Gli occhi degli altri - Interviste - Domus
Jos de Gruyter & Harald Thys, veduta della mostra Elegantia, Triennale di Milano 2017. photo @ Gianluca Di Ioia
 

Gli occhi degli altri

Una conversazione in Triennale con Alessandro Mendini su occhi, spazio e inquietudine tra le stanze di “Elegantia”, la mostra di Jos de Gruyter & Harald Thys.

 

Interviste / Anna Foppiano

Abbiamo organizzato la visita un sabato pomeriggio. Alessandro Mendini si è lasciato raccontare “Elegantia” da Francesco Garutti, curatore della mostra, e da Edoardo Bonaspetti, curatore della sezione Arti Visive di Triennale.

Quelle di Mendini sono state brevi domande, veloci intuizioni, sullo spazio, sulle opere, sull’atmosfera. La conversazione può essere un formato interessante, narrativo, costruito su pensieri sovrapposti, per ragionare su questo display complesso, ironico, perversamente candido.

Alessandro Mendini: Chi sono questi signori conturbanti?

Francesco Garutti: De Gruyter & Thys nascono come filmmaker negli anni ‘80 subito dopo gli studi accademici insieme a Bruxelles, e tuttora il loro lavoro si fonda sull’intreccio di due mondi paralleli: quello dei film e quello delle sculture e dei disegni. Questi che vedi sono otto attori non professionisti che spesso recitano nelle loro opere cinematografiche. Appartengono a una comunità di persone sempre presente anche nella vita reale degli artisti: la sorella e il fratello di uno di loro, una curatrice tedesca, uno psichiatra e così via. Le quattro coppie di volti, insieme alle basi su cui appoggiano, sono un’opera pensata e realizzata specificamente per Triennale.

Alessandro Mendini: Di che materiale sono le teste?

Francesco Garutti: Di gesso. Hanno realizzato le scansioni 3D, poi i calchi di gesso. Che sono dipinti in modo naif e un po’ rude, gli occhi dilatati, poi le barbe e i capelli. L’intenzione era di essere realisti sì, ma non del tutto. Tra il mondo reale e quello parallelo delle loro storie. C’è molto delle atmosfere del Nord, di oscuri racconti fiamminghi.

Alessandro Mendini, Francesco Garutti ed Edoardo Bonaspetti nelle stanze di 'Elegantia' di Jos de Gruyter & Harald Thys, Triennale di Milano, 2017. Photo aaf

Alessandro Mendini, Francesco Garutti ed Edoardo Bonaspetti nelle stanze di "Elegantia" di Jos de Gruyter & Harald Thys, Triennale di Milano, 4 marzo 2017. Photo aaf. In apertura photo © Gianluca Di Ioia

Edoardo Bonaspetti: Quanti occhi ci sono in tutto, nella mostra?

Francesco Garutti: Tantissimi. Nei film di De Gruyter & Thys le persone sono spesso immobili, figure-oggetto che si guardano. Si osservano senza toccarsi, tra gli angoli di architetture ricostruite o set cinematografici anonimi e un po’ astratti come gli spazi di questa mostra. Personaggi spaventosi e spaventati. Il massimo dell’azione è il lento aumentare, un po’ terrorizzante, dell’apertura delle pupille.

Alessandro Mendini: Questa galleria di teste è costruita artificiosamente. Le misure decrescono, c’è un effetto di trompe-l’oeil.

Francesco Garutti: Sì, esatto. “Elegantia” è concepita come una generica mostra sulle “Belle Arti” che però, dopo pochi attimi di apparente purezza, rivela la sua artificiosità. In questo senso la mostra inizia con un display classico: la galleria dei busti o delle teste. Ma il monumento – l’enfilade delle sculture, la sua architettura e i suoi archi – dopo pochi passi si svela totalmente fittizio.  

 

Alessandro Mendini: In pratica avete miniaturizzato qui dentro un pezzo di Triennale.

Francesco Garutti: Tu percepisci la galleria come un addensamento bidimensionale, o come un’espansione?

Alessandro Mendini: Un’espansione, uno spazio che si allunga.

Francesco Garutti: Questo era il nostro intento. All’inizio avevamo anche pensato di riaprire alcune delle finestre originali di Giovanni Muzio. Poi abbiamo immaginato che, per questo tipo di mostra, avrebbe funzionato esattamente l’opposto. Uno spazio freddo, artificiale, psicologicamente opprimente. Ecco dunque il motivo di queste finte finestre bianche.

