Della consapevolezza

Nell’editoriale di febbraio Nicola Di Battista analizza il momento della consapevolezza, il primo dei quattro elementi da prendere in considerazione nel farsi del progetto architettonico.

Tullio Pericoli, Consapevolezza, 2017
Questo articolo è stato pubblicato in origine su Domus 1010, febbraio 2017

Dei quattro momenti in cui abbiamo diviso il farsi del progetto – consapevolezza, immaginazione, mestiere, libertà –, di sicuro il più importante e complesso è quello della consapevolezza e, come vedremo, per più di una ragione. Per parlarne, conviene partire dall’oggetto dei nostri ragionamenti, il progetto di architettura, cercando di ricostruirne lo svolgersi e descriverne il farsi.

Che cosa è un progetto di architettura? A cosa serve? Come si fa? Alle prime due domande abbiamo cercato risposte in varie occasioni, soprattutto soffermandoci a ragionare sulla nostra contemporaneità e sui temi espressi dal nostro tempo, considerando il progetto di architettura il risultato di un’attività umana ancora indispensabile per questo tempo, come lo era stata per il passato: un’attività necessaria alla vita individuale di tutti noi e, proprio per questo, di natura eminentemente collettiva. Ai giorni nostri, dobbiamo però constatare come intorno a noi l’ambiente costruito sia diventato talmente vasto e capillare da costringerci a rivedere il termine collettivo, riferito ai nuovi insediamenti, così come i termini naturale e artificiale, riferiti al nostro paesaggio. Difatti, il costruito è riuscito ormai a realizzare una seconda natura che ha in gran parte soppiantato la prima, diventando in questa maniera essa stessa la vera natura della nostra contemporaneità: una nuova natura artificiale, pensata però non con e per la collettività ma, al contrario, in sfregio a essa, dove solo una piccolissima parte è architettura e, di questa, quasi tutta appartiene al passato.

La questione si pone oggi in termini drammatici, perché sappiamo bene che, rispetto all’insieme, solo queste piccole parti sono capaci di esprimere appieno la collettività, a rappresentare l’identità delle comunità che le hanno volute e realizzate, a costruire la loro appartenenza a luoghi precisi e unici, talmente importanti per noi che per tutelarli e preservarli siamo disposti anche a batterci. Queste forme rappresentano in maniera chiara la massima espressione del concetto stesso di collettività e degli uomini che hanno veramente e pienamente abitato questi luoghi. Oggi, al contrario, la maggior parte degli uomini abita luoghi inospitali e inadeguati, realizzati con cinismo solo per profitto e opportunismo, non più per rispondere ai reali bisogni di un vivere più civile. A queste condizioni, quello che ci attende è un lavoro immane, al quale non possiamo più sottrarci, talmente evidente appare dinanzi a noi il problema.

L’imperativo per l’architetto è ritrovare il pensiero e i principi da porre alla base di una diversa maniera di fare il proprio mestiere, che lo metta in grado di rimodellare il nostro paesaggio così vilipeso negli ultimi decenni, affinché risponda meglio ai nostri bisogni per un buon abitare, cercando nelle nostre comunità i mezzi e lo scopo per farlo. Per analizzare ora la terza domanda, quella relativa al come fare, ci conviene partire dal carattere proprio del progetto: quello di essere un’attività la cui principale ragione di esistere risiede nel sovrintendere alla creazione di un ambiente più adeguato e consono alla vita degli uomini d’oggi e nel continuare a farlo con finalità estetiche, come ha sempre fatto, passando dalla capanna al tempio con risultati mirabili. Il progetto di architettura, quindi, è da intendersi come un’attività che non può e non deve interrompersi perché è necessaria e indispensabile alla nostra vita; ma, proprio per le stesse ragioni, è un’attività che non può essere completamente libera, che non potrà mai rappresentare un’arte esclusivamente personale. Al contrario, il progetto di architettura potrà continuare a esistere solo come fatto eminentemente collettivo, pena la sua decadenza ed estinzione.

