di Alessandro Scarano
All’ultima Milano Design Week, mentre vecchi ospedali militari diventavano set immersivi temporanei, i brand del lusso occupavano chiostri secolari, le listening room si trasformavano nelle nuove protagoniste del design e migliaia di persone facevano ore di coda per un gadget, una tote bag o un matcha omakase brandizzato, a conquistare molti non è stato un marchio. È stata una nazione.
Una nazione, l’Uzbekistan, che sta nel mezzo di una delle aree più strane del contemporaneo: abbastanza lontana da apparire ancora esotica agli occhi europei, abbastanza vicina da essere diventata negli ultimi anni una ossessiva meta degli avanguardisti weroader del turismo culturale post-Instagram. Georgia e Armenia hanno costruito soprattutto un immaginario fatto di monasteri, vino naturale, techno, montagne e lifestyle post-sovietico, l’Uzbekistan sembra aver scelto una strada più ambiziosa e probabilmente più rischiosa: usare arte, architettura e design non come semplice racconto nazionale, ma come infrastruttura del proprio futuro.
A Milano questa ambizione si percepiva fisicamente. Dentro Palazzo Citterio, “When Apricots Blossom”, il grande progetto costruito dall’Uzbekistan Art and Culture Development Foundation tra craft contemporaneo, installazioni immersive, materiali, spatial storytelling e paesaggio, occupava il palazzo come farebbe una biennale diffusa più che una presenza da Fuorisalone. Più che nei singoli oggetti, era nella costruzione complessiva del racconto che emergeva qualcosa di anomalo: il buio quasi cinematografico dell’interrato, l’installazione sulle scale, il grande padiglione centrale, il bar, gli zuccherini uzbeki offerti agli ospiti, il craft, i materiali, la sensazione quasi museale dell’intero dispositivo.
Elementi che, presi singolarmente, appartengono ormai al lessico standard della Design Week contemporanea. Ma che insieme producevano una sensazione diversa. Non quella di un’attivazione ben riuscita, ma di una macchina culturale. Quasi di una presenza statale. Come se dietro quella mostra ci fosse qualcosa di più grande di un semplice progetto espositivo.
Una visione complessa da mettere a terra anche soltanto dal punto di vista logistico e burocratico, racconta a Domus qualche settimana più tardi, tra un baccalà mantecato e bigoli in salsa veneziani, un rappresentante della Aac — la Architecture and Culture Agency che lavora insieme alla Acdf su parte dei progetti internazionali. E forse la vera vittoria dell’operazione milanese è che il padiglione resterà ancora a Milano per mesi. L’Uzbekistan ha capito che per lasciare davvero una traccia nel rumore della Design Week bisogna costruire infrastrutture narrative, non soltanto immagini.
Venezia come piattaforma
Poi arriva Venezia, appunto. Dove l’Uzbekistan ormai non appare più come una presenza emergente ma come un attore strutturale della geografia culturale della Biennale. E il fatto che il padiglione nazionale si trovi accanto a quello italiano, nel cuore dell’Arsenale, racconta già moltissimo.
Quest’anno il paese si presenta contemporaneamente con due progetti che sembrano parlare linguaggi diversi ma che in realtà ruotano attorno allo stesso asse: da una parte “The Aural Sea”, il padiglione nazionale all’Arsenale dedicato all’Aral Sea, che fa da ideale epigone della mostra in Design Week, costruito tra mito, ecologia e speculative futures; dall’altra “Instruments of the Mind”, la mostra a Palazzo Franchetti dedicata al grande artista uzbeko Vyacheslav Akhunov, che si aggira con totale nonchalance di un turista nella mostra a lui stesso dedicata, tra i collateral più intensi di questa Biennale.
Akhunov, figura centrale del concettualismo centroasiatico e memoria vivente del tardo Soviet, sembra quasi incarnare il controcampo storico dell’intero progetto culturale uzbeko contemporaneo. Le sue opere — tra slogan sovietici, torri di scatole di fiammiferi, installazioni linguistiche e strutture precarie — parlano continuamente di ideologia, propaganda, memoria, sistemi, sopravvivenza. Ma mentre la mostra ruota chiaramente attorno a lui, diventa evidente che una parte dell’energia relazionale e organizzativa della serata ruoti anche attorno a Gayane Umerova.
Per noi era importante smettere di parlare soltanto della catastrofe. Basta parlare solo di questo. Non possiamo concentrarci sempre sugli aspetti negativi. Dobbiamo dare delle soluzioni.
