A proposito del padiglione italiano a Shanghai - Opinioni - Domus

A proposito del padiglione italiano a Shanghai

Lettera aperta da baukuh, uno degli studi che ha partecipato al concorso per il padiglione italiano all'Expo Universale di Shanghai.

 

Opinioni / baukuh

(I materiali presentati al concorso da baukuh possono essere visionati a questa pagina)

Abbiamo letto l'articolo Affari, favori e milioni. I Signori degli appalti nell'Expo di Shanghai. Il padiglione italiano nel mirino del "Sistema Balducci" firmato da Carlo Bonini e Giampaolo Visetti su Repubblica del 3 dicembre 2010. Nell'articolo, tra le altre cose, vengono sollevati pesanti dubbi sull'attribuzione del primo premio e dell'incarico per la progettazione del padiglione. Ovviamente si tratta di ricostruzioni giornalistiche che non sta a noi giudicare. Quello che invece possiamo giudicare è la qualità del risultato finale ed il ruolo di alcuni protagonisti della vicenda.

Diciamo subito che, se ci interessa questa storia, è perché abbiamo perso del tempo e dei soldi partecipando al concorso. Di conseguenza questa non è una lettera imparziale. Ci pare tuttavia logico e civile analizzare una vicenda che conosciamo e che consente di trarre alcune considerazioni generali sullo stato dell'architettura in Italia. In fin dei conti crediamo che ognuno debba prendersi le sue responsabilità, quelle più prossime, quelle più ovvie, senza fingere di non vedere e, allo stesso tempo, senza proclamarsi salvatore della patria. Scriviamo quindi a partire dalla nostra esperienza relativa al concorso. Ci sembra che possa servire a definire i termini di un problema più ampio. Si tratta di poche osservazioni, circostanziate e circoscritte, sollevate da chi ha il sospetto di essere stato valutato da giudici di dubbia competenza.

Partiamo dal risultato finale: l'Italia ha presentato all'Expo un edificio il cui unico sforzo è stato di mostrarsi aggiornato rispetto a mode culturali già scadute da almeno venti anni. Il padiglione infatti sembra una versione semplificata di alcuni esercizi di Peter Eisenman di fine anni 80. La banalità del progetto cerca riparo nell'exploit tecnologico; l'edificio è in parte rivestito con un nuovo materiale: il cemento trasparente (che ci ricorda I vestiti nuovi dell'Imperatore).

I padiglioni per le Esposizioni Universali sono un caso significativo perché in essi vengono a contatto il sistema produttivo e il sistema culturale di una nazione. Un paese investe una quantità consistente di soldi nella sua auto-rappresentazione, e per formularla ha bisogno di individuare degli architetti a cui affidare questo compito. Per scegliere gli architetti si affida ai massimi esperti della disciplina. Questi esperti si finisce per andarli a cercare nel posto più ovvio, ovvero all'università. Per quanto possa sembrare bizzarro nell'Italia di oggi, in questa vicenda, a un certo punto, c'è bisogno di intellettuali.

Il concorso viene bandito all'inizio del 2008. Al momento in cui viene pubblicato il bando, la composizione della giuria non è nota (altra assurda abitudine italiana, che ci distingue da qualsiasi altro paese europeo). La giuria, composta da Beniamino Quinteri (presidente), Gaetano Caputi, Agostino La Bella, Carlo Mezzetti e Franco Purini, viene nominata poco prima della data di consegna degli elaborati. Agostino La Bella (Preside della Facoltà di Ingegneria dell'Università di Tor Vergata) Carlo Mezzetti (docente presso l'Università G. D'Annunzio di Pescara) e Franco Purini (docente presso l'Università La Sapienza) sono i tecnici che garantiscono la professionalità della giuria. Essi sono quindi responsabili per la scelta del progetto vincitore, avendo quantomeno avallato una decisione che riteniamo ampiamente criticabile, anche senza supporre l'esistenza delle presunte irregolarità denunciate da Repubblica. Non a caso, avevamo già esposto i nostri dubbi sull'esito del concorso in differenti occasioni pubbliche prima che i giornali avanzassero qualsiasi sospetto riguardo alla regolarità del concorso (al Festarch, Cagliari 2008, all'UIA, Torino 2008 e al convegno "Whatever Happened to Italian Architecture?", Roma 2010).

Osserviamo i materiali presentati al concorso. Limitiamoci per brevità ad analizzare i video (il bando di concorso richiedeva, tra i vari materiali, un video di 1 minuto). Il gruppo vincitore, a giudicare dal materiale pubblicato sul sito del concorso dopo l'assegnazione del premio produce un video in cui si possono ammirare in successione i Bronzi di Riace, i fusilli e un parallelepipedo un po' tagliuzzato che rotola nel vuoto al ritmo di un pezzo ambient di qualche anno fa (forse Moby?). Il modello tridimensionale sembra realizzato utilizzando il programma SketchUp. Difficilmente ci saranno volute più di due ore per realizzarlo. La qualità dei materiali prodotti dal gruppo vincitore è peraltro confermata dalle immagini disponibili nella gallery al sito www.expo2010italia.gov.it. Si tratta di quattro immagini, di cui due "notturne", prodotte a partire dalle altre due, attraverso la semplice applicazione del comando "Invert" del programma Photoshop e senza nemmeno darsi la pena di modificare la posizione delle persone inserite nelle immagini. Certo la qualità dei materiali di concorso non è immediatamente garanzia della qualità del progetto, ma è possibile vincere un concorso importante come quello per il padiglione all'Esposizione Universale con "Bronzi di Riace, fusilli e parallelepipedo che rotola"? Davvero la giuria era professionalmente competente?

E, più in generale, a che tipo di competizione ci condanna l'incapacità di giudicare la professionalità delle proposte? Non è forse nell'assenza di solidi criteri professionali che possono più facilmente intervenire modalità di decisione opache? Non è forse nell'interesse di tutti gli architetti italiani incrementare il livello professionale delle giurie? Non contribuirebbe a far affermare progettisti migliori? E questo non si tradurrebbe in un miglioramento del paesaggio e delle città di questo paese? E ancora, il concorso per il padiglione non poteva essere un'occasione per promuovere professionisti con una qualche speranza di affermarsi poi anche sul mercato internazionale? I padiglioni non sono forse stati utilizzati in questo senso dalla gran parte degli altri paesi europei? Tutto questo non rientrerebbe in una sensata politica di sviluppo dell'architettura italiana, intesa anche solo come settore produttivo? Perché noi non lo abbiamo fatto? Pensiamo di essere più furbi? Davvero conviene allevare deliberatamente la mediocrità? E a chi conviene? Infine, non sarebbe forse il caso che chi ha già giudicato malamente troppe volte venga sostituito da qualcuno più competente? baukuh