Il progetto di architettura, dovendo prefigurare la scena fissa della nostra vita, dovrebbe prima di tutto poter essere descritto

Il progetto di architettura, dovendo prefigurare l’opera collettiva per eccellenza, cioè la scena fissa della nostra vita – con la costruzione di un ambiente artificiale che la renda pienamente possibile –, dovrebbe prima di tutto poter essere descritto. La descrivibilità di un’attività così importante per la vita degli uomini, di tutti gli uomini e non di una sola parte di essi, è essenziale al suo farsi, così che di essa se ne possa facilmente comprendere lo svolgersi, se non in maniera scientifica – non essendo una scienza –, almeno in maniera logica. In tal senso, allora, la prima questione che vorremmo affrontare è di carattere, per così dire, squisitamente pratico: come utilizziamo il tempo che abbiamo a disposizione per fare un progetto. Non sembri irriverente un tale proposito, o poco adatto all’impegnativo tema che stiamo trattando, ma abbiamo buone ragioni per voler partire proprio da qui, dal tempo che ci viene dato per fare un progetto e da come lo impieghiamo.

Se il tempo a disposizione cambia ovviamente da progetto a progetto, da situazione a situazione, da committente a committente, resta comunque il fatto che ogni progetto ha un inizio, uno svolgimento e una fine. È proprio su questi momenti che vogliamo provare a ragionare, su questo dato di fatto oggettivo e inconfutabile a cui fino a oggi non si è prestata molta attenzione, non considerandolo degno di nota. Noi, al contrario, pensiamo che sia invece fondamentale soffermarsi a riflettere su come fare buon uso di questo tempo, che non va lasciato assolutamente al caso né all’arbitrio, né tantomeno al capriccio del singolo. Poco o tanto che sia il tempo che ci è concesso per fare un progetto, nella maggior parte dei casi non siamo comunque noi a determinarlo; quindi non vale la pena parlare di questo, bensì di come lo utilizziamo: quali sono gli atti da compiere o i mestieri da fare; come distinguere nettamente tra loro le varie attività necessarie senza però separarle; come decidere a quali attività dedicare maggiore attenzione rispetto alle altre; e, alla fine, rispondere alla domanda per noi più importante: cosa fare prima, cosa fare dopo, in quale sequenza e quanto tempo dedicare ai singoli mestieri. Anche solo da queste prime considerazioni è facile capire quanto rilevanti siano le decisioni da prendere per un buon esito del progetto.

Proviamo allora a ripercorrere le tappe del progetto sin dal suo inizio. Ogni volta che ci troviamo a cominciarne uno, siamo pervasi da almeno due sentimenti divergenti tra loro: uno d’inquietudine verso qualcosa che ancora non conosciamo perché ancora tutto da fare, i cui esiti potremo conoscere solo alla fine; l’altro di euforia nell’iniziare qualcosa, sapendo che in quel momento tutto è ancora possibile, nulla ci è inibito, tutto può accadere, persino che attraverso il nostro lavoro nuove e magnifiche forme possano palesarsi e fissare nuovi standard capaci di farci vivere meglio. Di fronte a questi due stati d’animo contrastanti, il lavoro ci chiama subito a operare delle scelte: per esempio, fissare un’idea e lavorare su di essa, oppure affidarsi al mestiere e alle sue conoscenze o, ancora, confidare in un qualche metodo da seguire alla lettera e così via. Se l’architetto dovesse rendere conto del suo lavoro solo a se stesso, queste strade e altre ancora sarebbero per lui tutte percorribili, a seconda delle sue attitudini e della sua volontà; se invece, come noi crediamo, l’architetto deve rendere conto del proprio operato perché risponda il più possibile a un interesse collettivo e non solo esclusivamente personale, allora non lo sarebbero.

