Della libertà

Nell’editoriale del numero di giugno, Nicola Di Battista conclude il ragionamento sul progetto di architettura. Consapevolezza, immaginazione, mestiere, libertà: sono le quattro parole scelte per rappresentare altrettanti momenti dell’elaborazione progettuale, ciascuna oggetto di un editoriale.

Tullio Pericoli, Libertà, 2017. Olio su tavola
Questo articolo è stato pubblicato in origine su Domus 1014, giugno 2017

 

Dopo la pausa del numero di maggio, torniamo ora al nostro appuntamento mensile per concludere i nostri ragionamenti intorno alla costruzione di una teoria del progetto, occupandoci questa volta dell’ultima fase in cui abbiamo suddiviso questo lavoro: quella della libertà. A questo punto, dopo aver ragionato in sequenza, prima sulla consapevolezza, poi sull’immaginazione, per arrivare infine al mestiere – che difatti realizza concretamente il progetto –, ci sembrava in realtà di avere esaurito per intero l’argomento e che non rimanesse niente altro da aggiungere. Evidentemente ci sbagliavamo, e così è. Con la realizzazione del progetto e con la sua evidenza fisica, il nostro lavoro è stato portato certamente a termine; il progetto è per noi ultimato, nel senso che esso non ci appartiene più, si stacca da noi e viene consegnato ad altri, pronto per esempio per essere utilizzato come materiale per la costruzione finale dell’opera. In questo caso, però, inizia un’altra storia di cui per adesso non ci occupiamo. Il fatto che a questo punto il nostro lavoro sia terminato, è certamente vero; ma, a ben vedere, non lo è del tutto.

