Rivoluzione in Libia: se la guerra cancella la storia

Il destino dell'architettura e dell'arte coloniale italiana nel caos sociale e politico di questi tempi.

 

Opinioni / Elisabetta Longari

L'architettura sembra assolvere in modo più immediato ed esplicito delle altre arti il compito di rappresentare le ideologie e le concezioni dominanti in determinati contesti storici; essa ne è la cartina di tornasole. Le rivoluzioni minacciano sempre la memoria: al concetto di liberazione dal giogo di un potere corrisponde fatalmente la cancellazione dei segni in cui questo potere ha trovato forma compiuta - si pensi alla fine dei vari musei della rivoluzione, ad esempio, in Ungheria e al fatto che in Russia si propone di abbattere il mausoleo di Lenin nella Piazza Rossa di Mosca ipotizzando il trasferimento della nota salma. L'attuale primavera araba può mettere a repentaglio, oltre alla vita di molte persone, anche i segni della storia dei Paesi coinvolti.

La storia della Libia è, nel bene e nel male, saldata all'Italia, che, oltre ad avere svolto molto convincentemente la parte del carnefice nella prima fase dell'occupazione, in seguito ha prodotto un notevole, potente e capillare investimento nella costruzione di quella che era allora denominata come Quarta Sponda, sottolineando in tal modo il presunto valore unitario costituito dal mare Mediterraneo - infatti, mentre le altre colonie italiane sono "rimaste colonie", la Libia nel 1938 fu annessa e dichiarata XIX Regione d'Italia.
Gli Italiani, come ci ha spiegato a più riprese Del Boca [1], dal 1911 al '20 s'impegnarono soprattutto in una sanguinosa repressione militare attuata anche con l'aiuto di armi chimiche, mentre, dagli anni Venti in poi, si dedicarono alla costruzione di strutture utili alla collettività. L'architettura e le arti visive registrano infatti già al principio degli anni Venti un rilevante impulso, soprattutto dal punto di vista edile e urbanistico - si sono recati in Libia a progettare ed edificare, tra gli altri, Armando Brasini, Alessandro Limongelli, Florestano Di Fausto, Alberto Alpago Novello, Ottavio Cabiati e Marcello Piacentini [2]-, ma è negli anni Trenta, specie sotto il governatorato di Italo Balbo, che verso la Libia è avventa una vera e propria migrazione di opere e di artisti [3]. Nella seconda metà degli anni Trenta i cantieri aperti in tutto il territorio libico non si contavano, tra essi quelli per la costruzione dei Villaggi Rurali [4] progettati globalmente e nel dettaglio, "rifiniti" con estrema cura fin nel decoro e nella mobilia da parte di architetti [5], pittori, scultori e artigiani italiani che creavano stili adatti alle finalità e al contesto. Un tratto linguistico distintivo, "metafisico", che accomunava la maggior parte delle costruzioni era il lungo porticato, immancabilmente presente, che sviluppava la fuga delle proprie arcate bianche.

Funi, Ghiringhelli, Melis - che diresse la scuola di arti e mestieri a Tripoli, Prini, Quaglino, Reggiani e Selva sono alcuni dei numerosi pittori e scultori che, arricchendo il tessuto delle esperienze estetiche libiche attraverso una notevole varietà di stili, hanno prestato le proprie maestranze e si sono recati direttamente sul luogo per contribuire a creare il nuovo volto della Libia.
Anche se è l'apporto italiano all'immagine nazionale della Libia è stato per molto tempo oggetto di una forma incrociata di damnatio memoriae [6] - per gli Italiani qualcosa da rimuovere in quanto legato inscindibilmente al regime fascista e alla sua demagogica spettacolarizzazione, da parte dei Libici, argomento altrettanto ingrato in quanto prodotto di una colonizzazione che aveva soffocato nel sangue la resistenza nazionale-, sul suolo libico restano diffusi ed evidenti segni dell'occupazione italiana, che ha creato realtà funzionali, e funzionanti ancora oggi, alla vita dei luoghi: ad esempio il Mehari, banche, scuole, gli edifici del polo fieristico ancora in funzione. Nel territorio sono sparse numerose chiese che hanno cambiato destinazione d'uso - funzionano spesso oggi da garage e depositi-, le case cantoniere lungo la strada litoranea che collega Tripoli a Bengasi, disseminate sull'intero percorso con un ritmo di una ogni circa 50 km, e molti hotel tra cui l'Albergo delle Gazzelle a Zliten, dell'architetto Umberto Di Segni (1936), fulgido esempio di razionalismo contaminatosi con motivi e linee morbide, orientaleggianti e mediterranee, che ben riassume il concetto stilistico su cui insistettero in quegli anni molti tra i teorici dell'architettura.