Ogni volta che ci troviamo nella condizione di affrontare un nuovo progetto che in una qualche maniera trasformerà un luogo, il nostro primo dovere è metterci in grado di farlo al meglio delle nostre possibilità. In quel momento, il nostro problema principale non è il progetto che faremo, ma piuttosto capire se siamo all’altezza di farlo nel migliore dei modi: per questo, la prima cosa da fare è renderci consapevoli al massimo del lavoro a cui ci stiamo applicando, acquisire cioè, rispetto a esso, la maggior consapevolezza possibile. In questo senso, come dicevamo all’inizio di queste note, consideriamo questo momento, che definiamo della consapevolezza, fondamentale all’interno del farsi del progetto, perché siamo sicuri che da quanto si fa in questa fase dipenda la riuscita o meno di esso. Nell’iniziare un nuovo progetto bisognerebbe perciò sforzarsi di non fissare delle idee a priori su cui lavorare e soprattutto di non scegliere da subito una strada da seguire.

Il progetto si deve determinare durante il suo farsi e non all’inizio, manifestandosi solo a un certo punto del lavoro
Crediamo che il progetto si debba determinare durante il suo farsi e non all’inizio, che si debba manifestare solo a un certo punto del lavoro e non da subito, considerando questa parte iniziale dell’opera una sorta di preparazione al fare, piuttosto che una vera azione del fare. Questo perché sappiamo bene che tutto quanto fissiamo sul foglio in maniera inconsapevole potrebbe facilmente ritorcersi contro di noi, diventando il nostro peggior nemico: precluderci, per esempio, la ricerca di altre soluzioni, magari più adeguate e utili al tema del lavoro che stiamo realizzando. Inoltre questa inconsapevolezza nulla ci direbbe di cosa stiamo facendo e tutto si esaurirebbe in quel solo atto progettuale, mentre il nostro problema non è fare un solo progetto, seppure eccezionale, ma farne a nostro piacimento quanti servono, perché non ci interessa il progetto come folgorazione, come illuminazione. Straordinariamente precise, sicure e taglienti come un bisturi, sono le considerazioni che Paul Valéry fa su questi stessi argomenti: “Tempo fa, ho scandalizzato diversa gente affermando che avrei preferito aver scritto un’opera mediocre, in perfetta lucidità, piuttosto che un capolavoro in stato di transe, o che fosse frutto di brusche illuminazioni... Il fatto è che un’illuminazione non mi fa avanzare di un passo nella conoscenza di me stesso. Mi offre solo materia per ammirarmi. Mentre io sono molto più interessato a riuscire a produrre a mio piacere la più esigua scintilla che a rimanere in attesa di avventare qua e là i bagliori di una incerta folgorazione”. [1]

Per tutte queste ragioni preferiamo un progetto consapevole e cosciente e, per realizzarlo, affidiamo grande importanza a questa prima parte del lavoro. C’è poi ancora una ragione che ci fa indugiare sul tema della consapevolezza riferito al progetto di architettura: il fatto che questo particolare lavoro non può essere determinato solo dalla disciplina che gli è propria e dalle sue conoscenze ma, per potersi fare in maniera completa e adeguata ai suoi scopi, ha bisogno anche di fare i conti con il tempo che viviamo, l’unico capace di dargli valore, di giudicarlo, di sostenerlo. Da questo punto di vista si capisce, allora, come sia importante inserire all’interno delle attività che lo determinano anche quelle che riguardano questo tipo di questioni.

Per fare bene il proprio lavoro, l’architetto ha come prima necessità quella di definire con la massima precisione i contenuti che lo sostengono, acquisendo perciò rispetto a essi la maggior consapevolezza possibile. Per farlo, deve prima di tutto coltivare, in questa fase iniziale, una grande attitudine all’ascolto, cosciente che in questo momento qualsiasi cosa può essere utile al progetto, anche quella apparentemente più lontana da esso, e predisporsi ad assorbire in sé il maggior numero d’informazioni possibile. Più il progetto a cui si applica è importante, più questa azione, questa preparazione dovrebbe essere prolungata e approfondita. In questa fase, quello che più conta è prepararsi, predisporsi al fare, lavorando sul tema, sui dati razionali del progetto e anche su quanto il proprio tempo suggerisce. A questo punto del nostro ragionamento, è interessante notare come lo strumento della cosiddetta analisi urbana – oggi ritenuto obsoleto e inutilizzabile, ma che solo qualche decennio fa la disciplina aveva posto a proprio fondamento –, possa tornare a essere utile e centrale per il lavoro dell’architetto, senza avere però la pretesa di esaurirlo, ben sapendo che da solo non sarà mai in grado di raccoglierne la complessità e definirne a pieno i contenuti.