Proviamo allora a spiegare perché. Cominciamo con il chiederci cosa sia la conclusione del progetto o, per meglio dire, cosa rappresenti per noi, che abbiamo lavorato duro e con perseveranza per la sua realizzazione e che, per farlo, abbiamo deciso di seguire dei principi teorici ben esplicitati. Lavorando in questa maniera, con la sua realizzazione di certo si chiude il progetto, ma allo stesso tempo si apre tutto un mondo che il progetto cui ci siamo applicati, nel suo farsi, ha conosciuto e rivelato. Ma cosa in realtà termina con la sua conclusione? Per rispondere a questa domanda abbiamo sentito il bisogno di aggiungere una fase alle altre già trattate, un’ulteriore fase che chiamiamo “della libertà”. Non sembri un paradosso voler continuare a parlare del progetto anche una volta che esso è concluso; a dire il vero però non è proprio del progetto in senso stretto che vogliamo parlare, ma piuttosto del progettista e della maniera di lavorare che abbiamo proposto. Procediamo allora con ordine. La premessa di questi ultimi editoriali era la necessità, oggi, di dover definire per l’architetto una nuova maniera di lavorare, basata su un procedimento logico, esplicitato prima di compiere il lavoro; una maniera che risulti il più possibile aderente e adeguata al nostro tempo e a esso profondamente conformata. Abbiamo indicato tutto questo come una vera e propria urgenza da contrapporre al pressappochismo e anche agli infiniti tecnicismi che, invece, caratterizzano la nostra epoca nel campo del progetto di architettura a livello – possiamo ora dirlo – davvero globale.
Non sembri un paradosso voler continuare a parlare del progetto anche una volta che esso è concluso
Oggi il progetto non è più visto come un fatto eminentemente collettivo, ma sempre più come un fatto privato; al progettista non si chiede di dar conto delle proprie azioni e ormai sembra arrivato per lui il tempo in cui può fare quello che vuole. Il paradosso di questa apparente libertà di cui sembra godere l’architetto nel compiere il proprio lavoro porta a far credere che tutto il suo operato abbia plausibilità e valore, ma in realtà – come ben sappiamo – se vale tutto e il contrario di tutto, allora niente ha più alcun valore. A queste condizioni, crediamo indispensabile tornare a parlare dell’atto progettuale in termini teorici, ripartendo da un sistema chiaro e trasmissibile che possa essere condiviso il più possibile da altri. Per questo, siamo ripartiti dal tempo che abbiamo a disposizione per la realizzazione di un progetto, un tempo di solito limitato e certo, a differenza dell’incertezza che governa la costruzione edilizia del manufatto progettato, che ha altre dinamiche, altri attori, altre problematiche, che solo in minima parte attengono al mondo dell’architetto, dove il ruolo del progettista diventa sempre più marginale, se non del tutto inesistente.
Il tempo del progetto, invece, è l’unico che ci appartiene appieno e per questo ripartiamo da qui. Ripartire dal tempo che abbiamo a disposizione per fare un progetto ci permette di ragionare su un dato di fatto oggettivo e incontrovertibile e, proprio a partire da esso, diventa per noi così importante pensare a un buon uso di questo tempo. Nell’indagare il come fare un progetto, ci siamo occupati per prima cosa d’individuare gli elementi che lo connotano e, quindi, dei passaggi obbligati cui è costretto: di cosa fare prima e cosa fare dopo, della gerarchia degli elementi stessi e infine, però, abbiamo soprattutto indagato i rischi del lavoro e, senza cercare di schivarli, li abbiamo semplicemente affrontati. Su uno di questi rischi, forse il principale, tra i più evidenti e frequentati dai progettisti, ci siamo soffermati: quello che lega al mestiere, e solo a esso, l’intero farsi del progetto. Ebbene, oggi, noi sappiamo che questo non risponde a verità, sappiamo che il progetto è un fatto molto complesso e che può manifestarsi pienamente solo nell’unità delle sue parti e non in alcune di esse; non è possibile ridurre la sua complessità in parti autonome e autosufficienti, pena la decadenza a semplice strumento di lavoro. In questo caso, però, se il progetto diventasse solo uno strumento di lavoro e basta, uno tra i tanti che abbiamo, esso si allontanerebbe in maniera definitiva dalla sua principale ragion d’essere e non sarebbe più in grado di realizzare le aspettative che gli uomini, da sempre, hanno riposto nella disciplina architettonica sulle questioni dell’abitare.
Le comunità degli uomini hanno bisogno di riconoscersi, di rappresentarsi, di manifestarsi in un progetto di architettura chiaro e condiviso
Ridurre il lavoro dell’architetto a una semplice pratica professionale vuole dire difatti non metterlo più in grado di rispondere pienamente alle domande sulle questioni dell’abitare, poste dai singoli individui, ma soprattutto dalle comunità. Non poter più rispondere oggi, per esempio, alla rinnovata volontà che le comunità hanno di abitare i luoghi, i propri luoghi, metterebbe l’architetto nella condizione di non riuscire più a trasfigurare questa volontà in forme architettoniche capaci di rappresentare al meglio queste comunità e, con esse, i loro caratteri collettivi. Da questo punto di vista, è facile comprendere che le comunità degli uomini, per esprimere la propria particolare maniera di vivere, hanno bisogno di riconoscersi, di rappresentarsi, di manifestarsi in un progetto di architettura chiaro e condiviso, in grado di trasfigurare in forme architettoniche la loro vita, privata e collettiva che sia, nella sua interezza. Niente di meno. Il singolo uomo, però, anche se si rappresenta nella comunità cui appartiene, preso individualmente, ha comunque l’obbligo di chiedersi cosa sia l’architettura, cosa possa essere, a cosa serva: altrimenti senza queste risposte non potrà mai essere, in senso stretto, un cittadino, un buon cittadino. Per questo, il progetto di architettura non è mai stato, e mai sarà, un fatto solo ed esclusivamente tecnico-pratico.
