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architettura coloniale, Bengasi, Marcello Piacentini, Tripoli
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L'architettura sembra assolvere in modo più immediato ed esplicito delle altre arti il compito di rappresentare le ideologie e le concezioni dominanti in determinati contesti storici; essa ne è la cartina di tornasole. Le rivoluzioni minacciano sempre la memoria: al concetto di liberazione dal giogo di un potere corrisponde fatalmente la cancellazione dei segni in cui questo potere ha trovato forma compiuta - si pensi alla fine dei vari musei della rivoluzione, ad esempio, in Ungheria e al fatto che in Russia si propone di abbattere il mausoleo di Lenin nella Piazza Rossa di Mosca ipotizzando il trasferimento della nota salma. L'attuale primavera araba può mettere a repentaglio, oltre alla vita di molte persone, anche i segni della storia dei Paesi coinvolti.
La storia della Libia è, nel bene e nel male, saldata all'Italia, che, oltre ad avere svolto molto convincentemente la parte del carnefice nella prima fase dell'occupazione, in seguito ha prodotto un notevole, potente e capillare investimento nella costruzione di quella che era allora denominata come Quarta Sponda, sottolineando in tal modo il presunto valore unitario costituito dal mare Mediterraneo - infatti, mentre le altre colonie italiane sono "rimaste colonie", la Libia nel 1938 fu annessa e dichiarata XIX Regione d'Italia.
Gli Italiani, come ci ha spiegato a più riprese Del Boca [1], dal 1911 al '20 s'impegnarono soprattutto in una sanguinosa repressione militare attuata anche con l'aiuto di armi chimiche, mentre, dagli anni Venti in poi, si dedicarono alla costruzione di strutture utili alla collettività. L'architettura e le arti visive registrano infatti già al principio degli anni Venti un rilevante impulso, soprattutto dal punto di vista edile e urbanistico - si sono recati in Libia a progettare ed edificare, tra gli altri, Armando Brasini, Alessandro Limongelli, Florestano Di Fausto, Alberto Alpago Novello, Ottavio Cabiati e Marcello Piacentini [2]-, ma è negli anni Trenta, specie sotto il governatorato di Italo Balbo, che verso la Libia è avventa una vera e propria migrazione di opere e di artisti [3]. Nella seconda metà degli anni Trenta i cantieri aperti in tutto il territorio libico non si contavano, tra essi quelli per la costruzione dei Villaggi Rurali [4] progettati globalmente e nel dettaglio, "rifiniti" con estrema cura fin nel decoro e nella mobilia da parte di architetti [5], pittori, scultori e artigiani italiani che creavano stili adatti alle finalità e al contesto. Un tratto linguistico distintivo, "metafisico", che accomunava la maggior parte delle costruzioni era il lungo porticato, immancabilmente presente, che sviluppava la fuga delle proprie arcate bianche.
Funi, Ghiringhelli, Melis - che diresse la scuola di arti e mestieri a Tripoli, Prini, Quaglino, Reggiani e Selva sono alcuni dei numerosi pittori e scultori che, arricchendo il tessuto delle esperienze estetiche libiche attraverso una notevole varietà di stili, hanno prestato le proprie maestranze e si sono recati direttamente sul luogo per contribuire a creare il nuovo volto della Libia.
Anche se è l'apporto italiano all'immagine nazionale della Libia è stato per molto tempo oggetto di una forma incrociata di damnatio memoriae [6] - per gli Italiani qualcosa da rimuovere in quanto legato inscindibilmente al regime fascista e alla sua demagogica spettacolarizzazione, da parte dei Libici, argomento altrettanto ingrato in quanto prodotto di una colonizzazione che aveva soffocato nel sangue la resistenza nazionale-, sul suolo libico restano diffusi ed evidenti segni dell'occupazione italiana, che ha creato realtà funzionali, e funzionanti ancora oggi, alla vita dei luoghi: ad esempio il