La guerra per la conquista della Libia risale al 1911: circa un trentennio di dominazione ha comportato un notevole investimento di energie e di sostanze per intraprendere numerose iniziative nel Paese, che ha contribuito a formare l'immaginario collettivo italiano del Ventennio e che ne rappresenta quindi una campionatura del gusto e degli orientamenti stilistici. I contributi artistici affrontano il confronto con il nuovo territorio in parte applicando stilemi riconducibili a un più generale gusto esotico, ma più spesso fanno i conti con gli specifici libici, tanto con i materiali quanto con gli stili, dandone interpretazioni non banali.

Tra i "gioielli" rimasti integri, questo però, in puro stile "giottesco", troviamo il ciclo di affreschi di Funi nella chiesa di San Francesco a Tripoli, l'unico luogo, dopo la rivoluzione del 1969, dedicato al culto cristiano cattolico e sede vescovile. Il dato di costume: nelle sembianze dei frati è facile scorgere i ritratti degli intellettuali dell'epoca, da Balbo a Quilici a Brunelli.

Cosa resterà di tutto questo dopo che Gheddafi avrà ultimato il suo lavoro di pulizia? I suoi metodi sono purtroppo ormai universalmente conosciuti. Ricordo in particolare che mi raccontarono una triste storia, di cui non ho mai potuto verificare la veridicità, ma che, come tutte le "leggende metropolitane", racconta qualcosa che appartiene all'immaginario collettivo.
La storia riguarda la distruzione dell'edificio che, ultimato nel 1915 come sede della Banca d'Italia, si affaccia sulla piazza Verde a Tripoli: un certo ministro del governo di Gheddafi di cui non ricordo il nome, stava restaurando il palazzo per portarvi il proprio ministero, ma il Raìs, che ha voluto rivendicare in ogni occasione la matrice beduina della civiltà libica dimostrandosi contrario agli insediamenti stabili, tanto più in palazzi che erano esempi di architettura coloniale, preferiva che il governo avesse sedi "nomadi" e si riunisse in tende nel deserto tra Tripoli e Bengasi, nell'entroterra del Golfo della Sirte. Per mostrare il suo disappunto egli ordinò quindi che l'edificio fosse distrutto e una bella mattina la città si svegliò con una ferita in più nel suo centro storico, la cui identità resta in modo molto leggibile connotata dalle opere pubbliche italiane. Quanto all'Arco dei Fratelli Fileni, eretto su progetto di Florestano Di Fausto al confine tra Tripolitania e Cirenaica lungo la strada litoranea da Tripoli a Bengasi e che, dalla scomparsa di Italo Balbo, venne denominata via Balbia, all'epoca del mio viaggio era ancora in piedi, oggi corre invece voce che sia stato bombardamenti degli Inglesi nel 1941-42 possano rimanere gli ultimi.

