Subendo: eliporti pubblici a San Paolo

Nel guerrilla workshop di design e fotografia di Antonio Ottomanelli e Paola Villani, gli abitanti del barrio Bela Vista hanno creato una mappa di possibili eliporti pubblici, per riscoprire una metropoli dove la ricchezza viaggia oltre il trentesimo piano.

San Paolo contende con New York il primato del maggior numero di eliporti privati. Qui, la maggior parte della ricchezza è sollevata da terra. In due settimane del guerrilla workshop Subendo, Antonio Ottomanelli e Paola Villani con gli abitanti del quartiere Bela Vista di San Paolo, hanno domandato a coloro che vivono più vicini al suolo: "Dove vorresti andare se avessi un elicottero?", e hanno dato vita a una serie di eliporti spontanei e inaspettati per tutta la città. Il seminario si è svolto dal 25 aprile al 2 giugno e ha coinvolto i passanti per la strada, culminando in Praça da Sé, dove è stato girato il video qui sotto. Il progetto si è svolto in collaborazione con l'associazione NovOlhar, SeHab da Cidade de São Paulo, São Paulo Calling, e IRA-C interaction research architecture in crisis context. San Paolo è la prima città scelta per il progetto; nuovi workshop sono in programma a Tripoli, New York e Baghdad.

Cosa succede quando si comincia a salire?
Che San Paolo sia enorme è un fatto noto. Ma è anche il primo vero motivo di sconcerto per chi vi arriva. È una metropoli infinita, che continua la sua espansione in densità e superficie e che, con fatica, tiene dietro alla complessità delle problematiche che questa immensa folla in movimento comporta. Per chi può permetterselo, la città cresce in verticale, in mastodontici edifici a torre, proiettati verso il cielo, che sono ben più che simboli di un'ascesa sociale destinata a lasciare i più a livello del suolo. Sulle cime di queste torri, poggia un numero di eliporti da primato mondiale. Esiste una quota di città, quindi, che si sposta e vive al di sopra del trentesimo piano.

Per chi non può permettersi un appartamento, la città cresce invece in orizzontale, nelle favelas, nei cortiços, sulla strada. Divisa da un'impietosa disparità sociale che, agli attici, contrappone l'affitto delle stanze di pensioni, che spesso non contemplano nemmeno la possibilità di usare gli spazi comuni sui tetti. Ci siamo chiesti cosa accadrebbe se questa folla orizzontale rivendicasse gli spazi dai quali è esclusa, se prendesse possesso di simboli che non le appartengono, osservando la città da un nuovo punto di vista.



In queste due settimane a San Paolo ci siamo interrogati su quale fosse la struttura del centro e su quale fosse la percezione e la consapevolezza del territorio vissuto e abitato da ogni singolo individuo. Quale fosse la natura della convivenza, così fisicamente stretta e così reciprocamente indifferente di questi frammenti disomogenei. E da cosa fossero garantite a livello sociale queste gated comunity che, se anche non sono architettonicamente separate, si appoggiano evidentemente a strumenti più invisibili, ma altrettanto efficaci.

Antonio Ottomanelli, Paola Villani con gli abitanti del barrio di Bela Vista, Subendo, workshop di guerrilla design photography, San Paolo

Abbiamo organizzato diversi laboratori, che ci mettessero a confronto con alcuni di questi tasselli urbani, abbiamo ragionato sugli strumenti propri del nostro lavoro: fotografie e video. Queste officine sono state organizzate con il supporto della Prefettura, all'interno del circuito Sao Paulo Calling, in collaborazione con alcuni centri di assistenza sociali del centro di San Paolo e, in Italia, con IRA-C. I modelli d'indagine utilizzati erano quelli già consolidati da esperienze pregresse, come nel progetto Mapping Identity, perché fosse possibile un confronto tra i territori e un dialogo tra i materiali raccolti. Nello specifico, abbiamo lavorato su tre diversi livelli laboratoriali.

Il primo livello è quello legato al racconto di una città senza memoria, con un'assoluta mancanza di conservazione delle tracce storiche nella sua architettura e con una rimozione del proprio passato coloniale e rurale. Ma che, allo stesso tempo, non può che conservarlo nei ritratti dei suoi abitanti, meglio in quelli più anziani, che portano sul viso la testimonianza di una mescolanza razziale e di una storia imponente di immigrazione. Questo incontro è diventato un progetto di micro-narratività individuale, realizzato con un gruppo di anziani del Cresi.

Manuale d'istruzioni di Subendo

Private monuments
Un disegno di mappe realizzate da abitanti di corçisos. In questo contesto sembrava particolarmente importante che il racconto passasse attraverso la descrizione di una planimetria, una visione che si realizza a livello esperienziale a partire da una posizione sopraelevata, in questa città, possibile solo dai piani più alti e dai terrazzi dei maggiori edifici. E un lavoro fotografico e performativo, che raccogliesse queste esperienze e le incanalasse in una domanda, prendesse una simbolica posizione dentro ad uno spazio pubblico sia in senso fisico che politico, per una scalata che fosse soprattutto una riappropriazione di ciò che deve essere comunitario: Subendo.

Antonio Ottomanelli, Paola Villani con gli abitanti del barrio di Bela Vista, Subendo, workshop di guerrilla design photography, San Paolo

Subendo è il contenitore di azioni performative finalizzate a uno scatto, realizzate con un gruppo di lavoro raccolto intorno al centro di assistenza sociale Novolhar composto da persone di diverse età anagrafiche, per la simbolica costruzione di nuovi eliporti pubblici. I luoghi scelti avevano tutti in comune una diversa distorsione dell'idea di pubblico: l'ultimo piano del Predio Martinelli è pubblico, ma non accessibile; il tetto di rua Paim è la cima di uno dgli edifici a più elevata densità abitativa, l'area del tetto è chiusa da un lucchetto perché considerata pericolosa; Praça de Se è la piazza simbolo del centro, incrocio metropolitano pubblico e pedonale tra i più attraversati e frequentati. L'ultimo appuntamento riguarderà il Prestes Maia, il più alto slum verticale dell'america latina e simbolo della lotta dei sen tetto. Questo lavoro, evidentemente, non può prescindere dalla realtà di questi ultimi anni, in cui la rivendicazione del pubblico è spesso stata confusa con l'occupazione, con una violenza o un'invasione. Come il luogo in cui si manifestano conflitti. Subendo è il termine portoghese che indica il salire. Ma lo stesso suono, in italiano, indica lo stare sotto che rende necessaria una rivolta. Subendo pone quindi un interrogativo sociale, una domanda aperta a un gesto fantastico e simbolico, che abbiamo rivolto ai nostri studenti, ma che deve essere rivolto anche agli oltre 11 milioni di abitanti di San Paolo. Per questo, il progetto prevede una open call, che è il tentativo di fare di questa domanda un vero interrogativo pubblico, che in questo caso usa il segno dell'eliporto, ma che può mutare e muterà, a seconda delle caratteristiche e delle esigenze del luogo. Ci saranno altri appuntamenti infatti, a distanza di circa 50 giorni uno dall'altro: Tripoli, New York e poi Baghdad. Per continuare a porre domande. Antonio Ottomanelli

Antonio Ottomanelli, Paola Villani con gli abitanti del barrio di Bela Vista, Subendo, workshop di guerrilla design photography, San Paolo
Antonio Ottomanelli, Paola Villani con gli abitanti del barrio di Bela Vista, Subendo, workshop di guerrilla design photography, San Paolo
Antonio Ottomanelli, Paola Villani con gli abitanti del barrio di Bela Vista, Subendo, workshop di guerrilla design photography, San Paolo
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