo materiale a bassissimo costo. Invita a intrattenere un rapporto più tattile con il cibo Contatto di Giulia Soldati, risultato finale del suo percorso nel master in social design diretto da Jan Boelen. Mette al centro l’analisi e lo studio di un’economia del dono dove il cibo diventa un transfert diretto e intimo di gestualità, quasi come si trattasse di una coreografia fatta di gesti primari che ci permettono di sentire l’essenza originaria e particolare di ogni ingrediente.

Sono solo tre esempi che provano a restituire alcune delle linee generali di ricerca su cui si sono applicati con straordinaria energia tutti i nuovi laureati della Design Academy. Istituzione che ha sostenuto con la cura di Mathieu Meijers, Jurgen Bey, Bas van Tol e Thomas Widdershoven anche la mostra “Broken White” in programma al Van Abbe Museum. Nelle ampie sale del museo si snoda una fascinosa sequenza di opere che riflettono sulla capacità del colore di produrre effetti percettivi ed emotivi. Grazie alle nuove tecnologie e alle sperimentazioni su nuovi materiali anche l'aspetto dei colori cambia, si trasforma creando una mutevolezza di sensazioni e producendo contenuti, significati diversi. Le ricerche sui colori pastello di Scholten & Baijings dialogano con il nero assorbente dei vasi in vetro di Wieki Somers.

Completano il particolare allestimento di Broken white le opere, tra altri, di Walter van Beirendonck, ENVISIONS, Katharina Fritsch, Laurent Grasso, Hella Jongerius, Pierluigi Pompei, Vera de Pont, Benno Premsela, Jakob Schlaepfer, Patricia Urquiola, Maddalena Selvini, Studio Makkink & Bey, Bas van Tol.

Si segnala anche la bella mostra “Maarten Baas makes time” dove il designer propone un’ampia carrellata dei suoi lavori mettendoli in relazione con opere site specific realizzate da artisti, architetti e creativi nel tentativo di mostrare come il design può rappresentare un fattore unificante tra le diverse discipline. Come ultima segnalazione è da notare l’interessante crescita dell’esperimento off di Nacho Carbonell Sectie C” dove si concentrano le proposte di makers, autocostruttori e artisti che sperimentano nuove traiettorie di un design a basso contenuto tecnologico con un profilo più concettuale e artigianale. Tra questi si conferma l’interessante ricerca del designer spagnolo Alejandro Ceron che ha presentato una nuova collezione di lampade in silicone. Questi sono solo alcuni dei progetti di una scena vitale che continua a scommettere sul design come fattore di crescita non solo economica.

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