Gayane Umerova, Uzbekistan Art and Culture Development Foundation
Chairperson della Acdf e figura direttamente legata all’apparato istituzionale uzbeko, Umerova è una delle persone che negli ultimi anni hanno costruito il nuovo ecosistema culturale del paese. Abito chiaro, tono controllato, gentilezza misurata, si presenta esattamente come ci si potrebbe aspettare da una certa tradizione manageriale post-sovietica: preparata, solidissima, perfettamente dentro il proprio ruolo. Mai un sorriso di troppo, mai quella ricerca di empatia performativa che domina gran parte del sistema curatoriale occidentale contemporaneo.
“Quando abbiamo fondato la fondazione nel 2017”, racconta, “è diventata la casa di tutte queste iniziative: programmi per i giovani, infrastrutture culturali, dialogo con l’esterno, diplomazia culturale. Tantissimi livelli.” E infatti la parola che ritorna continuamente nella conversazione è “infrastructure”, infrastruttura.
Costruire infrastrutture culturali
Non aspettatevi dalla Acdf una fondazione culturale nel senso europeo del termine. È qualcosa di più capillare e più vasto: una macchina di diplomazia culturale, un acceleratore di infrastrutture creative, quasi un ministero parallelo della trasformazione culturale del paese. Non soltanto mostre o padiglioni, ma ecosistemi. Non singoli eventi, ma piattaforme permanenti.
“È importante essere sulla stessa lunghezza d’onda del resto del mondo”, dice Umerova. “È importante avere la possibilità di presentare il proprio paese e creare queste piattaforme di dialogo.” E ancora: “Per paesi in via di sviluppo come il nostro è importante esserci.”
“Qui”, naturalmente, significa Milano e Venezia. Non semplicemente città italiane, ma piattaforme di legittimazione globale. Luoghi in cui oggi si costruisce una parte dell’immaginario contemporaneo internazionale. E l’Uzbekistan sembra averlo capito molto bene.
Le iniziative della Acdf si muovono simultaneamente su più livelli: il nuovo Centre for Contemporary Arts di Tashkent progettato da Studio KO; il gigantesco National Museum of Uzbekistan firmato da Tadao Ando; la Bukhara Biennial; i programmi sull’Aral Sea; le collaborazioni con Louvre, British Museum, Uffizi, Arab World Institute; il progetto di ricerca Tashkent Modernism XX/XXI nato dopo la demolizione della House of Cinema di Tashkent nel 2017. Ma soprattutto: i giovani.
“Ci sembra quasi il nostro destino investire nei giovani”, dice Umerova. “Abbiamo una generazione giovane. Dobbiamo darle delle soluzioni.” E subito dopo aggiunge qualcosa che probabilmente è il vero manifesto operativo dell’intero progetto: “Stiamo costruendo una economia creativa.”
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Tadao Ando Architect & Associates, National Museum of Uzbekistan, Tashkent, on going
Render by Tadao Ando Architect & Associates. Courtesy of Uzbekistan Art and Culture Development Foundation
Tadao Ando Architect & Associates, National Museum of Uzbekistan, Tashkent, on going
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Tadao Ando Architect & Associates, National Museum of Uzbekistan, Tashkent, on going
Sketch by Tadao Ando Architect & Associates. Courtesy of Uzbekistan Art and Culture Development Foundation
Qui improvvisamente tutto si collega: craft, turismo, design, arte contemporanea, musei, biennali, scuole, residenze, archivi, ricerca, infrastrutture. L’Uzbekistan si presenta come una nazione giovane che prova a costruire una propria economia culturale contemporanea prima ancora che una semplice immagine internazionale.
“Stiamo cercando di sostenere sempre più giovani talenti perché restino dentro questo settore”, continua Umerova. “Per evitare che si trasferiscano all’estero o cambino completamente ambito.”
Ed è probabilmente qui che il progetto uzbeko smette di sembrare una semplice operazione di soft power e inizia ad apparire come qualcosa di più strutturale: un tentativo di costruire un ecosistema culturale contemporaneo abbastanza forte da trattenere competenze, creare lavoro, produrre immaginario e ridefinire la posizione del paese dentro una geografia culturale sempre meno eurocentrica.
Tashkent come origine invisibile
Tashkent è il punto di origine invisibile di tutto questo. Per un pubblico europeo, l’Uzbekistan continua a evocare soprattutto la Silk Road, Samarcanda, le cupole turchesi e un certo orientalismo archeologico. Ma il progetto culturale costruito dalla Acdf sembra voler spostare il focus altrove: sul modernismo sovietico, sulle infrastrutture climatiche, sui centri scientifici brutalisti, su un’intera stagione architettonica che in molti altri paesi post-sovietici è stata rimossa o lasciata decadere.
