Fulvio Irace

Domus 1025. Fabbrica Italia

Domus giugno 2018 si concentra sul meglio della fabbrica e della manifattura italiana e sul rapporto con i territori dove il lavoro si svolge. L’editoriale di Fulvio Irace.

Dopo Non c’è Italia senza spine (Domus 1013, maggio 2017), con Fabbrica Italia prosegue il viaggio di Domus nell’Italia del lavoro: un tour del Paese, che ogni anno condurrà i nostri lettori alla scoperta della specificità di un “modo italiano” nel declinare i temi della fabbrica e della manifattura, in uno stretto rapporto con il territorio, fisico e culturale, dove il lavoro si svolge. Una tesi che sembra un paradosso nell’epoca del mercato globale, dove i luoghi di produzione sembrano inghiottiti dalle sabbie mobili della delocalizzazione, scomparsi in territori vaghi o lontani, quasi non popolati da individui, ma da un’astratta mano d’opera che emerge da questo fondo scuro solo per la denuncia di condizioni di lavoro da capitalismo selvaggio.

Su cosa si fonda dunque la peculiarità del “modo italiano”? Innanzitutto su una cultura del territorio e dei suoi attori locali radicata nella secolare tradizione delle mille città; quella descritta nel 1858 da Carlo Cattaneo nel suo monumentale saggio La città considerata come principio ideale delle storie italiane. In Italia, nonostante tutto, la ‘carta’ non è più importante del ‘territorio’, come in un noto romanzo di Michel Houellebecq, dove il protagonista, l’artista Jed Martin, elabora le sue opere a partire dalle carte della guida Michelin, ritenendo la rappresentazione più interessante del reale.

Illustrazione di Mauro Bubbico
Illustrazioni di Mauro Bubbico

Entrando negli stabilimenti proposti in queste pagine, ci si accorge subito che ognuno di essi è l’epicentro di un territorio che non si può sublimare nell’astrazione della sua rappresentazione grafica: ognuno di essi, invece, è nodo di una filiera che non è fatta solo di altre fabbriche e di macchine, ma anche di un ambiente culturale che si esprime nei luoghi d’arte e nei musei, nei paesaggi, nelle scuole: insomma, nelle abitudini e negli stili di vita. Che si rispecchiano nel piccolo universo di fabbrica, espressione, di volta in volta idiosincratica, di un capitalismo innovativo, in cui l’ambizione del capitano d’industria corrisponde a quel carattere regionalistico e, anzi, quasi ‘cittadino’ della nostra storia nazionale.

Presentiamo in questo numero infatti tante possibili declinazioni della “fabbrica Italia”, includendo nel concetto di produzione non solo i beni materiali, ma anche, e forse soprattutto, quelli culturali. Nel 1861, ancora Cattaneo aveva posto questo principio alla base del suo ritratto dell’Italia produttiva, così descrivendolo: “Non v’è lavoro, non v’è capitale, che non cominci con un atto d’intelligenza”.

Oltre la “fisica della ricchezza”, Cattaneo faceva valere la “psicologia della ricchezza”, quel valore aggiunto creativo che non si può misurare con la statistica delle quantità, ma rimane il lievito che rende possibile differenza e unicità. Rivendicare il primato delle idee è affermazione di straordinaria attualità, che ben calza alla rete di queste nostre imprese capaci di reinventarsi a partire da se stesse, alle start up che fanno dell’innovazione creativa il punto di contatto con il mondo, alle filiere produttive che segnano nelle regioni italiane la persistenza di saperi radicati nei territori, alle fondazioni: industrie che (parafrasando Gio Ponti) si “innamorano dell’arte”, contribuendo a valorizzare il patrimonio e a costruire l’heritage del futuro.

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