La prima sensazione è che la serie di cartoline raccolte da Domus per Project Heracles tenda a non esaurirsi. Come se le visioni ispirate da Lieven De Cauter e Dieter Lesage e poi incoraggiate dalla rivista fossero in grado di rigenerarsi. In realtà il numero delle ipotesi di progetto è limitato e si è fissato nello scorso luglio intorno alle 200 candidature, quando i risultati del progetto Heracles sono stati raccolti ed esposti al The Gopher Hole. A cosa è dovuta questa mia sensazione? Forse dalla reiterazione degli sguardi e dei commenti offerti nel corso dei mesi successivi dai diversi osservatori che si sono avvicendati sulle pagine web di Domus. Le letture e le interpretazioni dei progetti offerte dai diversi commentatori hanno prodotto un meccanismo interessante, giocato sulla persistenza delle immagini e sulla costruzione di un discorso. Troppo spesso le visioni progettuali, delle quali i media negli ultimi anni sono diventati voraci, vengano consumate nell'istante in cui si producono. A volte esse meriterebbero, invece, di essere in qualche modo digerite e lentamente assimilate. Le idee, le visioni hanno dei limiti precisi, non solo dettati dal formato della cartolina ma dettati dalla cultura che le produce e dal linguaggio che le esprime. Limiti che riguardano sia chi le elabora sia chi si suppone le raccoglierà. E lo stabilirsi di un confronto continuato tende, oltre a restituire dignità a quelle visioni, a dare loro lo spazio e il tempo di cui hanno bisogno.
Devo confessare che, nel comporre la mia selezione di cartoline, sono stato tentato dal prendere quelle delle quali non capivo troppo bene il senso. Avevo pensato di accogliere, quindi, l'invito di Giovanni Corbellini a sfruttarle come strumenti interpretativi. Una sorta di esercizio surrealista, peraltro per me non infrequente nel quotidiano confronto con progetti di architettura. Però, poi, ho pensato che questa strada, oltre a dichiarare troppo esplicitamente i miei limiti, avrebbe potuto offendere alcuni autori: ho quindi deciso di lasciare ai miei studenti il compito di esercitarsi con le ipotesi più criptiche e di misurare le ragioni di una mancata comunicazione. Mi sono orientato, allora, verso le soluzioni apparentemente meno architettoniche. Ho escluso i numerosi ponti e anche le città-ponte, per quanto esse costituiscano una serie interessante. E ho ricercato le visioni dotate di un messaggio più semplice, ma non per questo semplicistiche o ingenue.
Cartolina #65. [immagine in alto] Tra i numerosi fili tesi – ancora una volta, una sorta di passo indietro dal progetto? – e le rappresentazioni funamboliche ho preferito questo. Mi piace la nota ludica e trovo sufficientemente bizzarra la presenza di Helen Skelton, rubata a una performance nel Red Nose Day di Comic Relief. Qualche anno fa Alberto Iacovoni e ma0 avevano elaborato una riflessione sugli "omini" che abitano i fotomontaggi di molti progetti, soprattutto di concorso. Si è visto che esiste una vera e propria popolazione, nata nei magazine e ora cresciuta sul Web, che conosce da vicino, obliquamente, un'architettura che soffre sempre di più la distanza dalla gente.
Le idee, le visioni hanno dei limiti precisi, non solo dettati dal formato della cartolina ma dettati dalla cultura che le produce e dal linguaggio che le esprime. Limiti che riguardano sia chi le elabora sia chi si suppone le raccoglierà.