All’interno di questi ragionamenti è utile ora comprendere cosa succede in questo ‘frattempo’, tra un progetto e un altro, e perché sia così importante nominare anche questo tempo come un’ulteriore fase del lavoro, come la quarta fase del progetto; ancora una fase per qualcosa che in realtà è già fatto, già finito, già concluso e consegnato, una fase, quindi, che appartiene sì al progetto, ma che è rivolta chiaramente non a quanto si è fatto, bensì al dopo. La spiegazione è semplice: infatti, se il progetto è, come noi fermamente pensiamo, un fatto che travalica il suo essere anche uno strumento tecnico – indispensabile per realizzare dei manufatti –, ma non solo questo, allora il ragionamento diventa più chiaro. Quindi, finito il progetto, si apre nei nostri ragionamenti una nuova fase che chiamiamo “della libertà”; ma libertà da cosa? Libertà, appunto, dal progetto stesso, dalle sue esigenze, dalle sue richieste, dalle sue pretese, dalle sue regole e dalle sue necessità; libertà di poter tornare a essere, finito il lavoro, semplici persone, individui che vivono la loro vita, come d’altronde facevano anche prima d’iniziare il progetto, ma possiamo dire, un po’ diversi da prima. È proprio su questo essere diventati un po’ diversi con la realizzazione di un progetto che vogliamo portare il nostro ragionamento; il progetto che abbiamo concluso e consegnato ci ha difatti anche cambiati: non siamo più quelli di prima e questo soprattutto perché consideriamo il progetto e il suo farsi un atto squisitamente conoscitivo.
Il progetto di architettura, è prima di tutto un vero e proprio strumento di conoscenza
Nella nostra maniera di pensare il progetto di architettura, lo consideriamo prima di tutto come un vero e proprio strumento di conoscenza, l’architetto conosce il mondo che lo circonda attraverso il progetto, si tratta chiaramente di un tipo particolare di conoscenza, ma pur sempre di una conoscenza, tesa in questo caso a trasformare i luoghi con un atto progettuale, ma che in quanto tale rimane anche nell’architetto stesso e nella propria vita. Ecco allora che, in realtà, la fine di un lavoro, con la conclusione di un progetto, chiude solo il lavoro in essere, ma non il mondo che ha aperto, ed è proprio quel mondo la straordinaria eredità che ogni progetto ci lascia e, ancora, è proprio questa conoscenza acquisita attraverso la realizzazione di un lavoro fatto in maniera cosciente e responsabile che ci permette di progredire e di avanzare nella nostra disciplina e anche nella vita. In questa maniera, il lavoro dell’architetto non è più solo un fatto tecnico, ma diventa qualcosa di più ambizioso, di più importante: qualcosa che ha molto a che fare innanzitutto con la vita e poi anche con i manufatti che saprà immaginare, progettare e realizzare per viverla meglio. Più saremo in grado di vivere pienamente la vita e più avremo possibilità, nel nostro lavoro, di fare buoni progetti.
Tornando ora a questa ultima fase che chiamiamo “della libertà”, possiamo aggiungere che il lavoro finito ci permette, per esempio, di tornare liberi, persona tra persone, non una persona-architetto, ma una persona e basta, però più consapevole e questo è il grande dono che questo lavoro ci dà. A tale proposito, è importante inserire ora un ragionamento intorno agli specialismi. La vita contemporanea ha riempito il mondo di specialisti, le condizioni di vita del nostro tempo sono regolate e scandite da miriadi di specializzazioni; la complessità dei vari avanzamenti tecnologici, ma non solo, rende ormai indispensabili specialismi sempre più raffinati e differenziati. Il paradosso, purtroppo, è che proprio questo, che da una parte sostiene il nostro tenore di vita attuale, dall’altra parte è diventato anche il nostro più grande problema. Lo specialismo ci costringe a guardare il particolare, a considerare il frutto del nostro lavoro chiuso in sé e basta, a vederlo come un fatto esclusivamente tecnico che prendiamo in considerazione solo per il suo essere un mezzo utile a realizzare alcune azioni della nostra vita, ma niente di più. Nel fare questi lavori, l’unica cosa che può accadere a chi li fa, a chi li pratica, è di diventare di più in più uno specialista, appunto; per chi pratica uno di questi lavori, la fine, la conclusione del lavoro cui si applica chiude il lavoro stesso e basta. Lo spazio tra un lavoro e un altro diventa, in questo caso, uno spazio vuoto che si è costretti a riempire con passatempi, con attività ludiche, con divertimenti vari.
La pausa tra un progetto e un altro è per l’architetto il proprio spazio di libertà
Con il progetto di architettura da noi delineato non è così: lo spazio tra un progetto e un altro non è mai vuoto, ma incredibilmente pieno del lavoro che si è appena concluso, capace di dare luce alla vita stessa, talvolta capace anche d’illuminarla di nuova luce. La pausa tra un progetto e un altro è, dunque, per l’architetto il proprio spazio di libertà, uno spazio senza costrizioni; cosa che non gli è assolutamente permesso di avere durante il farsi del lavoro, visto il suo carattere eminentemente collettivo. Per tutto questo è così importante nominare anche questo momento, come fosse una vera e propria fase del lavoro, al pari della consapevolezza, dell’immaginazione, del mestiere; infine, “della libertà” è quella fase che le sostiene tutte, ma anche quel momento di pausa che, libero dal lavoro stesso e dalle sue regole, è capace di ricollocare il lavoro nella giusta posizione della vita tutta insieme e non solo in una parte di essa. Questa pausa non è una semplice attesa per un nuovo lavoro, ma un vero e proprio momento di libertà anche e soprattutto per la nostra testa, che ormai, a lavoro finito, può ragionare liberamente su quanto è stato fatto e su quanto resta ancora da fare. Questa pausa, oltretutto, è salutare perché ci permette di tornare, per così dire, alla vita reale, con le sue aporie, con i suoi problemi, con le sue verità; al di fuori del lavoro che ci costringe in un mondo in un certo senso chiuso, essa ci riporta in un mondo aperto.

