Nicola Di Battista

Congedo da Domus

Nel suo ultimo editoriale, Nicola Di Battista si congeda dai suoi lettori e riflette sul futuro delle riviste cartacee. Hanno senso – sostiene – se sono capaci di far conoscere progetti, prodotti e pensieri, ma anche di raccontare le storie che li sottendono.

Sì, caro lettore di Domus oggi è un giorno particolare per me, perché mi accingo a scrivere l’ultimo editoriale della mia direzione di questa rivista. Il pensiero corre subito al mio primo editoriale, scritto ormai qualche anno fa.

Di colpo, e come per incanto, tutti gli altri editoriali scompaiono, non capisco cosa succede, ma mi sembra di rivivere la stessa frenesia e inquietudine di quei lontani momenti. Il tempo passato da allora magicamente si dissolve e si fa pressante in me l’idea che io debba fare i conti, adesso, con quanto detto in quel primo editoriale e solo con quello.

Sento la necessità e l’urgenza di farlo, e questo sovrasta e annulla tutti gli altri pensieri.

La mia principale preoccupazione, all’inizio di questa esaltante avventura, era capire come sarebbe stata la mia Domus, come si sarebbe configurata la nuova Domus, in cosa sarebbe stata diversa dalle altre che l’avevano preceduta: in poche parole, come avrei cambiato Domus. Per un po’ devo ammettere che ho coltivato la ‘presunzione’ di cambiare Domus e, solo oggi, mi rendo conto invece che è stata Domus a cambiare me, più di quanto io non sia riuscito a fare con essa.

A dire il vero, però, questa presunzione – sorta probabilmente dall’esigenza di cambiamento dovuto all’avvicendamento della direzione –, non mi ha mai convinto pienamente, non è mai riuscita a essere la mia principale preoccupazione di quei momenti, partendo dal presupposto, chiaro da subito, che il lavoro che mi accingevo a iniziare avrebbe fatto i conti non solo con me e con i miei collaboratori, ma, al contrario, con la lunga storia della rivista. La Domus non era, dunque, una storia solo nostra, ma una storia collettiva; una storia oltretutto che ormai apparteneva a tutti, una storia che io non avevo nessuna voglia di cambiare, semmai di portare avanti, quello sì.

Posso dire oggi che questa ferma convinzione di trovarmi di fronte a un contenuto così speciale – frutto di un incredibile lavoro, di tanto impegno, di tanta passione, di tanta competenza –, realizzato da così tante persone nel tempo, ha determinato tutto il resto e neanche per un istante abbiamo pensato che la grande storia collettiva di Domus potesse essere per noi un ostacolo, un peso, un limite al nostro lavoro; piuttosto, abbiamo considerato tutto questo un incitamento a fare meglio e un’ineludibile responsabilità con cui fare i conti.

È incredibile come, adesso, tutto questo mi appare molto più chiaro di allora e, in fondo, a pensarci bene, dover cambiare Domus non era un mio problema, quindi la presunzione di cui ho parlato sopra è durata un tempo molto limitato, lasciando senza indugi spazio alla vera questione che sentivo di dover affrontare: il “che fare”.

Abbandonata così l’idea di dover cambiare solo per cambiare, di fare nuovo per il nuovo, di usare la parola cambiamento come una superstizione per farla franca, restava il problema del “cosa fare”.

E allora, cari lettori, non rimaneva altro che ripartire da voi: dai lettori di Domus. In fondo fino al momento di prendere la direzione della rivista anch’io ero uno di voi, un lettore – cosa che da domani oltretutto tornerò a essere –, di Domus e non solo, quindi questo ripartire da voi mi era congeniale. In quel momento, però, quello che sembrava molto facile da dire diventava poi, per paradosso, incredibilmente difficile da realizzare. Che cosa vuol dire ripartire dai lettori? Non certo pubblicare quello che loro si aspettano che sia pubblicato, o almeno non solo quello; neanche pretendere però di parlare loro di tutto. Il vero problema era come affrontare di petto la questione del nostro tempo: l’informazione.

