La nuova spinta verso l'alto

In vista dell'Expo 2015, una consistente parte di Milano sta cambiando aspetto, riaprendo l'annosa diatriba sul costruire in altezza.

 

Opinioni / Giorgio Tartaro

Stefano Benni chiede alla luna che cosa ci faccia, lei, così bella, in cima a un edificio… se si parla di grattacieli è forse questo il giusto atteggiamento: quello poetico.
Nella diatriba recentemente riaperta, anche in Italia e precisamente a Milano, sul costruire in altezza, la prima cosa da dire, forse, è proprio l'osservazione di queste torri da parte dell'individuo, dal basso o dai principali assi viari della città.
È infatti la sorpresa di scoprire per la prima volta, in fondo a una via, un nuovo pennacchio, dopo esser stati per tanti anni abituati al solo Pirellone o alla Velasca. Postai tempo fa su facebook immagini del cantiere avanzato del nuovo edifico più alto d'Italia, la torre Garibaldi di Cesar Pelli, il cui primato è contestato da Formigoni, adducendo la praticabilità quale discriminante per l'altezza effettiva. Mi soffermavo su un giudizio estetico, sul sole al tramonto che rifletteva su quei vetri infiniti e curvi, molto distanti dal "cristallo sfaccettato" di Ponti, e mi limitavo a chiedere alla comunità del social network, cosa ne pensasse di questi nuovi "cristalli cittadini". Tanti i commenti, tante le posizioni, molte le voci discordanti, non tanto sul costruire di nuovo in altezza, quanto sulla pelle di questi nuovi protagonisti dello skyline.

Un altro episodio, tempo fa, mi riportò brevemente a pensare alle torri: uscendo dalla metropolitana della nuova fiera Milano e osservando la Torre Orizzontale dei 5+1AA. Una percezione molto diversa rispetto alla parete algida e cristallina dei nuovi grattacieli cittadini, una membrana viva, una pelle traspirante. Ho chiesto ad Alfonso Femìa, titolare con Gianluca Peluffo dello studio, di mandarmi cinque righe su questo progetto: "non è questione di opportunità o di tabù (la torre, ndr); la scelta deve essere fondativa e strategica. Una educazione sentimentale al territorio e alla città ci porta a pensare l'architettura come corpo che cerca il dialogo con il contesto e che al contempo sappia divenire luogo, identità, intimità. Alla Fiera la tentazione e l'apparente necesità di ricercare la verticalità è stata trasformata in una "torre orizzontale", privilegiando la creazione di un dispositivo percettivo del reale, capace di dialogare polifonicamente con il suo essere soglia urbana, punto geografico, parte di un tutto. Un realismo magico laddove spesso impera il grigio universale".
Ebbene, non una demonizzazione del grattacielo, ma uno scantonamento per un altrove. D'altronde Femìa "sposa" una filosofia parigina, diciamo così, avendo aperto studio nella Ville Lumière e lavorando oltralpe ("abbiamo pensato di andare verso il Vecchio continente, ad Occidente e non ad Oriente come tanti", è uno dei pay off dello studio).
Una filosofia che poeticamente prevede le torri non nel centro della città, ma nelle zone periferiche, ergendo quasi le nuove mura di una città contemporanea.
È il caso di un progetto dei 5+1AA a Rozzano, con tre torri da 200 metri.

Vista dalla parte del progettista, fatti i debiti distinguo per le ovvie posizioni di ciascuno, si ha l'impressione che, rispetto alla questione grattacielo, si faccia avanti soprattutto un fatto caratteriale; Massimiliano Fuksas tuona di non far sconti a nessuno, in merito ai 220 metri della torre torinese per il nuovo palazzo della Regione Piemonte, adducendo argomenti molto stringenti; se il grattacielo fosse costruito in orizzontale, l'aera occupata sarebbe immensa.

