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Cosmetica di una città australiana

Il concetto di "vivibilità" è una strategia tipicamente contemporanea che considera la città una risorsa in sé.

 

Opinioni / Ingo Kumic

Ogni anno mi viene da pensare a quanto distorta sia l'immagine della nostra città. La pubblicazione da parte del Servizio informazioni dell'Economist dell'elenco delle dieci città dove si vive meglio vede la classifica contribuire a un giubilo collettivo che ancora una volta ci acclama come una delle città più vivibili del mondo. Come accade per Melbourne, si crea una percepibile, se non tangibile, onda d'urto che scuote le cittadinanze delle città più vivibili in un sussulto di curioso, per quanto temporaneo, sciovinismo. La funzione di incitare la tifoseria ricade sugli onnipresenti sindaci di queste città. Ogni parata di fronte ai vari media che afferma implicitamente il primato del municipio è diretta conseguenza di un'attenta politica sotto il loro controllo. Nulla di nuovo in questa ben congegnata estetica politica, che viene applicata con ottimi risultati da quando il potere si ottiene con strumenti organizzativi. Ma il concetto di "vivibilità" è, nel grandioso piano dell'accumulazione del potere, una strategia di carattere tipicamente contemporaneo, che considera la città una risorsa in sé e vede il valore delle città passare da quello di luogo dove si crea benessere alla condizione di ibrido supermarket della competizione e dello stile di vita in cui essa stessa è oggetto di scambio.

In superficie, senza giochi di parole, la faccenda pare abbastanza innocua, se non fosse che l'attività di governo, in Australia, appare decisa a perpetuare questa situazione. Ma perché preoccuparsi? Semplice: secondo molti dei più importanti economisti mondiali l'ossessione della vivibilità ha, tra l'altro, indotto a privilegiare la fornitura di servizi alla società rispetto al suo rafforzamento, e così facendo ha contribuito all'attuale crisi finanziaria mondiale. Il premio Nobel per l'economia Michael Spence, recentemente ospite del Grattan Institute, ha osservato—lo dico con parole mie —che il concorso di politica fiscale e autosufficienza normativa del settore dei servizi finanziari ha prodotto un incentivo o un investimento negli scambi, e nella speculazione, relativi al valore patrimoniale invece che nella creazione del patrimonio stesso. In altre parole per oltre due decenni gli investimenti degli Stati Uniti nel settore del non-tradable hanno visto la creazione di 27 milioni di posti di lavoro in servizi come l'ospitalità, la vendita al minuto, l'immobiliare, il tempo libero e la salute. Il che si contrappone a un investimento nel settore del tradable, nello stesso arco di tempo, che ha visto la creazione di circa mezzo milione di posti di lavoro in settori della produzione della ricchezza (o del capitale) come la produzione industriale, l'istruzione, l'agricoltura, l'energia e la cultura. Il risultato, senza mezzi termini, è che l'economia è diventata obesa, iperstimolata, gonfiata e, cosa forse peggiore di tutte, insoddisfatta. Paradossalmente abbiamo consumato più ricchezza di quella che abbiamo creato.

L'accento posto sulla speculazione relativa al valore della città, e non su un'attiva ed efficace politica in grado di creare questo valore, è molto in auge qui in Australia. A differenza della altre città che entrano nella classifica delle dieci più vivibili, le città australiane sono anche nella classifica delle dieci città più care. Secondo il rapporto Ten Most Expensive Cities in the World 2010 del Servizio informazioni dell'Economist, vivere a Melbourne costa il 41 per cento di più che vivere a New York. A Melbourne, a quel che risulta, la creazione di ricchezza dipende in grande misura da risorse esterne: per esempio dal turismo ricreativo, dal turismo d'affari e dal turismo culturale. In effetti, l'accento che la politica pone su quello che Michael Spence chiama settore del non-tradeable costituisce il cuore dell'identità di città del tempo libero di Melbourne, e la sua fragilità nel lungo periodo di fronte agli impulsi mondiali di cambiamento. Come innumerevoli città americane e britanniche Melbourne (e Sidney, se è per questo), nel loro processo di rinnovamento urbano e di ristrutturazione, hanno privilegiato il non-tradeable. Che si prenda in considerazione Dandenong, Coburg, Barangaroo o Green Square, la nostra politica privilegia invariabilmente il valore speculativo della vendita al minuto, del tempo libero e del patrimonio immobiliare (per esempio dei cosiddetti "centri d'attività") come fondamento del risanamento economico della città.

Detto questo, non dobbiamo solo affrontare la necessità di riformulare il programma della realizzazione della città in modo che la città dei consumi sia subordinata alla città della produzione: stiamo sfidando il fondamento dell'estetizzazione della politica e, essenzialmente, reclamando un radicale rafforzamento dei poteri dell'amministrazione locale. Se le nostre città sono destinate davvero a esercitare un influsso sulle principali tendenze di cambiamento mondiali e a reagire a queste tendenze, allora dovranno esistere in quanto prove materiali della massiccia e a volte catastrofica rinascita del capitale che attualmente sostiene la nostra economia. Questa rinascita non sarà di tipo cosmetico, sarà strutturale e sarà testimonianza della subordinazione di chi controlla la speculazione sul valore a chi controlla la produzione di tecnologia, di alimentazione, di energia e di conoscenza in quanto capitale.

In modo cruciale, ciò richiederà che la parola 'produzione' assuma un significato più dedito al trasferimento di poteri alla sfera 'locale', mentre la garanzia dell'energia prodotta localmente, tra l'altro, diventerà realtà. Insieme a ciò sarà necessario che il governo, e soprattutto l'amministrazione locale, rispecchino il passaggio dalla tradizionale priorità attribuita alla fornitura di servizi alla comunità al rafforzamento della comunità stessa. In questa prospettiva, si può dire che l'amministrazione locale sia in prima linea nel tentativo dar vita a comunità locali più reattive, compito che richiede che le sue strutture, le sue risorse e la sua affidabilità organizzativa riflettano il rafforzamento più che la fornitura di servizi, in un quadro in cui l'obiettivo degli investimenti e la politica di sviluppo siano mirati a permettere la produzione e l'accumulazione di valore in modi che privilegino la salute del pianeta e della società. Ingo Kumic

Ingo Kumic è un consulente di strategia urbana. Ha lavorato in Asia, Medio Oriente e in Europa come assistente del governo regionale e cittadino per l'attività strategica di gestione e pianificazione delle città contemporanee. Ha un dottorato di ricerca in architettura ed è stato guest critic in architettura, progettazione urbana e pianificazione presso l'Architectural Association di Londra e la University of Technology di Sydney, tra gli altri. Attualmente, è consulente strategico, per la città di Knox a Melbourne in Australia.