L’informazione, nella nostra epoca, ha compiuto una rivoluzione copernicana: è diventata globale, capillare, infinita e ossessiva, ma a ben vedere questo è vero solo in apparenza perché alla fine, paradossalmente, ci accorgiamo di non essere più informati di prima. Infatti, come ben sappiamo, il nostro problema di esseri umani è solamente quello di riuscire ad avere ciò che ci serve e quando ci serve; un’informazione, dunque, commisurata alle nostre capacità fisiche e mentali, certo aumentate oggi notevolmente dalle innovazioni tecnologiche, ma pur sempre limitate. Perciò, sapere che è disponibile e a portata di mano un’infinita quantità di informazioni cui poter attingere ci procura solo frustrazione e angoscia e non benessere.

Allo stesso tempo sappiamo che quello cui riusciremo ad arrivare nel corso della nostra vita sarà solo una piccolissima parte di essa, mentre di tutto il resto non sapremo mai niente: tutto il resto rimarrà oscuro e inibito alla nostra conoscenza.

Ricordiamo bene come solo pochi anni fa la nuova ideologia di Internet entrava nella nostra vita con lo slogan accattivante che tutto è nella Rete e tutto, per noi, era a portata di mano. Questo in realtà era vero: era una verità inconfutabile, non era una bugia. Ci siamo poi accorti, però, a nostre spese, che c’era sì veramente tutto, ma anche il contrario di tutto, senza nessuna distinzione di sorta, se non quella dettata dai vari algoritmi che facilitano o meno la ricerca di questo o di quello. Ma questa è un’altra storia.

Noi non siamo interessati a sapere tutto o ad avere tutto, ma piuttosto a sapere e avere quello che ci interessa, quello di cui abbiamo bisogno in un certo momento e quello soltanto, non altro.

Da questo punto di vista, ci si può facilmente rendere conto della bolla realizzata dalla iper-informazione solo nel momento in cui cerchiamo qualcosa di particolare e non lo troviamo. Il ‘tutto’ non ci interessa, anche esistesse davvero, e noi non lo crediamo affatto, non ha niente a che fare con la nostra vita di esseri umani: il tutto è una dimensione completamente inadeguata all’uomo, inventata per sottometterlo, per inibirlo e non per liberarlo.

Abbiamo immaginato una rivista capace, sì, di far vedere e conoscere progetti, prodotti, pensieri che il nostro tempo produce ma, soprattutto, di raccontare le storie che li rendono possibili, le storie che li sottendono.

A queste condizioni, mentre intorno a noi il dibattito ruotava tutto sul fatto se avesse ancora senso, o meno, fare delle riviste cartacee, o al contrario bisognasse portare ormai tutto sul web – dibattito che, a dire il vero, non ci ha mai veramente appassionato – abbiamo deciso che la cosa migliore fosse pensare ai lettori e niente altro. Così abbiamo fatto e, da lettori noi stessi, ci siamo chiesti: che cosa ci manca? Di cosa sentiamo il bisogno? Che cosa vorremmo avere che oggi non troviamo nell’editoria che si occupa dei nostri settori disciplinari? Per rispondere a queste domande abbiamo immaginato una rivista capace, sì, di far vedere e conoscere progetti, prodotti, pensieri che il nostro tempo produce ma, soprattutto, di raccontare le storie che li rendono possibili, le storie che li sottendono. Abbiamo capito di essere ormai da molto tempo orfani di queste storie, di cui sentivamo un grande bisogno. Per questo ci siamo messi a cercarle e a raccontarle, sempre con spirito di verità, per quello che erano, niente di più ma neanche niente di meno; con meticolosità e perseveranza, con passione e dedizione, abbiamo messo perciò tutta la nostra competenza e la nostra capacità di ascolto al servizio di queste storie e non il contrario. Abbiamo raccontato, così, storie di architetti, di designer, di artisti, di grafici, di imprenditori, di galleristi, di studenti e di altri ancora, senza preclusione o preconcetti, con la sola volontà di conoscere meglio cosa si celava dietro ai progetti che danno forma al tempo attuale. Ed è così che, noi per primi, abbiamo incontrato gradite sorprese, nuovi amici, nuovi compagni di strada; ma anche ricevuto inaspettati regali come quello fattoci da Achillina Bo e da un suo pensiero – diventato il titolo di una piccola ma bella mostra, realizzata per celebrare il centenario della sua nascita –, che recitava: “Tutto quello che volevo era avere Storia”. Proprio questo desiderio inappagato aveva spinto a suo tempo la giovane Achillina a lasciare Milano, la città dove viveva e lavorava, e anche l’Italia, per andare a stabilirsi in Brasile alla ricerca di quella storia che qui non trovava.

