20. Feb. 2004

Un’ermeneutica dei nuovi processi?


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di Simon Texier

Fino a 1.3.2004
Architectures non standard 
Centre Pompidou, rue Beaubourg
T +33-1-44781233
http://www.centrepompidou.fr

Con l’esposizione “Architettura Non Standard“, si inaugura al Centre Pompidou un nuovo corso: Frédéric Migayrou, succeduto ad Alain Guiheux come capo conservatore, è infatti specializzato nel presentare architetture sperimentali o radicali. Di solito le mostre del Centre Pompidou sono monografiche, ma finora non avevano mai esplorato avanguardie e sperimentazioni contemporanee. Frédéric Migayrou e Zeynep Mennan hanno scelto, invece, dodici studi d’architettura che, da diversi anni, basano i propri lavori sull’utilizzo di metodologie numeriche, al fine di realizzare una nuova industrializzazione della costruzione.

Affascinata dai lavori matematici di Abraham Robinson (1961), dalle ricerche sull’intelligenza artificiale o della morfo-genetica, l’“architettura non standard“ rappresenterebbe così una sorta di alternativa a una produzione quantitativamente potente, ma prevalentemente regolata da normative astratte. La “logica duttile“ ottenuta dalla generalizzazione numerica rimetterebbe, infatti, in discussione l’esistenza di principi fondamentali della produzione industriale dell’edilizia, quali la razionalizzazione della costruzione, la serie e, persino, la nozione di tipologia. Ma sulle ragioni e le modalità di questa “messa in discussione“, il progetto curatoriale avrebbe dovuto essere più esplicito: se ogni progetto (quattro per ogni gruppo) dà luogo ad una plausibile spiegazione, i legami che uniscono o oppongono i vari progetti rimangono, invece, difficilmente comprensibili.

La varietà dei supporti permette al pubblico esperienze diverse, come quella di seguire in tempo reale la fabbricazione di alcuni oggetti: per esempio, il taglio degli elementi e l’assemblaggio di mobili ideati da Objectile (Bernard Cache e Patrick Beaucé). Un esempio dell’inedito ambiente spaziale prodotto dai processi “non standard“ sono gli affascinanti modelli di NOX.

Per quanto appaia logico ipotizzare, buona parte di questi progetti, proprio per il loro carattere innovatore, sono scaturiti da incarichi eccezionali. I curatori, invece, insistono nell’evocare “l’apparire di un nuovo ordine non standard“, proponendo una generalizzazione di questi nuovi metodi architettonici che, a breve, potrebbe addirittura apportare modifiche sostanziali al paesaggio urbano e suburbano. Sarebbe stato opportuno tracciare un quadro prospettico di questi possibili effetti e rafforzare l’aspetto didattico e divulgativo dell’esposizione.

Ermetica per i non addetti, la mostra rimane infatti ambigua anche per un pubblico ‘colto’. Pur dando molta importanza ai “nuovi procedimenti concettuali“, al Pompidou il problema della forma è onnipresente senza, tuttavia, essere realmente affrontato. La stessa scenografia, concepita da Mennan come uno spazio “non standard“, svolge un ruolo importante e integra gli oggetti come potenziali sculture. L’esposizione è in buona parte dominata da un magnifico nastro, una specie di anello di Moebius (un messaggio?), che riproduce alcune centinaia di opere, come a costruire una sorta di genealogia tematica.

Tutte le icone dell’architettura organica sono presenti, così come quelle dell’arte bio-morfica e, più generalmente, tutte le ricerche condotte nel XX secolo per sfuggire alla dittatura dell’angolo retto. In conclusione, i corsi e i ricorsi di questa rappresentazione in prospettiva storica di progetti contemporanei non fanno che rafforzare le analogie formali e dare all’esposizione una dimensione estetica: peraltro non annunciata. Il visitatore, a volte stanco delle innumerevoli descrizioni di alcuni progetti, si lascerà così sedurre da alcuni oggetti voluttuosi che gli stimoleranno l’inconscio. Soprattutto perché vengono presentati mediante un sottofondo musicale altrettanto inquietante.

Nel reinterpretare i principi stessi del progetto di architettura, il “non standard“ suggerisce così un diverso atteggiamento verso programmi e luoghi del fare architettura. Ma nella sua stessa struttura, la mostra va soprattutto intesa come parte di una più generale riflessione su una disciplina in crisi permanente d’identità. Come si devono quindi interpretare le esperienze messe in mostra: come opere annunciatrici di una nuova rottura? Come tentativo di stabilire una nuova continuità con i progetti di architettura cubista (la casa di Raymond Duchamp-Villon) o con l’ondata decostruttivista più recente? Restiamo in attesa di una prossima esposizione che faccia, questa volta per davvero, il punto sul ruolo del “non standard“ nella produzione architettonica.

Simon Texier, storico all’Università di Parigi–Sorbona
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