Artigiani e designer: per una comunità dei maker

I creativi, un antico esempio di rete che oggi ha preso un'altra forma: quella delle comunità reali e virtuali dell'open source.

 

Opinioni / Massimo Menichinelli

Dal 2005 si assiste al configurarsi del nuovo movimento dei maker, termine ampio ("creatori") che indica delle comunità di persone, per lo più dilettanti, che progettano e realizzano beni in spazi fisici e virtuali condivisi, con metodi di lavoro di gruppo e strumenti digitali. È una definizione sufficientemente precisa per descrivere i maker? Il metodo di lavoro e l'autoproduzione non sono la loro unica caratteristica e si può sostenere che l'uso delle tecnologie produttive digitali, di componenti hardware e software nonché di servizi fondati sui social media e l'adozione di una posizione di libera condivisione delle conoscenze siano anch'esse caratteristiche importanti. Trattandosi di un movimento tuttora in evoluzione, definirlo è difficile. E la stessa cosa accade a concetti correlati come quello di open design, per esempio, intorno al l'elaborazione di una definizione formale è ancora in discussione.

La centralità del metodo di lavoro, dell'autoproduzione e dell'autonomia hanno avuto parte in molti movimenti fin dall'avvento della Rivoluzione industriale, da John Ruskin, da William Morris e dal movimento Arts and Crafts fino alla controcultura degli anni Sessanta e, più di recente, al Craftivism. Inoltre non tutti questi fenomeni condividono gli stessi valori, tenendo conto che l'etica del fai-da-te si ritrova in parecchi casi, dai garage dello spirito americano della Frontiera all'anticonsumismo dei gruppi punk degli anni Settanta. Ci sono profonde differenze tra i designer professionisti che producono autonomamente i loro oggetti e la grande industria dell'arredamento domestico di Home Depot, Leroy Merlin e simili.

Non è quindi chiaro se si tratti davvero di un fenomeno nuovo o se invece non sia sempre esistito sottotraccia, per venire alla luce a livello mondiale non appena sono stati disponibili strumenti di condivisione, di comunicazione, di collaborazione, nonché strumenti che hanno democratizzato la disponibilità di tecnologie di prototipazione e di produzione abbastanza facili e a buon mercato da poter essere assimilate e usate rapidamente. Come naturale conseguenza della possibilità di collegamento in rete e di cooperazione fornita da Internet stiamo oggi sperimentando come gestire organizzazioni e imprese che non riguardino solo l'informazione digitale ma anche i beni fisici e personali. Come scrive Chris Anderson "gli atomi sono i nuovi bit": l'innovazione oggi sta tipicamente nel passaggio all'adozione dell'innovazione digitale nei processi di fabbricazione e di distribuzione. E poi, quando un narratore pubblica un romanzo su un certo fenomeno, significa che non è più una questione esoterica, come dimostra il caso di Makers di Cory Doctorow.

Il punto di svolta del movimento dei maker si è verificato nel 2005: il primo convegno sul Web 2.0 venne organizzato dalla O'Reilly Media nel 2004 e nel 2005 abbiamo assistito al debutto di Arduino (la piattaforma hardware libera per la prototipazione), di RepRap (la stampante tridimensionale libera in grado di autoriprodursi), di Instructables (la piattaforma web per la condivisione dei progetti fai-da-te) e della rivista Make (la più significativa pubblicazione a stampa destinata ai maker). Si può anche affermare che oggi il termine maker viene usato in un senso che deriva dal concetto di capacità produttiva diffuso dalla rivista Make e dalla serie di manifestazioni intitolate Makers Faire, le "fiere dei creatori".

La comunità dei maker in Italia
Il movimento dei maker si va diffondendo in molti paesi e ci sono Makers Faire perfino in Africa (sia pure non organizzate da O'Reilly Media). Inoltre si va affermando la consapevolezza di un'ancor vasta competenza artigianale tradizionale e autoproduttiva in chi si trasferisce dalla campagna alla città. La tendenza all'urbanizzazione, iniziata in Gran Bretagna nel corso della Rivoluzione industriale e ancora in corso in tutto il mondo, porta alle città nuovi abitanti, e con essi le loro capacità di lavoro manuale e di autonomia.