In Libia ciò che è rimasto è sopravvissuto semplicemente perché non v'è stata la volontà di distruggerlo, ma conservare non significa soltanto non abbattere; bensì soprattutto restaurare, reinterpretare, riattualizzare. L'esempio della Francia è da questo punto di vista luminoso e purtroppo costituisce un faro lontano per la maggior parte degli altri Paesi: dimostra il coraggio di cambiare unitamente alla responsabilità di conservare.
Un'emissione radiofonica di qualche giorno fa informava del fatto che pare che Gheddafi abbia già preso contatto con un'equipe di chirurghi plastici per farsi cambiare i connotati: tutto cambia.
E l'Italia?

[1] A. Del Boca, Gli italiani in Libia: dal facismo a Gheddafi, Roma 1988.
[2] A Piacentini si devono diversi interventi soprattutto a Bengasi, tra cui la stazione ferroviaria, il Grande Albergo Italia e il cinema-teatro Berenice.
[3] Lucio Scardino, L'Officina ferrarese in Libia: Funi e gli altri, in AA.VV. [a cura di], Architettura italiana d'oltremare 1870-1940, Venezia 1993.
[4] I villaggi Bianchi (1937), Beda Littoria, Breviglieri, Gioda e Giordani (1938) si devono interamente alla progettazione di Di Segni, che con Pellegrini (architetto del villaggio Baracca) ha firmato anche i villaggi Crispi (1938) e Tazzoli (1939). Oliveti (1936) e Battisti (1938) sono di Di Fausto. La loro tipologia è simile a quella delle città di fondazione, semmai con qualche variante nelle linee.
[5] Si ricordi la casa coloniale esposta alla V Triennale di Milano da Luigi Piccinato.
[6] Questa "doppia rimozione" tra l'altro ha comportato il fatto che la sottoscritta ancora non abbia trovato un editore disposto a pubblicare il volume Arte italiana in Libia 1922-1942. Molte invece sono le pubblicazioni con taglio specificatamente architettonico pubblicate negli ultimi due decenni riguardo le tipologie dell'architettura coloniale italiana. Tra queste: Metafisica costruita. Le città di fondazione degli anni Trenta, dall'Italia all'Oltremare, catalogo della mostra, Roma, 8 aprile 2002-30 maggio 2002; Giuliano Gresleri, Pier Giorgio Massaretti, Architettura italiana d'Oltremare, Bononia University Press, Bologna 2008. Uno studio monografico su Umberto Di Segni, molto impegnato sul territorio libico, si deve a Jack Arbib (L'ombra e la luce. Note su Umberto Di Segni, architetto, Il laboratorio, Nola di Napoli 2010).
[7] Costruito tra il 1927 e il 1930 su progetto di Mantegazza-Meraviglia.
[8] A tecnici italiani si devono le importanti scoperte archeologiche, i relativi restauri e la creazione e sistemazione degli annessi musei. Si vedano i plastici, realizzati durante gli anni Trenta, dei siti archeologici conservati al SIAO (Istituto Italiano per l'Africa Orientale) di Roma in cui sono confluiti i materiali del Museo Coloniale di Roma.
[9] Del 1924 è il primo Regolamento edilizio per la città di Tripoli, cui segue nei primi anni Trenta un nuovo piano regolatore.
[10] L'architetto Brasinine curò il restauro.
[11] Sulla cima dei due arredi urbani Di Fausto aveva collocato due sculture bronzee, una caravella e una gazzella; nel corso degli anni Settanta la caravella è stata sostituita con la figura di Omar Mukhtar, eroe della resistenza libica.

Elisabetta Longari, storica e critica d'arte, insegna Storia dell'arte contemporanea all'accademia di Brera a Milano. Ha pubblicato con diverse case editrici (Electa, Mazzotta, Franco Maria Ricci, Silvana, Ilisso). Ha tenuto conferenze presso l'università di Bellas Artes a Valencia, alla Sorbona e a Paris 8 a Parigi. Ha curato diverse mostre in musei e gallerie. È vicedirettore di Academy of Fine Arts e ha collaborato ad Artforum.