Per aumentare la propria capacità nel definire il contenuto del proprio lavoro, l’architetto deve perciò assolutamente uscire dalla disciplina ed entrare meglio in contatto con quanto il suo tempo e gli uomini che lo vivono producono: chiedersi cosa manca loro e a cosa egli può dare risposta. In questa ricerca ci accorgiamo allora che concetti come quelli dell’analisi urbana o, più tardi, dei non-luoghi, o altri ancora, sono diventati oggi solo degli slogan o delle ideologie, che hanno preteso di dare risposte a fenomeni complessi come le problematiche legate ai fatti urbani, mentre possono essere ancora utili e importanti per noi se riusciamo a tenerli uniti, sia pure ben distinti, sotto il segno della consapevolezza; l’architetto ha bisogno di essi, ma anche di tanto altro per definire al meglio il contenuto del proprio lavoro, per definire bene il cosa fare.

Come si fa ora tutto questo? Prima di tutto ascoltando, cercando di capire il luogo in cui s’interviene, comprendere il suo contesto, il suo intorno immediato ma anche remoto, i caratteri che lo connotano, la morfologia che lo disegna, i materiali e le forme che lo configurano, le tecniche costruttive e le soluzioni tipologiche degli edifici che lo compongono, fino alle finiture e ai dettagli dei singoli elementi che lo individuano, per capire meglio cosa lo rende unico e diverso da tutti gli altri. In questa ricerca, in questo mettere in opera l’ascolto dei luoghi, non si può non considerare anche, per esempio, la natura e l’artificio, il piccolo e il grande, il pieno e il vuoto o, ancora, la luce e l’ombra, il caldo e il freddo, il silenzio e il rumore, e molto altro.

L’architetto deve uscire dalla disciplina ed entrare meglio in contatto con quanto il suo tempo e gli uomini che lo vivono producono

Si capisce bene come in questa fase tutto può essere utile ad aumentare la nostra conoscenza ad acquisire materiali buoni per il progetto e come, accanto alle varie azioni descritte, ce ne siano molte altre da fare, che riguardano semplicemente la nostra vita – i nostri sentimenti, le nostre paure, le nostre speranze, i sogni nostri, ma anche quelli delle comunità a cui apparteniamo. È soprattutto a queste azioni tese a conoscere meglio i bisogni della nostra vita che la consapevolezza dovrebbe dedicarsi, anche fuori della disciplina. Se in questa fase, come abbiamo visto, il progettista ha principalmente il dovere di porsi all’ascolto, anche il committente dovrebbe fare la stessa cosa, perché in un certo senso anche egli, come l’architetto, non può essere completamente libero nelle sue richieste: anche egli vive e lavora in un contesto, in una comunità che contribuirà a trasformare, in meglio o in peggio, con la sua attività. In questa fase, il committente e l’architetto dovrebbero evitare di prendere decisioni non ponderate che possano creare problemi ai loro rispettivi lavori e non indirizzarli invece verso le scelte giuste.

Quando tutto questo lavoro descritto, che abbiamo definito della consapevolezza, si dirada, si fa meno pressante, allora significa che quanto fatto fino a quel momento ha dissolto la gran parte dei dubbi iniziali sul cosa fare, e che tra le tante strade possibili da percorrere se n’è scelta una, quella che – solo a questo punto, a lavoro in corso e non all’inizio –, è diventata la più plausibile, la più idonea, la più ricca di aspettative. Allora non resta altro che percorrerla, ma questo è un altro momento del progetto, un’altra fase e sarà il tema del prossimo editoriale sull’immaginazione. 


1 Paul Valéry, OEuvre I. Variété. Fragments des mémoires d’un poème, Bibliothèque de La Pléiade, Éditions Gallimard, Paris 1957; edizione italiana: Paul Valéry, Varietà, a cura di Stefano Agosti, Rizzoli Editore, Milano 1971, pagina 292

In apertura: Tullio Pericoli, Consapevolezza, 2017. Olio su tavola, cm 13x13

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