Non è difficile descrivere il contesto in cui si muovono i maker italiani, dato che l'Italia possiede una lunga storia di arte, di artigianato e di integrazione geografica e sociale di sistemi industriali costituiti da distretti produttivi. Va osservato che Arduino è l'evoluzione naturale prima di tutto della cultura di Olivetti, e poi dell' Interaction Design Institute di Ivrea. Benché quest'ultimo sia stato chiuso e trasferito a Milano, ha esercitato un forte influsso sul mondo del design e delle imprese, di cui Arduino è parte. Citiamo qui sommariamente soltanto Ivrea, benché fenomeni analoghi si siano verificati in numerosi altri distretti industriali italiani. Tenendo presenti questi dati di base è il momento di parlare della condizione dei maker, degli strumenti produttivi liberi e dell'open design in Italia.

I FabLab (ovvero le officine di fabbricazione digitale) sono uno dei più diffusi tipi di spazio dedicati al "fare" in comune (accanto agli hackerspace, ai sewing café e ai Techshop). Ci sono molti FabLab nel mondo, da Boston al Sudafrica, dall'Afghanistan all'India e dalla Nuova Zelanda al Brasile. Soltanto in Olanda sono attivi 13 FabLab, tra cui uno mobile sistemato su un autocarro e una piccola officina che sta in una stanza. Il primo FabLab venne installato dieci anni fa al MIT, ma si è dovuto aspettare quasi un decennio per vedere il primo FabLab italiano, il torinese FabLab Italia. Era un centro di produzione temporaneo reso possibile dall'ìniziativa di Massimo Banzi di Arduino; e fortunatamente si è da quest'anno trasformato in un FabLab permanente (il FabLab Torino delle Officine Arduino). Va osservato che, per esempio, non esiste un FabLab in attività a Milano, dove le iniziative sono numerose ma sfortunatamente nessuna è ancora in grado di raggiungere la massa critica richiesta per avviare un centro di produzione.

Si va comunque delineando in Italia uno scenario interessante che va dai designer computazionali di Co-de-iT a marchi di abbigliamento liberi come OpenWear e a piattaforme di e-commerce fai-da-te come Blomming, dalle tecnologie indossabili di alto livello di Plugandwear alle concrete sperimentazioni di stampa tridimensionale di D-Shape e a molti altri. Negli anni passati abbiamo anche visto sul web comunità come l'Arduino community, manifestazioni locali come WeFab e, più recentemente, la comparsa sui social network di gruppi come il romano Hopen e in particolare su Facebook il gruppo Fabber in Italia, il più attivo attualmente sulla scena nazionale (nato dal precedente gruppo Fabber in Milan). Ciò che è in realtà accaduto negli ultimi due anni è che questi e altri progetti hanno iniziato a collegarsi a rete e a scoprirsi reciprocamente, e che – attraverso manifestazioni e social media – hanno, negli ultimi pochi mesi, costituito una vera e propria comunità. Accanto all'attenzione per il metodo di lavoro, all'uso di tecnologie produttive digitali e alla cultura del fai-da-te e del bottom-up, anche in Italia i maker si caratterizzano per la propensione al collegamento a rete.

All'inizio di marzo si è svolta a Roma la manifestazione World Wide Rome, che ha portato alla ribalta la comunità dei maker italiani con la partecipazione di ospiti internazionali come Chris Anderson (direttore dell'edizione americana di Wired) e di Dale Daugherty (direttore della rivista Make). La manifestazione ha innescato un vasto dibattito sulla stampa e sui social media, suscitando anche l'interesse del governo italiano e prospettando la possibilità nel prossimo futuro di una o più Maker Faire in Italia.