Anche noi con lei, oggi, abbiamo avuto lo stesso desiderio e lo abbiamo soddisfatto cominciando a rivelare alcune di queste storie e a raccontarle ai nostri lettori: prima poche, poi, a mano a mano, sempre più numerose, fino a diventare tante; e oggi, siamo certi, ancora molte altre sono lì, a portata di mano, che attendono e non aspettano altro che di essere narrate.

A poco a poco si è formata, in questa maniera, quasi una sorta di comunità, trasversale ed eterogenea, composita e inaspettata, di persone lontane tra loro, ma a volte molto più vicine di quanto esse stesse avrebbero potuto immaginare.

In questa maniera, la nostra principale attività è diventata perciò quella di trovare storie concrete e raccontarle ai nostri lettori, per questo le notizie in quanto tali non sono state al centro dei nostri interessi, salvo quando il loro contenuto sosteneva le storie, quelle vere, di persone vere che, con il loro lavoro, la loro attività, il loro pensiero, i loro prodotti, hanno contribuito e contribuiscono a configurare il mondo attuale.

Abbiamo così imparato che dietro i pensieri, le azioni, i prodotti – oggi sempre più omologati in tutte le parti del mondo – ci sono le persone in carne e ossa, ognuna diversa dall’altra e mai una uguale all’altra; ora sono proprio queste persone che fanno la differenza e impediscono la omologazione e oggi, a posteriori, possiamo dire che il lavoro fatto sulle pagine di questa Domus rappresenta proprio una possente azione in difesa dell’uomo.

Contro la città dei clienti, chiusa e settaria, c’è ancora oggi bisogno di lavorare alla città dell’uomo, aperta e ospitale, per tornare di nuovo a progettare per gli uomini ancora prima che per i clienti.

Quello che a priori, in quel primo editoriale del lontano settembre del 2013, avevamo fissato dover essere la nostra principale urgenza, cioè la costruzione di un nuovo punto di vista sull’architettura, possiamo dire che è stato realizzato, ed è stato fatto compiendo una precisa scelta di campo capace di rimettere l’uomo al centro del nostro interesse e con esso anche le comunità in cui vive e lavora; questo obiettivo crediamo resti ancora oggi per noi quello più importante da perseguire con tenacia e perseveranza, anche se da allora molte cose sono cambiate.

Contro la città dei clienti, chiusa e settaria, c’è ancora oggi bisogno di lavorare alla città dell’uomo, aperta e ospitale, per tornare di nuovo a progettare per gli uomini ancora prima che per i clienti. La città dell’uomo ha rappresentato per noi, allora come ora, una precisa scelta di campo, tesa a chiarire da subito, senza possibili fraintendimenti quello che sarebbe stato il centro d’interesse primario della nostra rivista. Ancora oggi ci sentiamo di poter affermare la validità di questa scelta che continuerà a indirizzare il nostro pensiero anche in futuro e sostituendo, semplicemente, le parole “della nostra rivista” con “la nostra vita” ci accorgiamo che le prospettive possono addirittura diventare più ampie, passando dal concetto di uomo a quello di ‘comunità’.

La città dell’uomo è qui da noi intesa principalmente come alternativa, possibile e perseguibile, alla città dei clienti, che si sta purtroppo diffondendo oggi nel mondo come unica maniera di vivere su questa Terra. Per questo oggi il nostro appello è rivolto a tutti, a tutti quanti vogliano condividere il desiderio di costruire un mondo migliore.

È possibile.

Ecco, quel “è possibile” detto nell’ormai lontano settembre del 2013 era in realtà un atto di fede, una speranza, che avremmo voluto vedere realizzata subito; nostri desiderata che, a priori, fortemente cercavamo, pur sapendo che in quel momento mancavano le condizioni perché la costruzione di un mondo migliore potesse tornare in cima agli interessi dei Popoli. Alle condizioni date non era possibile operare un vero cambiamento e l’unica cosa che si poteva fare era preparare tutto quanto lo avrebbe reso possibile, quindi operare un lavoro il cui obiettivo finale non era operativo, ma qualcosa di simile a una tensione al cambiamento; in quel momento l’unico lavoro da fare era tendere a un possibile cambiamento, rimandando a un periodo migliore la sua realizzazione.