Edoardo Bonaspetti: Gli archi degli anni Trenta del Palazzo dell’Arte assumono qui una dimensione psicologica che è anche tragica, con un risvolto sarcastico rispetto all’anima, alla storia dell’istituzione. Questa monumentalità all’ingresso della mostra si rivela quasi subito un dispositivo architettonico-ottico che crolla su se stesso.

Francesco Garutti: Decresce lo spessore di ogni cosa, dai plinti che si abbassano in proporzione fino ad arrivare, in fondo al corridoio, a questa piccola sala che contiene l’ultima coppia di teste, microcefale, e la finestra cieca. Abbiamo ripetuto in modo ossessivo e simmetrico la figura dell’arco e alzato la temperatura dei LED qui e nelle due grandi stanze per ottenere un bagliore bianco, algido. La mostra è progettata come un sogno, o un’allucinazione.

Alessandro Mendini: Sembra anche a me tutto accecante, astratto. E questi acquerelli?

Francesco Garutti: Appartengono tutti alla serie “Fine Arts” (2015) realizzata da De Gruyter & Thys per la loro personale al MoMA PS1 a New York e poi per Raven Row, lo spazio diretto a Londra da Alex Sainsbury. La serie ironizza sull’idea retorica della pittura, tra innocenza e orrore. Sono volutamente naïf, o addirittura brutali. Ci sono, tra i tanti, gli abbozzi di un Caillebotte o di un Gainsborough rifatti, c’è un’immagine di Neuschwanstein che ha la stessa inquadratura usata da Hitler per i suoi acquerelli. Avvicinandosi ci si accorge che spesso i soggetti hanno occhi deformi. Come se osservassero in modo inquieto lo spettatore.

Alessandro Mendini: Sono visi veri anche questi grandi disegni a matita? Visti in serie sembrano quasi una catalogazione lombrosiana.

Francesco Garutti: Sì, anche questi disegni appartengono al loro infinito catalogo di volti, che raccolgono per poi utilizzarli in differenti tipi di opere. Dal vero e nei musei, sistematicamente li copiano, li ricalcano. In un rapporto con la realtà che definirei “binomio dominazione / umiliazione”, scelgono le facce di persone che appartengono a categorie sociali che sono allo stesso tempo spaventate e inquietanti. Per questa serie ­di disegni – che si intitola “Les Énigmes de Saarlouis” – gli artisti si sono immaginati gli abitanti della cittadina di Saarlouis, un piccolo comune al confine tra Francia e Germania. Un luogo inquieto, in cui uno sdolcinato gusto francese e atmosfere tedesche si incontrano. Spazio ambiguo, di difficile decifrabilità. Per inventarsi questi ipotetici abitanti hanno copiato soggetti veri: ci sono ancora attori non professionisti, ma anche militari tedeschi della Seconda guerra mondiale, o malati di mente.

Alessandro Mendini: Devo dire che questi grandi ritratti mi sembrano fortissimi anche visti isolatamente. Sai che tipo di carta usano?

Francesco Garutti: Non lo so esattamente, ma maneggiandoli mentre installavamo la mostra mi sono sembrati leggerissimi. Le cornici poi, per i disegni e anche per gli acquerelli, sono sempre senza vetro.

Jos de Gruyter & Harald Thys, 'Les énigmes de Saarlouis'. Courtesy of the artists and dépendance, Brussels

Jos de Gruyter & Harald Thys, "Les énigmes de Saarlouis". Courtesy of the artists and dépendance, Brussels

Alessandro Mendini: Chi è che disegna dei due artisti? Che rapporto c’è, tra loro, intellettualmente?

Francesco Garutti: Il loro lavoro ha un’anima doppia. Proprio come loro. Harald Thys ha un approccio più psicologico, lavora sullo spazio. Jos de Gruyter disegna. Per esempio la serie de “Les Enigmes de Saarlouis” è sua, ma spesso i ruoli si scambiano. I racconti, le storie dalle quali spesso nascono le loro opere possono essere spaventosi, ma anche molto comici. Ecco ancora il doppio.

Alessandro Mendini: Se fossi venuto qua da solo credo che l’unica cosa che, da subito, mi sarebbe sembrata evidente è che sono due belgi.

Francesco Garutti: Riconosci chiaramente la loro provenienza?

