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Riuso del paesaggio in abbandono

Una nascente rete italiana mette insieme competenze e proposte, che vanno al di là dello specifico architettonico, per riutilizzare l'enorme patrimonio di edifici abbandonati a partire da strumenti ricorrenti e con il coinvolgimento delle comunità locali.

 

Opinioni / Rossella Ferorelli Alessandro Cariello

L’espansione insediativa e la contrazione abitativa possono sembrare fenomeni contrastanti ma, in realtà, per tutti gli ultimi quarant’anni essi sono ampiamente coesistiti, lasciando dietro di sé grandi quantità di relitti in abbandono nel paesaggio urbano italiano.

Il fenomeno ha comunque avuto, in questo lungo periodo, forme differenti. Sino ai primi anni ’90, i vuoti determinati dall’esodo dei grandi insediamenti produttivi o dall’obsolescenza di alcune infrastrutture hanno prodotto vere e proprie icone del paesaggio postindustriale di fine millennio. Negli ultimi venti anni, invece, si è innescato un meccanismo di polverizzazione dell’esodo urbano, che si sta convertendo in un processo pervasivo e silenzioso, relativo soprattutto alla residenza e a funzioni minute di rango locale.

La grana pulviscolare degli edifici inutilizzati sta così generando un immaginario urbano relativo alla crisi che è in gran parte inconscio. Un paesaggio culturale in cui piani terra con le saracinesche abbassate ed edifici sfitti creano una scenografia, che comincia a essere familiare e quasi passa inosservata, da cui emergono le sagome di scheletri incompiuti, capannoni vuoti, retaggi rurali incastonati nel costruito.

Conclusasi l’epoca dei pochi e vasti interventi di rigenerazione urbana a forte componente di sussidiarietà pubblica, proprio questa grana, la sua distribuzione e il carattere prevalentemente privato dello stock edilizio abbandonato stanno mettendo in discussione i modelli classici di rigenerazione, tanto da innescare la nascita di una galassia eterogenea di studi di architettura, ma soprattutto di collettivi, gruppi di ricerca indipendenti, associazioni, start-up, che lavorano sulla revisione dei processi di conoscenza e di riuso di una tale moltitudine di edifici.

Lo scopo di queste nuove entità professionali è quello di inventare opportunità di lavoro unsolicited, cioè non richieste, attraverso processi cooperativi e negoziali di catalizzazione delle domande espresse dalla cittadinanza attiva, ben oltre il mero progetto di architettura.

Sono gli enabler del riuso del paesaggio urbano abbandonato, ovvero gruppi che, piuttosto che formulare progetti per singoli edifici, elaborano piattaforme per la riattivazione di più spazi [1], attraverso strumenti ricorrenti.

Il dispositivo principe di questa sorta di armamentario condiviso è la mappatura online, indispensabile per censire il patrimonio edilizio in abbandono, spesso praticamente invisibile. Inventariare e catalogare sono le prime operazioni necessarie a far riemergere questi luoghi, che sfuggono allo sguardo zenitale del cartografo istituzionale. Ma, grazie alla diffusione dei locative media, la costruzione di mappe in crowdsourcing è pane quotidiano del web – se non quasi una sorta di ossessione – e base fondamentale per la strutturazione di reti e piattaforme di incontro tra domanda di spazi o attività e offerta di risorse urbane, finanziarie o di competenze che possano garantire l’efficacia dei processi di riuso anche sul lungo termine.

La produzione di festival ed eventi, sia sul tema dell’abbandono sia dentro gli stessi luoghi da riattivare, è poi un’ulteriore modalità di azione, con una duplice declinazione che punta tanto alla sensibilizzazione delle comunità locali quanto alla formazione degli addetti ai lavori. La comunicazione ad ampio raggio si unisce così alla produzione di workshop, talk e prodotti editoriali sperimentali, costruiti in collaborazione o indipendentemente dal mondo accademico.

 

Lo scopo di queste nuove entità professionali è quello di inventare opportunità di lavoro 'unsolicited'

 

Questa rapida diffusione di enabler del riuso su tutto il territorio nazionale ha stimolato la nascita di una densa rete collaborativa che, dopo incontri preliminari di alcuni gruppi, ha animato Standbyldings, un laboratorio a cura di Small, realizzato a Bari e della durata di due giorni, in cui molte delle principali realtà che lavorano in Italia attorno al tema attraverso prospettive eterogenee, hanno presentato un quadro strutturato degli strumenti e delle strategie di riuso impiegate. Uno dei focus ha riguardato anche il caso della Puglia, dove il programma regionale Laboratori Urbani, rappresenta il primo esempio strutturato di politiche pubbliche che hanno consentito il riuso di circa 150 edifici in abbandono per attività di rilevanza sociale, culturale e imprenditoriale.

La due giorni è nata con più scopi. In primo luogo, quello di consolidare la reciproca conoscenza di questa piccola galassia di attivisti, a partire dalla condivisione e dell’ampliamento del manifesto Re-bel Italy redatto dall’associazione Temporiuso.net. In secondo luogo, le giornate sono servite a rilevare come, nonostante i continui accenti della retorica politica o accademica sull’urgenza del riuso del patrimonio architettonico esistente, l’Italia si trovi effettivamente in una condizione di carenza culturale a tutti i livelli, in particolare in quello normativo. Una carenza per far fronte alla quale sono state elaborate due proposte operative.

Sebbene il riuso degli spazi inutilizzati faccia appello alla forza autorganizzativa degli enabler e delle comunità locali, vista la generale carenza di risorse economiche pubbliche, l’unione dei gruppi intende proporre, negoziare e concorrere a strutturare la creazione di un fondo – statale o regionale – che sia interamente destinato alla fase di start-up della riattivazione. Ovvero, a quella delicata azione iniziale di manutenzione straordinaria degli immobili in stato di abbandono per la quale i cittadini trovano più difficoltà ad agire in autonomia, ragione che blocca sul nascere la maggior parte delle azioni dal basso. A carico della cittadinanza o dell’imprenditoria sarebbero, quindi, le fasi di gestione e mantenimento in vita degli spazi, purché col fine di perseguire, oltre alla sopravvivenza finanziaria delle attività offerte, finalità eminentemente pubbliche, rivolte alle comunità locali.

Peraltro, perché il concetto di riuso delle risorse urbane diventi pervasivo nell’immaginario collettivo, la rete sosterrà in maniera strutturata una serie di campagne mirate alla sensibilizzazione della cittadinanza attiva – nucleo ricettivo della società urbana – e alla formazione, che, a valle dei contenuti tecnicistici impartiti nelle istituzioni accademiche, contribuisca a fornire mezzi e modalità per investigare la complessità dei processi di riuso, i cui nessi risiedono, appunto, al di là del progetto di architettura.

È, insomma, sul fine etico dei possibili utilizzi cui l’edilizia abbandonata finalmente apre spiragli, che Standbyldings e tutta la rete italiana degli enabler del riuso concentrano le proprie indagini, energie e visioni: attraverso uno scambio continuo di esperienze e saperi costruiti sul campo, con l’obiettivo a lungo termine di costruire l’abitudine sociale ad affiancare, all’offerta istituzionale di servizi, l’azione dal basso delle comunità, dando allo stesso tempo nuova linfa al paesaggio urbano dell’abbandono.


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Elisa Poli, [im]possible living: mappature dell'abbandono