I nodi al pettine

Nell’editoriale del numero di Domus di settembre, Nicola Di Battista sottolinea l’incapacità dello stato italiano, e degli architetti, di prendersi cura del territorio, a fronte dei non nuovi ma sempre più frequenti disastri ambientali.

Nicola Di Battista, Arena dell’arte, dettaglio del modello del progetto, 2001
Di questa ‘calda’ estate appena trascorsa resta in noi soprattutto una sensazione di forte disagio: il disagio di vivere in un Paese, il nostro, estremamente fragile e indifeso, ormai incapace di far fronte dignitosamente anche alle più elementari esigenze di una società avanzata, come è quella occidentale di cui facciamo parte.
Ma su questo torneremo più oltre. Fortemente e fermamente convinti, invece, che il tempo attuale fosse finalmente quello giusto perché la disciplina architettonica esplicitasse di nuovo il proprio farsi in maniera da poter essere compreso non solo dagli addetti ai lavori, abbiamo dedicato più di un editoriale a delineare i fondamenti di una possibile e compiuta teoria del progetto. Una teoria capace di sostenere il lavoro dell’architetto che, pensando di poterne fare a meno, da molti anni oramai non ne faceva più uso.
Ma, come ben sappiamo, se almeno all’inizio tutto questo ha dato a molti la sensazione di essere più liberi nel fare il proprio lavoro, nel tempo, l’assenza di un pensiero teorico chiaro, e soprattutto condiviso, da porre alla base del lavoro stesso, è diventato un vero ostacolo alla sua stessa realizzazione, tanto che oggi si stenta persino a riconoscerne la necessità. Giunti a questo punto e forti del lavoro fatto all’interno della disciplina, non possiamo però non occuparci, ora, anche di quanto succede al di fuori di questa, nel mondo reale, e cercare in questo mondo cosa la sostiene o la osteggia. Conviene ricordare allora come gli ultimi anni siano passati per tutti molto in fretta, vissuti pericolosamente con i nostri sensi sovraeccitati dalle mirabolanti innovazioni tecnologiche che la vita ci proponeva in grande quantità, salvo poi ritrovarci nudi e frastornati davanti alla complessità del mondo globale.
Nicola Di Battista, modello per la Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, 2001
Nicola Di Battista, modello dell'Arena del progetto per la Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, 2001
Frastornati e purtroppo non più capaci di comprendere appieno quanto accade intorno a noi, solo ora ci rendiamo finalmente conto di come sia stato allora devastante rinunciare a determinare la realtà che ci circonda, pensando che essa fosse solo un dato di fatto. Oggi, di fronte ai vari disastri cui siamo costretti ad assistere, di carattere umanitario, religioso, finanziario e tanto altro ancora, siamo pervasi da un forte e angosciante senso di impotenza che ci obbliga a vivere il nostro tempo con rassegnazione. Ebbene, noi non lo vogliamo. Vogliamo, per contro, poter essere responsabili del nostro futuro, determinarlo e non subirlo. Di fronte alle aporie attuali, alle cattive prassi consolidate, alla insopportabile semplificazione della realtà, non è più possibile rimanere inerti, insensibili, o peggio, far finta di non sapere da dove provengano i problemi.
La crescente riduzione della dimensione culturale del nostro tempo è la misura di quello che siamo diventati

La crescente riduzione della dimensione culturale del nostro tempo è la misura di quello che siamo diventati, ed è allora proprio su questo che bisogna intervenire, chiedendoci se c’è ancora spazio oggi per un mondo in cui sia di nuovo il pensiero a sottendere e sostenere il fare degli uomini. Ora sappiamo che è stata proprio questa riduzione ad aver impedito una vera modernizzazione del nostro sistema Paese – o per meglio dire non aver permesso che si portasse a termine quella iniziata e mai finita –, costringendoci oggi a vivere con difficoltà la nostra contemporaneità; e questo in quasi tutti i campi del vivere civile, obbligati ad assistere inermi al barbaro utilizzo del nostro territorio, a un uso inconsapevole e sconsiderato delle risorse, sia naturali sia artificiali, e soprattutto a uno scellerato deterioramento delle nostre istituzioni. Ebbene, questo stato di fatto, da tempo sotto gli occhi di tutti, si è ormai talmente radicato da essere considerato dalla maggior parte delle persone come definitivo, non più modificabile e, di conseguenza, subìto con rassegnazione e vissuto come ineluttabile.

