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Prossimità critica
 

Prossimità critica

Attraverso una serie di casi storici e architettonici in Palestina, il libro curato da Petti, Hilal e Weizman pone la domanda: “Che cosa significa decolonizzazione oggi?”.

 

Recensioni / Nick Axel

Alessandro Petti, Sandi Hilal, Eyal Weizman, Architecture after Revolution, Berlin, Sternberg Press, 2013, pp. 206, € 25.

Decolonizing Architecture Art Residency (DAAR) è un modello originale di studio professionale impegnato sul territorio, fondato da Alessandro Petti, Sandi Hilal ed Eyal Weizman, attivo in Palestina nell’area di Beit Sahour. Architecture After Revolution propone una collezione di narrazioni che costituiscono una forte e convincente argomentazione a favore della concezione dell’architettura come strumento locale di pratica politica.

Il libro è organizzato in cinque capitoli ma, poiché ciascuno di essi ne comprende in realtà parecchi, sarebbe scorretto pensarli come progetti individuali piuttosto che invece come articolazioni di un singolo progetto. Attraverso una serie di casi storici e architettonici interconnessi viene messo in luce il significato implicito nella situazione politica palestinese di oggi. Con l’uso polemico dell’espressione “colonizzazione” assunto come quadro generale, il presente diviene leggibile come terreno di azione politica, attraverso l’espressione dei valori in gioco quando si riflette sul concetto di giustizia in un contesto tanto delicato.

L’opera prende le mosse dal contesto della recente evacuazione dalle zone palestinesi da parte di Israele e formula ipotesi per la sua prosecuzione. Ponendo la domanda “Che cosa significa decolonizzazione oggi?” (p. 18) gli autori elaborano una strategia della sovversione, considerando l’architettura come un assemblaggio temporaneo che non si può semplicemente trascurare né riusare, ma che invece richiede di essere valutato criticamente. Gli edifici sono considerati “punti di vista da cui analizzare e mettere alla prova i campi di forza politici, giuridici e sociali” (p. 35) con lo scopo finale di favorire l’elaborazione di “politiche che li svelino e agiscano su di essi” (p. 25). I progetti analizzano l’ambiente costruito come un contenitore che definisce il momento storico traghettando il passato nel presente e, in quanto tale, materia prima d’elezione per costruire un futuro giusto.

È centrale nel progetto la riflessione metodologica sulle proprie ambizioni. Se lo scopo è la decolonizzazione, è innanzi tutto assolutamente imperativo garantire che l’intervento non ripeta le prassi colonialiste che motivavano la situazione politica cui principalmente si guarda. Ispirandosi al concetto di “profanazione” della filosofia di Giorgio Agamben, l’opera di questi architetti cerca di “liberare la dimensione comune dal controllo dei regimi autoritari, del neocolonialismo e della società dei consumi” (p. 183) e di formulare, dal punto di vista architettonico, “una serie di nuove proposte e di riattivazione di usi comunitari” (p. 184).

Di quando in quando, per quanto sottile, viene in luce il tono marxista del gruppo, come nell’esplicita identificazione dei rifugiati come soggetto politico della decolonizzazione. Secondo la definizione politica contemporanea il rifugiato possiede un “intrinseco diritto di rivendicazione etico e storico” (p. 44) al ritorno in patria,[1] assunto come momento fondativo della decolonizzazione. E tuttavia l’opera prende le mosse dalla ricognizione problematica del fatto che soggetto e luogo del ritorno sono stati irreparabilmente alterati rispetto al momento originario dell’esilio. In questa prospettiva l’architettura non solo è indispensabile per “aprire l’immaginazione” favorendo la partecipazione concettuale al futuro dell’ambiente costruito, ma è anche lo strumento privilegiato per realizzare concretamente il ritorno.

La situazione del ritorno dal campo per rifugiati di Dheisheh alle rovine del villaggio di Miska viene assunta come prototipo di caso di studio, in cui il soggetto del ritorno e il percorso del ritorno sono facilmente identificabili. Un’attenta analisi dell’ambiente urbano del campo, cresciuto negli ultimi 65 anni, e dei ruderi fisici di Miska approda a una duplice nozione di identità. Il che richiede la duplicazione di qualunque intervento in entrambi i siti e ha come risultato il reciproco trapianto di un sito nell’altro in modo da liberare le potenzialità del presente in vista di ciò che potrebbe avvenire in futuro.

Con il procedere del racconto il progetto affronta l’analisi di esempi più complessi della condizione di rifugiato, come nel caso di un complesso di edifici di Jaffa, a sud di Tel Aviv. In questo caso non si tratta tanto del ritorno di una popolazione in un luogo, quanto di un’architettura che reclama la rappresentazione del passato nel presente. Pur non esprimendo proposte architettoniche per il museo che ora sorge nel luogo, gli autori costruiscono le loro argomentazioni attraverso una minuziosa ricostruzione di prove fotografiche che testimoniano la malafede di cui l’edificio stesso è espressione. La narrazione architettonica della falsa storia di una struttura monolitica al posto di tre edifici fittamente interconnessi di fatto ostacola la condizione urbana del ritorno, mistificando il luogo cui si ritorna, e di conseguenza impedisce la potenzialità di una città comunitaria.

I capitoli seguenti analizzano la riproposizione delle tracce coloniali, portando a esempio una tipologia di distribuzione residenziale, una base militare e la sede di un’assemblea legislativa. L’aspetto più interessante di questi interventi è la dimostrazione che “l’architettura coloniale non riproduce necessariamente le funzioni per cui è stata progettata” (p. 21). Nonostante la connessione tra ambiente costruito e regimi politici, e il peso del “colonialismo reale” di cui è carica, la forma architettonica conserva un alto livello di disponibilità neutrale che non va messo tra parentesi. L’esemplare lavoro di DAAR prova precisamente il valore della riflessione sull’architettura per la sua capacità di creare una prospettiva di futuro tangibile a partire dall’impuro e “tutt’altro che ideale” punto di partenza del presente.

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Note:
1. “L’espressione right of return, diritto al ritorno, si riferisce a un principio di diritto internazionale, codificato nella Dichiarazione universale dei diritti umani e nell’International Covenant on Civil and Political Rights, che attribuisce a ogni persona il diritto di ritornare nel proprio paese d’origine e di rientrarvi” (cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Right_of_return)