Districando l'orbita

Londra ha presentato la sua esplosiva icona olimpica: ma cosa ci comunica dell'immagine della città in occasione dei Giochi del 2012?

 

Opinioni / Oliver Wainwright

L'accoglienza riservata dalla critica all'architettura londinese per le Olimpiadi del 2012 è stata caratterizzata da ondate bipolari di spiccato disappunto, seguite a distanza di pochi mesi da esplosioni di giubilante ottimismo.

Coerentemente al carattere nazionale inglese la maggior parte delle costruzioni, alla presentazione alla stampa dei rispettivi progetti, ha suscitato aspre critiche. Lo stadio principale – dello studio Populous, specialista dello spettacolo di massa – alla pubblicazione delle immagini della sua modesta struttura bianca venne in vari modi accusato di essere "velleitario e banale" e "una cosa da Ikea, buona per una festa all'aperto". Addio ai dinamici tendini del piano di Foreign Office Architects, vincitore del concorso, che si levavano dalle ondulate spirali del parco come creature aliene, consci dell'energia dei loro muscoli contratti. Al loro confronto, scintillante nel nebuloso beige del disegno, questo sembrava un gasometro compresso, una deprimente visione da Meccano per bambini.

E invece, una volta terminato, è stato salutato come il più leggero stadio della sua tipologia mai costruito, un modello di economia ed efficienza del progetto strutturale. La sua struttura minimalista si sviluppa con eleganza intorno a uno snello anfiteatro, con tutte le funzioni di servizio nascoste nella base o ospitate in strutture accessorie intorno al sito. Un monumento adeguato, insomma, alle nostre Olimpiadi dell'austerità, provvisorie e in scatola di montaggio.

Il centro degli sport acquatici di Zaha Hadid ha avuto tutta un'altra storia. Svelate con il consueto clamore che circonda i progetti della star del digitale, le pinne aerodinamiche di questa futuristica razza hanno ricevuto encomi universali. Sarebbero state la benedizione del cielo, le reginette di bellezza del parco in una disparata distesa di capannoni in economia. Ma era troppo bello per essere vero: il bilancio è aumentato da 73 a 269 milioni di sterline (da quasi 85 milioni di euro a circa 313) costringendo ad amputare le lussureggianti ali e a rimpiazzarle con due tribune temporanee, due goffi accrocchi che oggi fanno ombra alla fluidità della forma.

Per di più la costosa copertura ondulata (che utilizza 3.000 tonnellate d'acciaio in un'ampia matrice di travature) è stata ben presto smascherata dall'aggraziato velodromo, progettato da Hopkins Architects, situato poco più a nord. Questa conchiglia di travature di legno, che sovrasta la pista come un gigantesco Pringle, racchiude la stessa area con un'analoga copertura a doppia curvatura ma, grazie a una struttura di cavi a reticolo ridotta al minimo, impiega solo 100 tonnellate d'acciaio. E costa solo 90 milioni di sterline (poco meno di 105 milioni di euro). Il contrasto tra un edificio progettato fin dall'inizio in stretta collaborazione con degli ingegneri e uno estratto dalle viscere parametriche di un software e poi trasmesso a chi doveva costruirlo non avrebbe potuto essere più stridente.
Fino alla settimana scorsa, voglio dire.

Come a scrivere un surreale capitolo finale della storia dell'edilizia olimpica, l'altro venerdì ha visto il colmo, probabilmente il più bizzarro dei monumenti alle Olimpiadi mai concepito: un progetto che per di più dimostra chiaramente quanto possa essere pericolosa la modellazione digitale incontrollata, con la relativa filosofia architettonica del "potevamo farlo e quindi l'abbiamo fatto". E pare anche destinato a invertire di colpo la tendenza dei media: la maggior parte dei critici gli sono ancora decisamente contrari. L' ArcelorMittal Orbit, progettato dall'artista Anish Kapoor e dall'ingegnere Cecil Balmond è un enigmatico totem eretto in onore di Lakshmi Mittal, magnate internazionale dell'acciaio nonché uomo più ricco di Gran Bretagna, che si è accollato 19,6 milioni di sterline (quasi 23 milioni di euro) dei 22,7 (circa 26,4 milioni di euro) del costo di questa gigantesca accumulazione rossastra.

L'idea di una torre olimpica era fin dal 2008 un sogno del sindaco conservatore di Londra, Boris Johnson, abbagliato (ed evidentemente abbastanza preoccupato) dal clamore suscitato dalle Olimpiadi di Pechino e dal fatto che inalberassero una quantità simboli divenuti istantaneamente icone, come lo stadio "a nido" e la piscina "a cubo d'acqua".

"Abbiamo deciso che avevano bisogno di qualcosa di straordinario, qualcosa che rendesse inconfondibile il profilo della parte orientale di Londra", ha dichiarato Johnson. "Qualcosa che suscitasse la curiosità e la meraviglia di londinesi e turisti." Era in cerca di un concentrato di stupore, di qualcosa da togliere il fiato per mascherare la mediocrità dei nostri umili stadi. "Dopo Pechino Boris ha capito che avevamo bisogno di qualcosa che facesse scalpore", afferma Ian Louden, responsabile di ArcelorMittal. "Qualcosa che catturasse la fantasia delle telecamere."