“L’Uzbekistan ha una enorme eredità architettonica” dice Umerova. Ed è difficile per una rivista come Domus non percepire immediatamente una certa vicinanza culturale con questo immaginario fatto di grandi infrastrutture moderniste, urbanistica, ricerca climatica, monumentalità sovietica e nuove icone globali. In fondo Tashkent Modernism XX/XXI nasce proprio da una perdita: la demolizione della House of Cinema nel 2017. Da lì prende forma un gigantesco lavoro di ricerca, archiviazione, tutela e rilettura del modernismo uzbeko che oggi sta lentamente trasformando Tashkent in uno dei casi più interessanti di riscoperta architettonica post-sovietica.
E dentro questa traiettoria il futuro museo nazionale firmato da Tadao Ando appare quasi come un climax inevitabile. Un progetto enorme — oltre 40mila metri quadrati, destinato a diventare il più grande museo dell’Asia Centrale — che vuole inserire l’Uzbekistan dentro una nuova geografia culturale globale senza cancellarne le stratificazioni precedenti. Non un piccolo museo “di qualità”, ma un landmark monumentale pensato per ridefinire il ruolo culturale dell’intera regione.
“Non solo geografia, ma storie, tracce, la Via della Seta”, dice Umerova parlando delle connessioni che l’Uzbekistan sta cercando di costruire tra Asia Centrale, America Latina, Medio Oriente e Global South. Ed è interessante che il suo linguaggio torni continuamente sulle connessioni, sulle reti, sugli ecosistemi. Mai sulla nostalgia.
Il lago d’Aral come infrastruttura narrativa
Se Tashkent è l’identità urbana del nuovo racconto uzbeko, con le sue architetture moderniste e la proiezione verso un futuro fatto di grandi infrastrutture culturali, c’è un’altra area che quest’anno sembra diventare il cuore teorico ed emotivo dell’intero progetto: l’Aral Sea. Una delle aree ecologicamente più fragili del pianeta. Il cuore malato di un paese che ha scelto di trasformare la propria vulnerabilità in piattaforma culturale.
Alla Design Week il racconto passava attraverso materiali, craft, installazioni e spatial storytelling; alla Biennale Arte attraverso “The Aural Sea”, il padiglione nazionale costruito tra mito, ecologia e speculative futures. Due manifestazioni diverse dello stesso racconto. E soprattutto una scelta consapevole. “Abbiamo deciso di dedicare quest’anno all’Aral.”
È probabilmente qui che il progetto uzbeko diventa davvero interessante. Perché invece di nascondere una ferita territoriale la mette al centro della propria infrastruttura narrativa contemporanea. “Per noi era importante smettere di parlare soltanto della catastrofe”, dice Umerova. “Basta parlare solo di questo. Non possiamo concentrarci sempre sugli aspetti negativi. Dobbiamo dare delle soluzioni.”
Quando abbiamo fondato la fondazione nel 2017 è diventata la casa di tutte queste iniziative: programmi per i giovani, infrastrutture culturali, dialogo con l’esterno, diplomazia culturale. Tantissimi livelli.
Gayane Umerova
E così l’Aral Sea smette di essere soltanto un simbolo di collasso ecologico e diventa piattaforma culturale: Aral School, Aral Culture Summit, ricerca sui materiali, biodiversità, nuove energie, educazione, arte contemporanea. “Non stiamo costruendo programmi isolati, ma un ecosistema in cui la creatività possa prosperare nella regione dell’Aral e in tutto l’Uzbekistan.”
Persino il padiglione dell’Arsenale nasce da questa logica infrastrutturale: non affidato a una superstar curatoriale internazionale, ma costruito attraverso la Bukhara Biennial Curatorial School, una scuola di curatela creata dalla Acdf per formare una nuova generazione di curatori tra Uzbekistan e Asia. In altre parole: il processo stesso di costruzione curatoriale diventa parte del progetto nazionale.
Come ogni grande operazione culturale sostenuta da uno Stato, anche quella uzbeka si muove inevitabilmente in una zona ambigua tra diplomazia, rappresentazione e produzione reale. Ma liquidare tutto come semplice artwashing significherebbe ignorare la quantità di infrastrutture, ricerca, committenza e programmi pubblici che la Acdf sta effettivamente producendo. L’orizzonte, per Umerova, sembra chiarissimo. E completamente aperto. “La domanda è cosa potrebbe diventare questa regione”, dice poco prima di salutarmi, mentre il brusio del preopening continua a scorrere dentro Palazzo Franchetti.
La Biennale, intanto, è appena iniziata.
Immagine di apertura: Garden Pavilion ‘Deconstructed Yurt’ by Kulapat Yantrasast e Why Architecture, Palazzo Citterio. When Apricots Blossom, Milan Design Week 2026. Courtesy of Acdf.
