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Shahar Livne: “La plastica diventerà un materiale nostalgico”

Ideatrice di un nuovo materiale chiamato Lithoplast, la designer israeliana ci parla del suo lavoro, del futuro della plastica e del ruolo del designer in epoca contemporanea.

Il metamorfismo è l’adeguamento mineralogico e strutturale delle rocce solide a condizioni fisiche e chimiche diverse da quelle in cui le rocce si sono formate originariamente. Questo è il processo che la designer israeliana Shamar Livne simula artificialmente per creare un nuovo materiale che deriva dalle plastiche di scarto, chiamato Lithoplast.

“Prima di tutto trovo un materiale che mi interessa, lo indago e cerco connessioni o storie interessanti, per capire quali sono le questioni etiche, politiche e culturali che porta in primo piano” racconta Livne, che dai suoi studi alla Design Academy di Eindhoven ha arricchito la sua pratica progettuale con i suoi interessi per le scienze naturali e umane.

“Fondamentali per la mia ricerca sono stati la scoperta dei Plastiglomerati, rocce di plastica che si sono formate naturalmente [scoperte dall’artista canadese Kelly Jazvac, ndr].” I suoi oggetti sembrano ritrovamenti archeologici provenienti da un’altra era, immaginando un futuro in cui la plastica sarà un materiale scarso e prezioso. Il suo obiettivo è farci guardare alla plastica da un’altra prospettiva e porre quesiti sul rapporto tra l’uomo e il materiale.

“Stiamo arrivando a quello che è stato definito come ‘il picco del petrolio’, che è una risorsa non rinnovabile, o che si rinnova molto lentamente. Ciò significa che prima o poi non potremo più produrre e utilizzare più la plastica. Ci sono già delle alternative, ma siamo ancora lontani dal raggiungere le performance di quello che a volte sembra un materiale magico. Non siamo dipendenti dalla plastica, ma in questo momento la nostra società si basa sulla plastica.”

La designer ha esposto la sua ricerca al Cooper Hewitt di New York in occasione della triennale intitolata “Nature”, che, in contemporanea alla XXI Triennale di Milano curata da Paola Antonelli, prova a creare un dialogo con un pubblico ampio: “La differenza tra le due è che ‘Broken Nature’ mostra le forze distruttive che agiscono sul pianeta, offrendo al contempo soluzioni ottimistiche e creando una sorta di invito all’azione; al Cooper Hewitt si espongono le opere dei designer come critica istituzionale a Trump e alla sua propaganda sul cambiamento climatico. Comunque, credo che entrambe abbiano un importante ruolo in questo momento.”

Compito del designer non è più (solamente) quello di disegnare nuovi oggetti d’uso, ma è anche educativo. “Credo non sia dovere dei designer quello di salvare il mondo. Non possiamo generare grandi cambiamenti. Questo è in mano ai politici. Ma come gli artisti, possiamo invitare il pubblico a una riflessione su un determinato tema e creare stimoli e strumenti nuovi per una comprensione di un mondo sempre più complesso”.

La designer ci suggerisce infine alcuni lavori contemporanei che indagano soluzioni alternative all’uso della plastica: “una ricerca importante è secondo me quella di Atelier Luma, che dalle alghe sviluppa un materiale alternativo alla plastica. È un progetto che parte dalle specificità del contesto e coinvolge la comunità locale, riuscendo ad avere un impatto locale e una rilevanza globale. Altro progetto di qualche anno fa [2011] è Botanica di Formafantasma, ma penso anche a tutto il lavoro che sta facendo Adidas nel mondo della moda, in particolare alla collaborazione con Stella McCartney.”

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