Atteggiamento diverso quello di Renzo Piano, che sempre a Torino, per la sede della Banca Intesa Sanpaolo, ha scelto di ridurre l'altezza, dopo le molte polemiche dei cittadini e il raffronto immediato con la Mole Antonelliana. Non si considera un aprioristico difensore dei grattacieli Renzo Piano, che "spesso sono solo espressione di potere, forza, voraci di energia, neri: fanno paura. Con i loro vetri specchiati sembrano quelle persone che indossano occhiali a specchio, piuttosto brutti". E dichiara che questo grattacielo sarà un laboratorio urbano, con forte attenzione all'aspetto della sostenibilità.
Centosettantasette metri, "una scheggia di ghiaccio, trasparente e fotosensibile, capace di giocare con la luce della città. Con una grande serra aperta a tutti, un auditorium, ristoranti e sale per l'arte".

Tante le polemiche, anche di chi dichiara che la sostenibilità di un grattacielo sia assolutamente un ossimoro. Ci sono tante sperimentazioni in questo senso, e molte nuove soluzioni (The Stairscraper, del duo di architetti italiani Alessandra Faticanti e Roberto Ferlito fondatore dello studio Nàbito Arquitectura a Barcellona e vincitore del Total Housing Competition 2010, si presenta come una scala a chiocciola dove ogni gradino è costituito da un appartamento con giardino; il tetto di ciascun appartamento ospita il giardino della casa al piano di sopra, con uno sviluppo a rotazione a 360 gradi). Un altro passo verso quella architettura dinamica introdotta dall'italo-israeliano David Fisher con le sue celebri Rotating Towers (tre in costruzione nel mondo, Dubai, Mosca e New York, ma con previsione di grandi numeri).

Molti anche gli esempi più muscolari, di grattacieli ipertecnologici e che "vivono" il luogo di insediamento. Ma al di là della forma e delle performance, quello che sembra governare giudizi e accettazione di queste torri contemporanee sono soprattutto le considerazioni condivise rispetto al luogo di inserimento.

In questo caso il parere di Stefano Boeri, architetto, direttore di riviste e assessore alla Cultura del comune di Milano, è alquanto importante. Ribadendo che molti grattacieli a livello mondiale, e non solo nelle aree di nuovo sviluppo, sono stati costruiti negli ultimi 10 anni (si parla del 40%), la posizione di Boeri è equidistante. Avendo costruito torri ed essendo protagonista del progetto Bosco Verticale, Boeri dice: "non è il caso di farsi prendere da una facile enfasi (rispetto ai grattacieli, ndr), ma neppure si può continuare la demonizzazione. Il grattacielo è uno strumento che va usato, collocato in un contesto, pesato nei suoi meriti e difetti".
Densificando verso l'alto, il grattacielo libera spazio a terra, permettendo di destinarlo a verde o a scopi sociali. Attrae altresì traffico e quindi va costruito solo ove esistano nodi infrastrutturali. È il caso, per esempio, della zona milanese di Garibaldi Repubblica, interessata da una verticalizzazione alla quale abbiamo già accennato. Di converso, dice Boeri, occorre smetterla con una espansione incontrollata verso l'esterno della città, tracciando nuovi confini sostenibili che ha delineato nel progetto Metrobosco (un modello attuato da Francoforte anni fa. La stessa città del Grattacielo di Foster, la Tower Power per la Commerzbank, inaugurata nel 1997, e considerata torre ecologica, anche se mancano dati effettivi).

Insomma, stupido scagliarsi aprioristicamente contro i grattacieli; utile e necessario valutarne inserimento e caratteristiche, tenendo presente vari aspetti, attuando scelte consapevoli.
Per esempio, per dare alcuni dati, in una città come Milano ci sono 80mila appartamenti vuoti e 900mila metri quadrati di uffici inutilizzati. Servirebbe una ristrutturazione che preveda anche nuovi volumi, è quanto dice Boeri, magari densificando, puntando sull'architettura di qualità, e cita la nuova Fondazione Feltrinelli progettata a Porta Volta da Herzog & de Meuron.
Insomma, grattacielo, torre orizzontale, nuovi volumi di densificazione… al di là che si tratti di committente pubblico o privato, di archistar o di giovani talenti, quello che interessa la critica, così come la cittadinanza, è la qualità architettonica e sostenibile del progetto, sia che svetti in altezza, sia che contribuisca a cambiare il volto di un vuoto urbano, sia che si erga a costituire una nuova porta cittadina.


Giorgio Tartaro è stato autore televisivo per RAI (Lezioni di Design e Mosaico per RAI Educational), redattore a Modo e a Domus, e ha condotto diversi format per Leonardo TV.