In questa situazione, quello che più rattrista e preoccupa, però, è dover vedere una intera nazione come la nostra impotente e immobile, incapace di trovare vie di uscita in grado di farci imboccare e percorrere di nuovo strade di progresso e di civiltà. È davvero triste e frustrante trovarsi nelle condizioni in cui siamo: tutti conoscono quello che non va, quello che non funziona, ma, al contempo, nessuno sembra essere in grado di porvi rimedio. In realtà, sono davvero poche le spiegazioni che si possono dare a questa imbarazzante situazione, e tra queste la più plausibile potrebbe essere che la maggior parte dei cittadini italiani, in questo momento, è principalmente preoccupata e interessata a preservare e a difendere il proprio status quo, a salvaguardare il tenore di vita raggiunto, ognuno con quello che ha, tanto o poco che sia.

Le emergenze di questa estate, causate dagli infiniti incendi e dalla mancanza di acqua, ci hanno precipitato di colpo in un incubo, restituendoci un’immagine penosa del territorio abbandonato a sé stesso
La situazione del nostro Paese è nota a tutti da tempo, tutti sanno e ne parlano, ma questo, anziché generare una reazione capace di opporsi al disastro con pensieri e azioni concrete, diretti a innescare un vero cambiamento, ha nella sostanza solo alimentato un poderoso, interminato e interminabile fiume di parole e di immagini. Proveremo ad approfondire più oltre questa riflessione, ma adesso vogliamo riportare l’attenzione a quanto dicevamo all’inizio di queste note. In tutto questo argomentare c’è stata la prepotente irruzione di questa ultima estate che si è assunta la grande responsabilità di rendere evidente al mondo intero l’inadeguatezza del nostro Paese a vivere il nostro tempo, e lo ha fatto in maniera magistrale, quasi teatrale, costringendolo a una dichiarazione universale di resa all’acqua e al fuoco, e quindi alla vita. Che possano accadere eventi catastrofici ed estremi, a volte crudeli, legati alla consistenza stessa della nostra terra, è cosa risaputa e nota, tuttavia non si può tollerare che di fronte a tali accadimenti uno Stato, serio e moderno, non abbia altro da dire se non che sono purtroppo frutto di eccezionali avversità climatiche. Si tratta di una scusa ingenua e non ricevibile; è vero che non è possibile sapere prima cosa accadrà domani, per contro, sappiamo bene quello che facciamo o meno oggi nei nostri rispettivi ruoli – di semplici cittadini o di decisori e responsabili delle istituzioni –, e sappiamo anche che gli effetti di questi eventi saranno più o meno nefasti a seconda di ciò che si è fatto prima del loro manifestarsi.

Il fuoco e l’acqua, lo sappiamo, sono da sempre elementi essenziali alla vita degli uomini su questa terra, ma sono anche protagonisti di tante e drammatiche tragedie che non scopriamo certo ora; per questo i popoli hanno imparato a dominarli, gestirli, regolarli e soprattutto a mitigare i loro effetti distruttivi, con un’attenta, costante e puntigliosa prevenzione, studiata caso per caso. Questo è tanto più vero se parliamo poi di un Paese avanzato come il nostro, rispetto a tante altre parti del mondo; eppure le emergenze di questa estate, causate da una parte dagli infiniti incendi, e dall’altra dalla mancanza di acqua, ci hanno precipitato di colpo in un incubo, restituendoci un’immagine penosa del nostro territorio abbandonato a sé stesso e di quello che siamo diventati.