Alessandro Mendini: Sì, credo che ci sarei potuto arrivare. Perché c’è quel misto di sadismo e di cervellotico. Il Belgio è un paese pieno di sordità. Penso ad altri artisti, come Wim Delvoye, che forse è più arioso, ma anche lui decisamente ossessivo. Penso alla fotografia belga degli anni ’70, che era appunto un po’ sadica. Sono mentalità psichicamente complicatissime. E anche questa vostra mostra sembra avere due aspetti contrastanti: è freschissima, per il bianco, per la semplicità dei gesti, del disegno; e poi però ci sono tutti questi visi che sembrano un museo delle cere, però tirato fuori da un museo egizio. E poi c’è questa cosa forte del classicismo dell’ingresso. È veramente complessa.

Francesco Garutti: Questa è l’atmosfera. La mostra si ispira a una certa idea di classicità generica, composta – il Palazzo dell’Arte e la sua storia – e allo stesso tempo ne è quasi una caricatura, una ricostruzione artificiale.

Alessandro Mendini: Ecco, questo spazio per esempio è decisamente idilliaco, mi ricorda una specie di giardino d’inverno con la fontana al centro, e gli acquerelli disposti attorno, appesi alle griglie, con i loro colori, sembrano quasi dei rampicanti.

Francesco Garutti: Pensa che a un certo punto gli artisti erano arrivati con dei finti rampicanti, che usano spesso sui set dei loro film. Poi, temendo che lo spazio perdesse questa sua tensione astratta, hanno deciso di non utilizzarli, ma evidentemente in qualche modo se ne percepisce ancora la presenza, l’atmosfera.

Edoardo Bonaspetti: Dopo un po’ diventa ossessionante anche l’acqua che batte sul metallo della fontana.

Alessandro Mendini: Sì, da suono si trasforma lentamente in rumore, un sottofondo inquietante.

Francesco Garutti: Nelle loro mostre personali nelle grandi istituzioni – Kunsthalle Wien, M HKA Anversa, ad esempio – la fontana è spesso al centro dello spazio. Guardiano minaccioso. Quest’opera si intitola “De Drie Wijsneuzen”, un’espressione fiamminga che significa, causticamente, “i tre sapientoni”, i saccenti.

Alessandro Mendini: E anche le tre maschere bianche sono dei ritratti?

Francesco Garutti: In realtà sono i calchi delle facce di tre manichini raccolti in una strada commerciale in Germania. Gli artisti la considerano una fontana da interni, ha a che fare con il finto arredo che spesso popola gli spazi pubblici dei centri commerciali.

Alessandro Mendini: E cosa sono invece tutti questi elementi metallici bianchi?

Francesco Garutti: I “White Elements”, una campionatura infinita e a diverse scale di un’ipotetica figura umana. Stesse proporzioni, stesse grandi lastre di metallo, stesso identico bianco. Ma infinite posture e composizioni. Figure-oggetto. Molte di queste vengono dalla personale al CAC di Vilnius “White Suprematism”, 2016. Molte sono state volutamente prodotte in Lituania. Memoria evocativa e sovietica dell’idea inquieta di “standard”.

Alessandro Mendini: C’è un contrasto tra la solidità del metallo, così rigido, e questi esilissimi francobollini con tutti questi volti, semplicemente attaccati.

Francesco Garutti: Qui in Triennale tutte le sculture per la prima volta sono appoggiate su plinti. A mimare ancora una volta un allestimento pre-moderno. Un generico, polveroso, museo Beaux-Arts, con una molteplicità di sculture umane. Poi, avvicinandosi, ci si accorge che le figure sono piatte e metalliche.

Edoardo Bonaspetti: C’è sempre questo confine che viene messo in discussione, ambiguo, tra soggetto e oggetto, tra umano e non umano. In questo senso penso alla serie di fotografie “Objects as Friends” (2012), che sono state anche pubblicate nel grande libro di Koenig. Oggetti domestici fotografati alla luce di lampade potentissime, quasi da stadio.

Alessandro Mendini: Mi sembra una specie di Costruttivismo misto ai ritagli dei bambini, misto a Bruno Munari. Oppure questa scultura, senza il viso e se fosse nera, potrebbe sembrare un posacenere di Enzo Mari. Alcuni di questi elementi ricordano anche certi lavori di Andrea Branzi, dove un viso appena disegnato appoggia su un supporto con cui non ha a che fare direttamente. Questo grande elemento che gira in mezzo alla sala, a sua volta vagamente antropomorfo, è quasi totemico. E devo dire che è sadico anche il titolo che avete scelto, “Elegantia”. Però è molto appropriato, giusto. Questa mostra in se stessa è una specie di Arcadia, e ha infatti un nome idialliaco e pastorale. Poi però dentro rivela inquietudine e una specie di gioco diabolico. Come diaboliche sono molte delle facce che, dai muri, osservano chi passa in queste stanze.

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