Alessandro Mendini, il direttore, mi telefona e
mi chiede se sono interessato a fare per Domus
delle 'recensioni' sull'attività di alcune aziende
legate al mondo del design. Così le chiama, 'recensioni',
sottolineando che vorrebbe delle letture,
delle osservazioni, ma anche, quando occorre,
delle critiche. Penso subito che sia una
buona idea: da qualche tempo riflettevo sul fatto
che il design italiano debba ripartire anche
da lì, forse soprattutto da qui, dal rapporto progetto-
produzione, o meglio dal confronto-scontro
sui temi della qualità tra il designer e il produttore.
Insomma, un rapporto tutto da ripensare.
Discutiamo sul taglio da dare a questa rubrica
ed emergono due punti fermi: primo, vogliamo
leggere e commentare lo stato dell'arte
delle piccole e medie industrie di terza, di quarta
generazione, diciamo nate con gli anni '80 o
dopo; secondo, ci poniamo lo scopo di iniziare
un quadro di riferimento per comprendere le
'visioni' e gli 'indirizzi' espressi dalle collezioni
presentate negli ultimi anni. Dopo gli anni Settanta,
sono cambiate molte cose nei rapporti tra
la produzione, il mercato e la comunicazione, e
inevitabilmente anche tra il design e il nuovo sistema
delle merci. Insieme speriamo che istruendo
un discorso onesto e riflessivo sullo stato dell'arte
delle aziende impegnate nel campo del
design, si possa anche ridare una scossa al circolo
virtuoso, oggi piuttosto assopito e confuso,
che ha fatto conquistare a questa strategica realtà
economica italiana quel primato internazionale
che ogni tanto sentiamo vacillare. D'altra
parte, se il mondo guarda ancora all'Italia come
a uno dei centri del Design, forse è soprattutto
perché nelle aziende, nella "qualità del fare" della
produzione italiana, è depositata una cultura
progettuale e storica, ma anche contemporanea,
difficile da copiare o esportare.
Per quanto mi riguarda, un presupposto fondamentale
a questa riflessione critica sulla produzione
industriale è quello di ritenere il ruolo
delle aziende, o meglio degli imprenditori illuminati,
altrettanto importante quanto quello dei
progettisti. Come dice un caro Maestro del design
italiano, il compito del designer è quello di
qualificare la domanda progettuale e, quando
la domanda arriva da un imprenditore illuminato,
allora ci si confronta con il designer-primo.
Purtroppo, quando l'imprenditore non è autorevole
e consapevole del campo che ha intrapreso
(problema che si presenta sempre più frequentemente)
allora la domanda progettuale è confusa,
ambigua, chiede tutto e il contrario di tutto. In
quel caso il designer se accetta quella domanda
spesso si trasforma (come dice sempre il nostro
Maestro del design) in un designer-Paperino, un
buffo personaggio da fumetto con il cappello di
traverso simil-artista, pronto ad arrampicarsi sugli
specchi pur di soddisfare in qualche modo la domanda-
avvelenata e di cercare di vendere l'arroganza
del suo segno. Ciò non vuol dire che quel
prodotto non abbia successo: anzi a volte, sia pure
per breve tempo, quel prodotto ne ha di successo,
anche tanto, ma questo ci porta ad aprire
gli occhi sul complesso sistema che intreccia oggi
sempre di più il mercato con la pubblicità e la
produzione, e ci introduce a un'altra grande storia
che sicuramente dovremo trattare. Rimane il
fatto che questo sistema speculativo alla lunga non
paga e per di più avvilisce la forza innovativa del
design. Senza ricerca estetico-culturale, aggiornamento
tecnologico, innovazione tipologica e coraggio
imprenditoriale non si va da nessuna parte.
La storia docet.
