Muse inquietanti: le città e il sisma
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Muse inquietanti: le città e il sisma

Il terremoto in Emilia ha lesionato in modo grave un'infrastruttura fatta di persone e relazioni, eccellenze in campo scientifico e brand famosi come il Parmigiano Reggiano. Il vero miracolo ora non sarà ricostruire, ma capire. Perché la crisi non diventi catastrofe, ma trampolino del cambiamento.

 

Opinioni / Elisa Poli

Nella dedica al primo libro di Giorgio Bassani che mi regalò quando iniziai a lavorare all'Università di Ferrara, L. scrisse: "Mi pare che ci si potrebbe fidare di una città come Ferrara; solida e saggia. Forse dovremmo imparare dalle città, dal loro sereno distacco". L'ho messo in valigia, Cinque storie ferraresi, una raccolta di racconti del 1966 che contiene anche Gli occhiali d'oro, uno dei racconti più intensi dello scrittore emiliano. L'ho messo in valigia, appunto. Tutti – qui in Emilia – ce l'abbiamo pronta: piccola, grande, sotto il letto o nel bagagliaio dell'auto. Lo dice anche l'esperta, intervistata al TG, che è meglio essere preparati: non sappiamo quando arriverà né con quale intensità. Non c'è cura al terremoto. Almeno così sembra. Eppure, continuo a masticare con gli occhi strade e palazzi, crepe e cornicioni sfaldati, profumi di tigli e suoni di biciclette senza riuscire a darmi pace, come dovessi recuperare il tempo perduto, come se lei, Ferrara, fosse l'ultima città del mondo, come se guardare, cercare di capire, trasformasse il presunto addio in un amore ritrovato, come se questo non fosse un lutto, ma un banchetto nuziale: lasciare per non perdere. Per non perdersi, mi dico.

Tutto è iniziato qui, a pochi chilometri dalla cinta di pietra e mattoni, solida come la Storia, elegante e altera. Arrivati alla Porta degli Angeli, sul limite estremo delle mura, vale la pena girarsi un momento. Assaporare il silenzio perfetto che la lunga prospettiva di corso Ercole I D'Este infonde a tutta la città, quel punto apparentemente lontano che laggiù, in fondo, si risolve nel Castello. In mezzo, come un faro puntato sull'incrocio di corso Biagio Rossetti, proprio di fronte a quello che tutti conoscono come il giardino dei Finzi-Contini, si eleva massiccio e imponente il baricentro di questo asse, il Palazzo dei Diamanti. Quanto saranno a calcolarli così, dalla Porta degli Angeli a corso della Giovecca? Due, trecento metri? Eppure è qui, all'interno dell'Addizione erculea, tra le pietre lunari di Palazzo Schifanoia e i neri marmi del Cimitero ebraico che la città ammalia lentamente, come una bruma che sale piano e invade ogni forma con la certezza di poter vincere sul Tempo degli uomini, lei che, poverissima, sfoggia gioielli da regina. Ferrara, credevamo avesse fatto un patto con il diavolo o con qualche altro demone perché la sua essenza non sembra poter sfiorire, intatta e superba come il portale elegantissimo del suo Duomo.

Ferrara è ancora in piedi, resiste, non come L'Aquila, sprofondata nel gorgo dell'oblio, nella negazione di sé, nei racconti di giovani ragazzi diventati vecchi per forza che ricordano, accarezzando le vecchie pietre della città storica, un'età dell'oro in cui la loro vita non era stata imprigionata nelle "vasche" del sabato pomeriggio tra gli scaffali di qualche outlet di periferia. Che poi all'Aquila parlare di periferia non ha più senso perché le hanno negato il centro e, senza termine di paragone, qualunque metafora, qualunque narrazione, diventa una sterile sommatoria di termini, un elenco infinito delle perdite, senza ricorso, senz'appello. Mi raccontava Christian Caliandro che molto ha scritto sul terremoto in Abruzzo che di notte, nel centro dell'Aquila potenti altoparlanti indicano agli accecati avventori i punti in cui si trovano bar, ristoranti e locali. Come se il cuore della città avesse assunto le stesse modalità comunicative dei suoi dozzinali centri commerciali, come se nulla e nessuno potesse ormai opporsi allo shopping mall della Storia: un parco a tema della catastrofe in cui consumare le ultime reliquie del passato glorioso tra una pizzetta e uno spritz. L'Aquila era una città bellissima proprio come Ferrara. Ferrara però non è stata colpita dallo stesso destino; e questo è un inizio, un indizio, la possibilità di utilizzare la prima anche per tornare a riflettere sulla seconda e tramite la seconda guardarci allo specchio. Ferrara e L'Aquila siamo noi.

Il destino dei nostri luoghi ci appartiene, dall'Abruzzo all'Emilia, dalla Sicilia alla Val di Susa e nessuna divisione cartografica, politica, economica, può resistere all'urto impellente di una realtà fisica, fenomenica, che ridimensiona beffardamente complesse strategie, riunioni di partito e udienze infinitamente procrastinate. Troppe voci, fantasmi della coscienza che affoghiamo, nel bicchiere mezzo vuoto del disimpegno e dell'autocommiserazione, hanno descritto inascoltate il futuro che oggi è presente. Il passato ci ha consegnato molti errori, ma altrettanti strumenti per risolverli: abbiamo osservato bene?

