Cosa succede quando si comincia a salire?
Che San Paolo sia enorme è un fatto noto. Ma è anche il primo vero motivo di sconcerto per chi vi arriva. È una metropoli infinita, che continua la sua espansione in densità e superficie e che, con fatica, tiene dietro alla complessità delle problematiche che questa immensa folla in movimento comporta. Per chi può permetterselo, la città cresce in verticale, in mastodontici edifici a torre, proiettati verso il cielo, che sono ben più che simboli di un'ascesa sociale destinata a lasciare i più a livello del suolo. Sulle cime di queste torri, poggia un numero di eliporti da primato mondiale. Esiste una quota di città, quindi, che si sposta e vive al di sopra del trentesimo piano.
Per chi non può permettersi un appartamento, la città cresce invece in orizzontale, nelle favelas, nei cortiços, sulla strada. Divisa da un'impietosa disparità sociale che, agli attici, contrappone l'affitto delle stanze di pensioni, che spesso non contemplano nemmeno la possibilità di usare gli spazi comuni sui tetti. Ci siamo chiesti cosa accadrebbe se questa folla orizzontale rivendicasse gli spazi dai quali è esclusa, se prendesse possesso di simboli che non le appartengono, osservando la città da un nuovo punto di vista.
In queste due settimane a San Paolo ci siamo interrogati su quale fosse la struttura del centro e su quale fosse la percezione e la consapevolezza del territorio vissuto e abitato da ogni singolo individuo. Quale fosse la natura della convivenza, così fisicamente stretta e così reciprocamente indifferente di questi frammenti disomogenei. E da cosa fossero garantite a livello sociale queste gated comunity che, se anche non sono architettonicamente separate, si appoggiano evidentemente a strumenti più invisibili, ma altrettanto efficaci.
Il primo livello è quello legato al racconto di una città senza memoria, con un'assoluta mancanza di conservazione delle tracce storiche nella sua architettura e con una rimozione del proprio passato coloniale e rurale. Ma che, allo stesso tempo, non può che conservarlo nei ritratti dei suoi abitanti, meglio in quelli più anziani, che portano sul viso la testimonianza di una mescolanza razziale e di una storia imponente di immigrazione. Questo incontro è diventato un progetto di micro-narratività individuale, realizzato con un gruppo di anziani del Cresi.
Un disegno di mappe realizzate da abitanti di corçisos. In questo contesto sembrava particolarmente importante che il racconto passasse attraverso la descrizione di una planimetria, una visione che si realizza a livello esperienziale a partire da una posizione sopraelevata, in questa città, possibile solo dai piani più alti e dai terrazzi dei maggiori edifici. E un lavoro fotografico e performativo, che raccogliesse queste esperienze e le incanalasse in una domanda, prendesse una simbolica posizione dentro ad uno spazio pubblico sia in senso fisico che politico, per una scalata che fosse soprattutto una riappropriazione di ciò che deve essere comunitario: Subendo.