IL CASO SKITSCH
Per questa prima recensione abbiamo
scelto di leggere una delle più
recenti iniziative imprenditoriali apparse
nel panorama del Design italiano:
la collezione Skitsch. L'azienda,
definibile più di carattere editoriale
che industriale, nasce nel 2009
per volontà di alcuni operatori finanziari,
abbastanza esterni o trasversali
al vecchio mondo della produzione
del mobile italiano, interessati a investire
su un programma nuovo di
produzione e distribuzione nel settore
dell'arredamento. Per coordinare
questa iniziativa, si affidano all'autorevole
gestione creativa (in qualità di
art-director) di una esperta del settore:
Cristina Morozzi. Se l'opera nasce,
secondo i principi del Filarete,
da un padre e una madre – il committente
e il progettista – qui bisogna
dire che non esiste più l'imprenditore-
editore self-made man (d'altra parte
sempre più raro e quasi scomparso
anche nei luoghi più storici). Al suo
posto c'è un gruppo (formula sempre
più ricorrente) costituito da un
consiglio d'amministrazione che
s'interfaccia con un art-director, il
quale costruisce una 'visione' dove
far confluire diverse voci, diverse linee
di pensiero, che si ritengono legate
per affinità elettive. Per certi
aspetti, questo lavoro di raccolta e
d'intreccio proposto dalla Morozzi
richiama alla mente molte storie eccellenti
del design italiano: il primordiale
lavoro di Paolo Tilche con Arform,
l'esemplare lavoro editoriale
di Bruno Danese, il ruolo maieutico
di Francesco Binfaré (su cui aleggiava
sempre l'occhio attento di Cesare
Cassina) al Centro Ricerche Cassina,
ma anche i ruoli più recenti di Mendini
per Alessi o di Giulio Cappellini
nella fase storica dell'omonima
azienda, e così via. Casi molto diversi
fra loro, nei quali rimane però costante
nel tempo, in un modo o nell'altro,
la classica figura dell'imprenditore
formatosi in quell'ambito e
cresciuto piano piano con la passione
di costruire quella precisa identità.
Molti ritengono che sia un modello
storico sorpassato, non più proponibile,
ma noi pensiamo che una riproposizione
contemporanea di
questo valore e di questa consapevolezza del 'fare' sia da ricercarsi con
molta attenzione e, forse, in parte si
può anche rileggere tra le 'pagine'
o le 'narrazioni' del caso che andiamo
qui discutendo.
A una prima lettura della collezione
Skitsch, fatta attraverso le numerose
tracce mediatiche, si registra la strana
impressione di trovarci di fronte
a qualcosa di molto simile alle raccolte
di "oggetti di design" esposti
negli store dei più blasonati musei del
design a livello internazionale, oppure
alla gamma di oggetti quintessenziali
esposti in alcuni negozi molto
chic e trendy dove si propongono selezioni
di oggetti d'indubbia qualità,
ma anche di sottolineata gratificazione
sociale. Si tratta di raccolte che
appaiono evidentemente non come
il prodotto di una nuova visione elaborata
da un percorso progettuale e
produttivo identitario, ma bensì il risultato
di una selezione di oggetti fortemente
autoreferenziali, proposti
in un'aurea di selezione mirata e garantita,
quasi fosse motivata da una
sorta di certificazione sancita da un
arbitro del gusto indiscutibile come
quello appunto di un Museo del design.
Questo carattere naturalmente
non ha nulla di negativo a priori, anzi
ha degli aspetti di qualità indotta
interessanti, tuttavia contiene anche
una latente evocazione di un principio
dello status symbol un po' mistificante:
che, se sfugge di mano, può
divenire un limite delle potenzialità
di una collezione che vuole proporre
un interessante e rinnovato concetto
di raffinata editoria nel campo del design per gli interni.