Aveva ragione Giorgio De Chirico, dipingendo Ferrara, a titolarne la sorte con un soggetto paradossale: Le muse inquietanti. Nel quadro, dietro la sagoma stagliata del Castello (il passato), alcune fabbriche (il futuro) accennano a un mondo sempre rimasto sullo sfondo – Ferrara è demanio agricolo – che non disturba, ma crea la vera ricchezza di un territorio vitale e volonteroso. Il terremoto ha lesionato in modo grave questa infrastruttura fatta di persone e relazioni, eccellenze in campo scientifico e brand famosi quanto la Coca-Cola come il Parmigiano Reggiano. Il terremoto infatti perverte la normale fruizione dei luoghi, l'abituale corso dei rapporti, la retorica delle comunicazioni: gli spazi pubblici, sede privilegiata degli scambi interpersonali, sono sempre i primi a essere disertati perché in Italia questi corrispondono quasi sempre ai centri storici, zone ad alto rischio durante un sisma. La Ferrara silente e deserta di De Chirico è la sineddoche dei troppi paesi svuotati di senso da una complessa cultura che ci ostiniamo a chiamare natura.

I media troppo spesso misurano la catastrofe attraverso l'opinione della Doxa prescindendo dall'analisi della realtà meno telegenica – la società dello spettacolo ci ha abituati a una cronaca in diretta che accende lo schermo e spegne la nostra capacità critica – svendendo immagini prive di senso. Cosa significano le torri divelte, le chiese sventrate e i capannoni accartocciati se visti dagli occhi miopi di un paese feticista che ha perso la memoria di un'epoca vicinissima a noi durante la quale il mondo crollava senza troppo rumore e la precarietà si chiamava vita? Se la costruzione dello spettacolo pubblico, collettivo e ufficiale del nostro paese si serve in abbondanza della trama tragica per sostanziare la coesione sociale allora la reazione delle popolazioni emiliane sta offrendo un esempio di operosità: accantonato il tempo del lutto ciascuno sta già immaginando un modo per reagire, una formula per opporre alla cultura del fato edipico quella della multiforme intelligenza odissea: la fabbrica dell'umanità.

Proprio le fabbriche, le aziende emiliane, attraverso la loro apparenza fisica – i capannoni – topoi del racconto rurale, costituiscono i perni di questa geografia scardinata, in una tessitura il cui disegno si modifica quotidianamente attraverso il racconto dei luoghi dell'urbanità: San Felice sul Panaro, Sant'Agostino, Bondeno, Finale Emilia, Mirandola, Novi… Nomi che, a chi non percorre in auto l'ordinato triangolo tra Emilia, Lombardia e Veneto, diranno sicuramente poco, nomi di paesi tranquilli e operosi, logos di un terremoto. Le une e gli altri si sostanziano attraverso una nuova funzione, quella del crollo, del collasso: estetica della catastrofe in presa diretta. Fabbriche moderne da ricostruire ed edifici antichi da restaurare: solo così sembra di poter superare il trauma. Cancellandolo. Ma sarebbe un errore associare la normale caducità degli edifici all'eccezionale condizione del sisma: le rovine sono presenze necessarie del nostro paesaggio. Parlando di Visioni di case che crollano, Gianni Canova sottolineava in questo modo il vero oggetto del lavoro di Gianni Celati: "È il tempo in cui il crollo accade che gl'interessa"; e lo stesso regista spiegando il senso del suo lungo lavoro: "Così ho capito che non bisognava mostrarle come malinconici relitti del passato, ma come uno dei più sorprendenti aspetti di un paesaggio moderno. In un'epoca in cui si tende a restaurare tutto per cancellare le tracce del tempo, quelle case portavano i segni di una profondità del tempo e così ponevano la domanda: cosa dobbiamo fare delle nostre rovine?"

Letta in questo contesto, la fabbrica assume un significato più ampio, inclusivo: il suo etimo faber ci indica la voce latina, dotta "arte, mestiere, negozio di artigiano". L'Emilia colpita è una fabbrica di creatività ed esperienza che dovrà saper formulare un manuale della ricostruzione i cui parametri – molti dei quali già stabiliti per legge – non sono ancora stati applicati. Ma la normativa è solo il negativo di una coscienza politica – la res publica – che qui dovrebbe trovare la propria espressione laica, a-partitica, non strumentalizzata. Il vero miracolo non sarà ricostruire, ma capire. Accettare cicatrici del corpo come fossero, perché lo sono, parte di una storia, parte della vita. Dalle viscere della terra sono emerse, e galleggiano senza ancora aver trovato una collocazione, molte questioni aperte e insolute, molti segreti di Stato e di fato, che per una volta potrebbero davvero spostare il baricentro dell'architettura dal narcisismo dell'auto-rappresentazione all'utilità della coesione di pensiero. Un progetto è possibile, ma non riguarda le case, non solo. Anna Magnani alla sua truccatrice diceva: "le rughe non coprirle che ci ho messo una vita a farmele venire". Il terremoto dell'Emila, le muse inquietanti che oggi occupano i suoi piatti paesaggi bonari, carcasse di animali preistorici crollati in un quadro di maniera, lo straniamento dell'impotenza, la fatica dell'instabilità – fisica prima che psicologica – la terra, che qui è vita, albero e frutto, animale e succo, la terra trema e qualcuno da fuori, da dentro, con lucidità e coraggio dovrebbe iniziare a pensare. Non la ricostruzione d'emergenza, non la politica del conservatorismo ad oltranza, non la raccolta benevola. Qualcuno dovrebbe iniziare a pensare come comunicare una nuova estetica, frutto della necessità dei tempi, ma anche strumento contro l'impoverimento che la superficie martoriata delle cose sembra volerci regalare: sottoterra qualcosa sta cambiando e chi ha il dono della distanza dovrebbe iniziare ad analizzarlo. Perché la Crisi non diventi catastrofe ma trampolino del cambiamento, doloroso certo, ma inevitabile e necessario.

Elisa Poli è co-fondatrice con Giovanni Avosani di Cluster Theory, laboratorio di ricerca multidisciplinare avviato nel 2011.