Questa volta, quel “ora si può” è reale e a portata di mano, non un’utopia o un desiderio sognato e irraggiungibile.

Oggi è tutto cambiato, la delusione di quanto succede nel nostro mondo attuale è forte e ormai abbastanza condivisa e generalizzata; una delusione che ci spinge e ci obbliga a prendere atto della cattiva maniera che abbiamo avuto di abitarlo e ci costringe a immaginare delle alternative a quanto fatto sinora; alternative adeguate al tempo, alle risorse, ai bisogni e ai desideri dell’uomo che questo tempo attuale vive. Proprio per queste ragioni abbiamo potuto intitolare i nostri due ultimi editoriali rispettivamente: Per un movimento culturale e, poi, Ora si può.

Questa volta, quel “ora si può” è reale e a portata di mano, non un’utopia o un desiderio sognato e irraggiungibile; le condizioni attuali sono favorevoli a questo cambiamento che da troppo tempo aspettiamo. Insoddisfatti da quanto è stato realizzato nel nostro recente passato in merito al nostro abitare i luoghi, oggi c’è nelle persone una maggiore predisposizione all’ascolto e questo rende possibile, di nuovo, se si ha qualcosa da dire, l’essere ascoltati.

Chiaramente non pensiamo che tutto questo accada da solo, perché saranno in tanti a parlare e si sentirà di tutto e il contrario di tutto, ma questa è una straordinaria occasione che non possiamo perdere, pena la inesorabile decadenza della nostra civiltà e del vivere collettivo.

Per questo allora abbiamo proposto, e continuiamo a farlo con urgenza, di lavorare oggi alla costruzione di un grande movimento culturale capace di tenere insieme le persone, al di là del mestiere che fanno, del ceto di appartenenza, delle ideologie varie, per poter rivendicare, insieme, la ferma volontà d’immaginare e costruire un mondo migliore di quello attuale.

Mi accorgo solo adesso che anche questo editoriale è corso veloce come tutti gli altri e siamo così arrivati ai saluti finali.

Mi accorgo solo adesso che anche questo editoriale è corso veloce come tutti gli altri e siamo così arrivati ai saluti finali. Avrei voglia di dire ancora ‘arrivederci’, ma questa volta è diverso: certo non posso dire che non mi dispiaccia lasciare Domus cui abbiamo dedicato, agli inizi degli anni Novanta dapprima e in questi ultimi anni ora, amorevoli cure e impegno illimitato. Questa volta è forte in noi la consapevolezza di aver creato le basi capaci di esprimere a pieno un progetto culturale; il lavoro è fatto, il tempo è stato sufficiente e il risultato buono, a giudicare dai tanti commenti positivi ricevuti.

Tutto questo ci appaga e ci rende felici e proprio per queste ragioni “cercheremo di far seguito all’attività intrapresa con un nuovo lavoro, affinché sia chiaro a tutti che crediamo ancora nell’utilità di una battaglia ideale nel campo dell’architettura”. Ogni progetto culturale che abbia elementi di concretezza ancorati nel proprio tempo crea un mondo che mette insieme le persone e questo processo produce un materiale destinato a evolversi e a organizzarsi in una nuova forma.

Quanto fatto in questi anni non sarebbe stato possibile senza il sostegno incondizionato del nostro editore, la dottoressa Mazzocchi, che ci ha dato fiducia ancora una volta, in questi anni difficili, incitandoci e spronandoci sempre con un sorriso. Un particolare ringraziamento, profondo e sincero, lo rivolgo ai membri del collegio dei maestri, agli amici David, Eduardo, Hans, Kenneth e Werner; grazie davvero, sentirvi al mio fianco mi ha reso più sicuro e spero di non avervi deluso.

Ancora un ringraziamento al Centro Studi Domus che mi ha supportato, spalleggiato e anche sopportato.

Infine, uno speciale ringraziamento va a tutta la redazione, compreso l’ufficio tecnico, che ha pazientemente cercato di capire la mia maniera di lavorare per assecondarla e realizzarla al meglio.

Grazie di cuore a tutti. ndb

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