Dopo un incontro casuale con Mittal in un guardaroba di Davos Johnson si è trovato uno sponsor, e così la proposta di Kapoor e Balmond si è dimostrata la più efficace, preferita a quelle (non pubblicate) di Anthony Gormley e di Caruso St John, forse perché queste ultime non includevano la costruzione gratuita.

L'Orbit venne presentato tra non trattenute esclamazioni di incredulità; ma come sempre Johnson fu pronto a versare acqua sul fuoco delle critiche con un'antica tecnica britannica: buttandola in farsa. "Qualcuno potrebbe chiamarlo 'il Colosso di Stratford', qualcun altro ci potrebbe vedere una gigantesca chiave di violino, un ottovolante, un titanico trombone mutante", ha scherzato. "Qualcuno potrebbe anche vederci la raffigurazione di un narghilé più grande del mondo e chiamarlo 'la Pipa'".

Su Twitter i paragoni erano generalmente meno cortesi.

Oggi costruito e visibile a parecchi chilometri intorno, il contorto intreccio curvilineo dell'Orbit sembra un'implosione di montagne russe, un tormentato groviglio di budella, stirate e annodate senza pensarci troppo. Richard Henley, condirettore della Arup, spiega come la forma in realtà sia "illusoriamente semplice", partendo alla base come un cono capovolto per innalzarsi, incurvarsi e scendere a toccare il terreno due volte, formando un tripode. "Non è una struttura virtuosistica", afferma. "È un'opera d'ingegneria decisamente coerente." Nel frattempo l'architetto Kathryn Findlay è stata arruolata per tentare di ficcare il massimo possibile di elementi architettonici - dagli ascensori che portano al belvedere alla goffa scala elicoidale - nella struttura già progettata, cosa evidentemente insensata. Entrando in un rutilante cono di acciaio Corten i visitatori saliranno con gli ascensori fino al belvedere cilindrico a due piani, intersecato da una finestra anulare, per poi scendere i 455 scalini che si avvolgono a spirale intorno al groviglio di tubi centrale.

Donato alla Olympic Park Legacy Company, attualmente in cerca di un gestore, l'Orbit sarà un'attrazione a pagamento per i turisti, progettata per accogliere un milione di visitatori l'anno generando un ricavo di dieci milioni di sterline (più di 11 milioni e mezzo di euro), mentre due milioni di sterline di profitti (oltre 2.320.000 euro) verranno reinvestiti nella manutenzione del parco. In realtà si tratta di una macchina per fare soldi gratis.

E, come tutte le grandi attrazioni, viene già descritta con un'impressionante anatomia di dati e di cifre: il montaggio d'acciaio, proveniente dagli stabilimenti ArcelorMittal di tutto il mondo e messo insieme a Bolton, è costituito da 366 giunti stellari di 4 metri ciascuno, che si torcono e si rigirano, uniti da 35.000 bulloni, per arrivare a 115 metri, rendendo così la struttura completa 22 metri più alta della Statua della Libertà. "A srotolarla sarebbe più alta della Tour Eiffel", afferma ottimisticamente la brochure promozionale.

È rivestita da 19.000 litri di vernice "Rosso rubino Kapoor" (scimmiottatura degna di nota del "Blu Klein internazionale" di Yves Klein), nota anche come RAL 3003, ed è stata montata da quattro sole persone, che hanno lavorato per un anno andando su e giù con gru e piattaforme aeree.

Mentre la brigata dei giornalisti viene accompagnata in blocco all'uscita della sala stampa per assistere alla fatidica posa in opera del coronamento finale, quel che diventa di colpo evidente è il netto contrasto tra la sbilenca spirale di spessi tubi rossi annodati in un groviglio contorto e l'eleganza delle gru che hanno sollevato in opera, uno a uno, i 366 componenti. Parodia degli eccessi in agguato dietro tali sofisticati modelli ingegneristici, l'Orbit si svela infine come immagine speculare deformata dello snello esoscheletro dello stadio e delle impalcature delle tribune del centro degli sport acquatici: il linguaggio effimero, fatto di tubo metallico, di Londra 2012 interpretato con tronfia eccentricità.

Curiosamente l'Orbit è così intenzionalmente grottesco da diventare quasi gradevole. Dato che il sito non è ancora accessibile (sarà completamente terminato solo la primavera prossima) ogni affermazione è approssimativa, il che è comunque già un po' diverso dalla percezione in assenza di scala del modello originale. Col tempo potrà anche guadagnarsi un seguito di tifosi e, con la sua veduta di Londra che arriva a una distanza di più di trenta chilometri e l'emozionante prospettiva sullo stadio sottostante, senza dubbio beneficerà del tradizionale voltafaccia della stampa.

Oliver Wainwright, giornalista e critico d'architettura londinese, è attualmente responsabile della sezione Costruzioni della rivista Building Design.