Habitat III - Opinioni - Domus
Habitat III, Quito 2016. Courtesy Habitat III, United Nations
 

Habitat III

La Nuova Agenda Urbana delle Nazioni Unite emersa dalla conferenza di Quito include, sottovoce, il concetto di “diritto alla città”, rivendicato con forza da coloro che ne sono attualmente privati.

 

Opinioni / Maria Luisa Palumbo

Il 10 dicembre 1948, l’Assemblea Generale delle giovani Nazioni Unite (costituitesi nel ‘42 con l’obiettivo di mantenere la pace e la sicurezza) approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, una dichiarazione che affermava il diritto alla libertà e all’uguaglianza di tutti i membri della “famiglia umana”. Con le parole dell’articolo 1: Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti.

In quegli anni, nonostante l’importanza che il tema della casa e dell’abitare avevano già acquisito sin dall’inizio del Novecento, l’urbanizzazione e i suoi impatti non erano ancora al centro dell’agenda delle nazioni. La popolazione mondiale era in rapida crescita (da circa un miliardo e mezzo di persone ad inizio ‘900 a due miliardi e mezzo alla fine degli anni ‘40) ma due terzi di essa abitava ancora in aree rurali.

 

La prima conferenza delle Nazioni Unite a traguardare pienamente le sfide dell’urbanizzazione (nel frattempo cresciuta insieme alla popolazione che a metà degli anni ‘70 raggiunge i 4 miliardi di individui) si tiene a Vancouver, in Canada, nel 1976, con il nome di Habitat I. La conferenza avvia il programma UN-Habitat: il programma dedicato allo studio degli insediamenti umani, alla distribuzione di risorse (soprattutto nei paesi del Sud del mondo) e allo sviluppo di strategie per assicurare a tutti una “casa dignitosa”.

Nel 1996, sull’onda di un’ulteriore crescita del numero di individui sulla Terra (ormai quasi 6 miliardi) e della loro concentrazione urbana (metà della popolazione vive ormai in città), le Nazioni Unite organizzano una seconda conferenza a Istanbul, in Turchia, per fare il punto su due decenni di attività di Habitat e individuare i nuovi obiettivi strategici per il millennio.

Da quel momento, tra i programmi delle Nazioni Unite, Habitat va assumendo sempre più importanza, poiché sempre più chiaro diventava il nesso tra sviluppo sostenibile, lotta alla povertà e alla fame, e questione urbana. E proprio questo nesso, ovvero la necessità di pensare insieme una sostenibilità economica, abitativa, ambientale e sociale in senso lato, è il cuore della Nuova Agenda firmata a Quito: una lunga serie di dichiarazioni e di impegni in cui gli Stati del mondo affermano la condivisione di una visione comune e di una strategia per portarla a compimento, la visione di un mondo in cui "nessuno venga lasciato indietro" e in cui la città sia strumento per garantire a tutti l’accesso ai diritti fondamentali quali appunto la casa, ma anche gli spazi pubblici, i giardini, le scuole, la mobilità e un sistema economico inclusivo.

È nelle città infatti che sempre di più si concentrano non solo le persone ma anche i flussi economici, i consumi di materia ed energia. Con tutto ciò che ne consegue in termini di problemi ambientali (è alle città che è largamente dovuto l’inquinamento e il conseguente riscaldamento globale) ma anche di economie di scala, economie di condivisione di beni e servizi.

Ecco perchè, nonostante la firma dell’Agenda spettasse naturalmente alle nazioni, la vera novità di Quito è stata l’attenzione diffusa che l’incontro è riuscito a suscitare, attestata dalla registrazione alla conferenza di ben 50.000 persone. Tra queste 500 delegazioni di città provenienti da tutto il pianeta e 200 sindaci. Lo stesso Joan Clos, attuale direttore del programma UN-Habitat, è stato per quasi dieci anni sindaco di Barcellona.

Se infatti le proiezioni ci dicono che nel 2050 oltre il 70% della popolazione mondiale vivrà in città, le città chiedono adesso di sedere al tavolo del decision-making e le città, le associazioni e moltissimi gruppi di interesse della società civile, sono andati a Quito per far sentire le proprie ragioni e per ottenere un ruolo nel processo di implementazione dell’Agenda che andrà avanti sino al 2036. E quello che dal basso viene reclamato non è soltanto l’importanza strategica delle amministrazioni locali e dei soggetti che operano sul territorio, ma anche l’affermazione di ciò che può essere definito, con una espressione di Henri Lefebvre, ripresa da David Harvey e largamente presente nel dibattito dei movimenti anti-capitalistici, il “diritto alla città”, un diritto non alla proprietà, ma all’accesso, all’uso e alla gestione dello spazio della vita.

Sulla formulazione esplicita di questo diritto, finalmente menzionato pur se in modo piuttosto vago nell’ultima formulazione dell’Agenda, è avvenuto il maggiore scontro nella lunga fase preparatoria che ha caratterizzato la scrittura della Nuova Agenda Urbana. Con un processo piuttosto straordinario, iniziato a settembre 2014, un team delle Nazioni Unite ha preparato alcuni documenti tematici che sono stati inviati agli stati membri ma anche alle organizzazioni internazionali, con l’invito a commentare e proporre cambiamenti. Da qui il segretariato di Habitat ha elaborato una Bozza Zero che è stata fatta ulteriormente circolare sino all’arrivo a Quito nella sua versione finale.

Joan Closs, Saskia Sassen, Richard Sennett and Richard Burdett at Urban Talk – Designing the Urban Age

Joan Closs, Saskia Sassen, Richard Sennett e Richard Burdett a Urban Talk – Designing the Urban Age

In questo contesto è avvenuto lo scontro sul concetto di diritto alla città, risolto dal Segretariato con l’inserimento dell’espressione ma con l’omissione di qualsiasi denuncia tanto delle gated communities quanto delle espulsioni forzate, spesso praticate in questi anni su larga scala. Espulsioni è il titolo dell’ultimo libro di Saskia Sassen, a Quito insieme a Richard Sennet e Richard Burdett protagonisti di uno dei tanti eventi e tavoli di riflessione paralleli o dichiaratamente alternativi rispetto ai lavori di Habitat.

Certamente il tema dell’elaborazione di nuove forme di diritto di proprietà, differenti dalla proprietà privata, così come di nuove economie, circolari e inclusive, resta un tema di fondo che lega in un nodo inestricabile economia, politica e città. La dichiarazione di Quito proclama sottovoce un nuovo diritto. In un mondo in cui un miliardo di persone vive ancora in baraccopoli e rifugi temporanei, non possiamo non considerarlo un passo avanti.

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