Sempre in termini di recensione può
essere interessante definire questa
collezione come un genere letterario:
per lo più diremmo che si tratta
di prosa, a volte con qualche accenno
teatrale, con rari accenti poetici,
scritta per lo più in forma narrativa
di racconto breve. Prendendo a prestito
una delle parole più ricorrenti
nelle comunicazioni dell'azienda, il
"design emozionale" della collezione
si direbbe spaziare nell'ambito
della letteratura d'intrattenimento,
ricca di una affascinante raccolta di
testi, dai generi 'd'avventura' (i pezzi
esotici dei fratelli Campana, di Šípek,
di Sadler, di Grcic, di Palomba Serafini),
al 'fantastico' (i vasi di Paolo
Ulian, i mobili e il servizio di bicchieri
tromp-l'oeil del gruppo Front, le
porcellane "Alice nel paese delle meraviglie"
di Maarten Baas, il pouf
'zucca' di Todd Bracher, i mobili
sconnessi di Philippe Nigro, i tavoligioco
di Šípek e Pagani Perversi, il
tavolino-melanzana di Grandi e Bossi)
con alcuni accenni al 'fantasy' (i
mobili in cartone di Giles Miller, gli
orologi onirici di Kiki van Eijk, le credenze
istoriate di Alessandra Baldereschi,
il sofa abbottonato di Ditte
Hammerstrøm, lo svolazzante tavolo
di Xavier Lust) e all'horror' (la mano
appendiabiti modello "famiglia
Adams", l'ironica lampada-teschio di
Giovannoni), il "comico-ludico" con
tratti 'ironici' (l'iconica lampada da
terra di Ding 3000, il vaso "pesce
mangia pesce"della Baldereschi, la
lampada barchetta da 'magutt' di Pagani
Perversi). Naturalmente ci rendiamo
conto che queste definizioni
di genere non possono valere per tutti
i numerosi oggetti in catalogo, alcuni
dei quali sono di un genere più
serioso, tendente al minimalismo (le
sedute di Luca Nichetto, la poltrona
cubista di Jeffrey Bernett, il letto panchina
e i tavolini di Pagani Perversi,
l'amaca di Inghua Ting, i tavoli bassi
di Nigro), ma tuttavia, visto globalmente,
tutto partecipa a quel senso
del "fantastico-emozionale". Nell'insieme
si tratta di una collana editoriale
di testi molto eterogenei, più o
meno tutti gradevoli, ma forse troppi
da leggere in un sol colpo e, per questo,
con un certo effetto di ridondanza.
Spiccano, tuttavia, alcuni racconti
più ispirati dove si riconoscono dei
caratteri più forti e consolidati come
nelle lampade dei fratelli Campana,
nei vasi di Šípek, nelle sedute di Grcic,
di Sadler, di Palomba Serafini,
nella lampada da terra di Ding 3000,
oggetti nei quali si respira una certa
vena 'avventurosa' che, per quanto
in alcuni casi rischi di logorarsi, ancora
regge il fascino della narrazione.
Spunti narrativi interessanti si
leggono anche nei diversi generi
proposti da Ulian, Bortolani, Nichetto,
Miller, Pagani Perversi. Dal giudizio
lasciamo fuori alcuni pezzi, soprattutto
nel piacevole settore per
bambini, scelti da altre produzioni
correnti come la bella sedia in polipropilene
espanso di Mari per Magis.
Ovviamente anche questi pezzi presi
a prestito da altre produzioni rendono
ancora più forte quel senso di
"collezione delle collezioni".
L'impressione finale è che, in una
più ampia selezione di pezzi nelle
prossime collezioni, si dovrebbe cercare
di far emergere, oltre alla giusta
quota di primi racconti delle ultime
generazioni (soprattutto italiane,
che ne hanno bisogno), anche una
nuova sezione più organica di prodotti-
testi in forma di romanzi, magari
di carattere più impegnato, più
visionario nel cercare di interpretare
le forme del nostro tempo e di quello
prossimo venturo. Resta, in ogni
caso, il valore dello sforzo di rinnovamento
che Skitsch sta cercando di
portare nel panorama del design italiano.
Block Notes #1: Skitsch
Come in un viaggio 'letterario', si cercherà di capire se una collezione di oggetti è ancora in grado di comunicare una visione interessante del nostro presente.
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- Giampiero Bosoni
- 09 settembre 2010
- Milano