Da una parte, dunque, il mondo chiuso del progetto che dà risposte e insegue certezze e, dall’altra, il mondo aperto della vita che, invece, pone domande e insinua dubbi. Si capisce come la maniera di lavorare che proponiamo sia anche tecnica, anche mestiere, ma sia anche molto di più, al punto da dire, nulla escluso. Dopo essere stati un po’ in apnea dentro il progetto, la fase che chiamiamo “della libertà” ci riporta nel mondo di tutti i giorni e ci costringe a immergerci di nuovo in esso, dandoci la possibilità di capire meglio quanto abbiamo fatto; a questo punto ci permette di farlo non solo da architetti, ma dall’esterno e di vedere così meglio cosa va e cosa non va. La libertà che abbiamo raggiunto alla fine del lavoro è la giusta ricompensa per il lavoro ben fatto, è quanto ci resta oltre il lavoro, ma anche quanto ci servirà per iniziarne uno nuovo. Infatti, se i progetti presi singolarmente, uno per uno, sono costretti a vivere la loro solitudine, la loro singolarità, i mondi che aprono sono invece altrettanti regali, altrettanti doni che ci fanno ed è proprio questo che ci permetterà di affrontare il prossimo progetto con più consapevolezza, con più pertinenza, con più pienezza. Il prossimo progetto, per ovvietà, non ritornerà mai a uno stato iniziale identico al precedente, ma tornerà un po’ cambiato, e questo è il senso del nostro lavoro. Si capisce bene ora come la maniera di lavorare che abbiamo proposto, oltre a farci realizzare dei buoni progetti, consapevoli e condivisi – che è e resta comunque il principale obiettivo del mestiere dell’architetto –, ci permetta anche di compiere uno straordinario atto di crescita culturale e civile, frutto della conoscenza acquisita nel farsi del lavoro stesso, che resta in noi e ci arricchisce anche dopo averlo terminato. Per questo, è così importante questo momento che abbiamo chiamato della libertà.


In apertura: Tullio Pericoli, Libertà, 2017. Olio su tavola

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