Il Paese Italia che va a fuoco e che non ha più acqua per i suoi cittadini, ha mostrato, in modo plateale ed evidente, che siamo ormai a un punto di non ritorno: ora non possiamo più dire che prima o poi tutti i nodi verranno al pettine, per noi i nodi sono già al pettine e lo sono purtroppo in maniera definitiva e irreversibile. Conviene a questo punto, però, tornare alle nostre discipline del progetto, per cercare di capire come esse abbiano assecondato o contrastato in questi ultimi anni quanto detto sin qui, e occorre farlo prendendo due dei cardini principali che sostengono il nostro lavoro: la formazione e la professione.

È davvero avvilente che un Paese come il nostro, che può vantare università di primo piano, non riesca a riformarsi dal proprio interno
Cominciando dalla formazione, non è esagerato dire che uno dei contributi più importanti, dati dal nostro Paese al Movimento Moderno, è stato quello dell’insegnamento stesso dell’architettura, con l’idea e la necessità di poter trasmettere e apprendere la disciplina attraverso le scuole. Dopo la straordinaria esperienza del Bauhaus tedesco, dell’inizio del secolo scorso, è al grandissimo lavoro compiuto dalle facoltà di architettura italiane che bisogna guardare per avere qualcosa di simile. Ci riferiamo alla nascita e all’affermazione delle scuole di Venezia, di Milano, di Roma, per citarne solo alcune: scuole internazionalmente riconosciute che hanno formato tantissimi bravi architetti e contribuito anche, in maniera determinante, a ricostruire il Paese distrutto dalla guerra. Dopo questa esaltante stagione, che non ha ancora pari nel mondo, ci si sarebbe aspettato un futuro certo e prospero per questa disciplina, invece così non è stato.
Con il decentramento delle sedi universitarie – che di per sé non era certo un male – cominciano a nascere altre scuole pubbliche sul territorio nazionale. Lontano dalle grandi città, altri atenei offrono corsi di laurea in architettura, in maniera però non sempre virtuosa, con poche cattedre per le materie portanti – come la “progettazione architettonica” –, ma con tante altre che hanno al più creato una miriade di piccoli potentati accademici. In mancanza di uno sguardo più ampio e rivolto al futuro, in queste scuole ognuno ha pensato al proprio particolare settore, cercando di cavarsela difendendo quel poco che aveva, con il risultato di generare solo una situazione disastrosa, imbarazzante e oltretutto parecchio onerosa. Ma gli architetti, i professori, gli studenti in quegli anni dov’erano? Perché hanno accettato di diventare complici di questo stato di fatto? Perché non hanno sentito il bisogno di ribellarsi? Domande retoriche le nostre, che sicuramente non avranno seguito, la cui risposta, però, è comunque sotto gli occhi di tutti, nel sistema formativo che abbiamo ereditato.
È davvero avvilente che un Paese come il nostro, che può vantare università di primo piano, non riesca a riformarsi dal proprio interno. Non ci vorrebbe molto e sarebbe possibile, se solo si avesse voglia di farlo. L’altro tema su cui vogliamo a questo punto riflettere è quello della professione. Un mestiere, quello dell’architetto, che si svolge da millenni e che fino agli anni ottanta del secolo scorso ha sempre messo al centro dei propri interessi la città dell’uomo, cioè il bene comune. La professionalità dell’architetto, basata soprattutto sulle proprie capacità intellettive e materiali, organizzate all’interno del classico “studio di architettura”, è stata così per lunghissimo tempo al servizio della costruzione dei luoghi per la vita di tutti. Negli ultimi anni invece, le grandi innovazioni tecnologiche entrate di forza nel nostro mondo, insieme a un sistema culturale sempre più subalterno, hanno completamente cambiato questa maniera di lavorare, rendendo di fatto obsoleto il vecchio studio e così, passando dal tecnigrafo al computer, ci si è occupati più delle performance degli strumenti che dei contenuti del lavoro e, sostituendo l’algoritmo al pensiero, si è confinato dentro rigide norme questo antico mestiere e le sue regole.