I traguardi della comunità dei maker e il contesto italiano
Grazie alla manifestazione World Wide Rome finalmente l'esistenza di un movimento dei maker è stata riconosciuta, ma è troppo presto per fare ipotesi sul sostegno che il movimento otterrà o per prevedere se raggiungerà una massa critica. Il contesto italiano può essere il campo ideale per mettere alla prova le dinamiche dei maker, dell'open design e delle esperienze di fabbricazione distribuita, per capire se si tratti di reali occasioni praticabili e come si possano inserire nel tessuto sociale e produttivo preesistente del paese. Si afferma talvolta come un luogo comune che la famiglia sia il centro della vita italiana, sia sul piano sociale sia su quello della reale ricchezza del paese: e non si potrebbero trovare esempi migliori di Kent's Strapper, una famiglia fiorentina al completo che lavora alla costruzione di stampanti tridimensionali autoreplicanti. In che modo i FabLab possono crescere sul territorio e nelle città, collegandosi tra loro a rete e collaborando con le industrie e gli artigiani esistenti? Già accade in città come Barcellona, dove l'amministrazione locale sta pensando a un sistema a rete di FabLab in ogni quartiere, a una FabCity come progetto di una città fondata più sull'importanza della cooperazione delle comunità locali che non sulla scala di massa di grandi manifestazioni e sul turismo di massa a basso prezzo.

La critica situazione economica che l'Italia sta attraversando pone tra l'altro alcuni problemi che non possono che contribuire a dare maggior impulso al movimento dei maker. Poiché solo poche aziende superano i quarant'anni di attività , non sarebbe meglio dedicarsi a crearne di nuove invece di cercare di cambiare quelle vecchie, che già possiedono un'identità forte? Uno dei temi d'attualità di questi anni si è rivelato il progetto dei modelli d'impresa. Perché non concentrarsi di più sulla creazione di nuovi modelli d'impresa e di nuovo valore basato sul progetto? La popolarità del Business Model Canvas prova che il design può essere usato con successo per la creazione di nuovi progetti imprenditoriali, che possono essere adottati anche nel campo del progetto. Le università italiane vedono calare il numero degli iscritti, quasi il 20 per cento dei laureati e il 31 per cento degli italiani al di sotto dei 25 anni sono disoccupati. Quale fisionomia avranno in questo minaccioso scenario il lavoro del designer e la formazione al design in Italia?

E infine: il sorgere della comunità dei maker in Italia offre anche un indizio ulteriore della potenza dei social network nella diffusione del progetto. Molti progetti hanno avuto inizio autonomamente e poi solo di recente si sono collegati tramite servizi Web 2.0. Grazie a questo collegamento a rete la comunità è cresciuta rapidamente. Ma è anche vero che l'informazione su carta e le manifestazioni tradizionali hanno ancora una parte fondamentale nel sostegno di queste iniziative che nascono dalla base: Wired e Make hanno avuto un'importanza cruciale non solo negli anni scorsi ma anche per World Wide Rome. La rete sociale italiana dei makernon è geograficamente limitata all'Italia né ai soli progetti che nascono autonomamente dalla base del movimento. La prospettiva della rete sociale è un percorso promettente e non va dimenticato che iniziative tradizionali come la rivista Make sono parte di queste reti sociali in via di costituzione, e anzi si trovano a esserne i poli più autorevoli, anche in quanto social media. Essere maker o FabLab non significa solo usare tecnologie di produzione digitale insieme con il lavoro manuale, ma anche far parte di una particolare rete sociale mondiale.

Massimo Menichinelli, designer, si dedica alla ricerca e alla diffusione di spazi e processi di collaborazione come i FabLab e i progetti di open design, co-progettati con comunità e territori sulla base di dinamiche open source e peer-to-peer. Lavora allo sviluppo di strumenti e metodi progettuali attraverso una comunità open source (openp2pdesign.org) e partecipa alla comunità e alle attività dell'Aalto FabLab presso la Aalto Media Factory dell'Università Aalto di Helsinki.