Tutto questo ha portato alla distruzione quasi totale della vecchia maniera di lavorare, senza crearne una nuova, aggiornata al nostro tempo, capace di perseguire con successo gli obiettivi di sempre. Abbiamo, per contro, sempre più società di professionisti, complesse e articolate, che si arrogano inconsapevolmente il diritto di progettare i nostri territori, i nostri edifici pubblici, le nostre case, trattando la produzione architettonica come un qualsiasi altro prodotto commerciale che risponde solo alle regole del mercato. Cosa c’entra ora tutto questo con l’architettura, se non a estromettere miseramente proprio l’architettura stessa dalla produzione architettonica? Quale pochezza nel voler trasformare l’architettura solo in una tecnica. Ma gli architetti, i professionisti, gli ordini professionali in questi anni dov’erano? Perché hanno rivolto lo sguardo altrove? Perché sono diventati complici di questo stato di fatto? Come per la formazione anche queste domande non avranno riscontro, ma anche in questo caso la risposta più evidente la troviamo nei nostri territori e con quanto lì si è costruito.
Ma gli architetti, i professionisti, gli ordini professionali in questi anni dov’erano?
Un Paese come l’Italia che conta decine e decine di migliaia di architetti abilitati alla professione, non può subire questa avvilente realtà come ineluttabile; ci deve essere una via d’uscita, bisogna solo cercarla, trovarla e perseguirla: si può fare. A questo punto non possiamo non ricordare, precisamente, la lucida e perentoria analisi fatta da Pier Paolo Pasolini, agli inizi degli anni settanta del secolo scorso, sulle condizioni del nostro Paese. Diceva Pasolini parlando di quel tempo “È stato una specie di incubo, in cui abbiamo visto l’Italia intorno a noi distruggersi e sparire. Adesso, risvegliandoci forse da questo incubo e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare”, (vedi Domus 974, novembre 2013). Molti anni sono passati e rileggendo oggi le sue parole ci accorgiamo che i nostri problemi attuali vengono da lontano e che già allora le cose erano chiare per chi come lui aveva occhi per vedere; su una cosa però non vogliamo oggi concordare: quella drammatica conclusione del suo discorso, quel grido sussurrato con un filo di voce che riecheggia sulle dune di Sabaudia “Adesso… non c’è più niente da fare”.
Al contrario, oggi, c’è molto da fare, anzi moltissimo e non ci resta che farlo; il nostro Paese chiede, invoca, supplica di essere ricostruito e non aspetta altro che qualcuno lo faccia, che qualcuno si prenda cura di esso, lo riscatti da questa folle incuria di cui è stato vittima e lo risvegli finalmente dall’insano torpore che per troppo tempo lo ha avvolto e soffocato. Non possiamo perdere l’occasione che abbiamo; la congiuntura attuale ci offre questa inaspettata opportunità, l’ennesima dopo le tante avute nel passato e non utilizzate, ed è lo stesso Pasolini che ancora ci indica la strada da percorrere, quando magistralmente, in poche parole, descrive cosa connota veramente il nostro Paese, parlando di quei “…vari modi di essere uomini che l’Italia ha, che l’Italia ha prodotto in modo storicamente molto differenziato”. È proprio da qui allora che bisogna ripartire, da quanto ci appartiene; oggi abbiamo il dovere e l’onore di riportare all’attenzione del nostro tempo quanto è stato nascosto e negletto ad arte, ridefinendo e rinegoziando di nuovo la nostra appartenenza a questo Paese e l’appartenenza del Paese a noi, per trasformare quel drammatico “adesso non c’è più niente da fare” in un potente c’è molto da fare. E noi vogliamo farlo.
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