Continuare a fare Roma - Editoriale - Domus

Continuare a fare Roma

Nicola Di Battista torna sul tema dell’editoriale dello scorso numero perché “siamo obbligati a continuare a fare Roma”.

 

Editoriale / Nicola Di Battista

Ci è capitato già altre volte di fermarci a riflettere intorno al fenomeno della globalizzazione, ai suoi effetti e al suo superamento che nei fatti stenta a compiersi, rallentando così l’arrivo di quel cambiamento culturale di cui abbiamo grande bisogno.

Visto però quello che accade oggi nel mondo, conviene dedicare a questo tema ancora qualche riflessione dal punto di vista dell’architettura. La nostra società, rispetto al passato, è la prima a essere completamente globalizzata: che lo vogliamo o no, è questa oggi la nostra principale condizione di essere su questa Terra. Siamo globali perché ormai tutto è a portata di mano, ma ci stiamo accorgendo a nostre spese che l’ordine di misura di questa condizione non ci appartiene: non appartiene all’uomo come individuo, come essere vivente. L’uomo come persona è indissolubilmente legato alle sue capacità, fisiche e intellettuali, molto limitate rispetto all’immensità del mondo; difatti sappiamo che il mondo ci appartiene solo come dato di fatto, come dato conoscitivo, e sappiamo anche di vivere su una Terra abitata ormai da oltre sette miliardi di esseri umani, tutti assolutamente diversi uno dall’altro, a formare un’interminabile catena d’individui unici, assolutamente irriducibili a unità. Di fronte a questa evidenza, non possiamo che nutrire un profondo senso di smarrimento dovuto al fatto che nella nostra vita verremo in contatto, conosceremo, lavoreremo, vivremo solamente con qualche centinaia, al massimo qualche migliaia, di queste persone; quasi niente rispetto invece a tutte le altre che non incontreremo mai.

Negli ultimi anni, le grandi innovazioni tecnologiche hanno notevolmente ampliato le nostre capacità, al punto da darci la sensazione che tutto fosse vicino e, soprattutto, possibile. Adesso sappiamo che non è così. Sappiamo anche che la globalità è una condizione, non un valore. Per questo, il vero cambiamento sta nel dare valore a questa nuova condizione, nella consapevolezza che il nostro essere globali è subordinato al nostro essere in sé, al nostro essere e basta. Da questo punto di vista, non possiamo non riconoscere che la nostra condizione di uomini ci permette di essere tali solo in un luogo, in un contesto, in una comunità più o meno grande, non in un’improbabile globalità. Solo questa appartenenza sarà capace di trasformare l’unicità di ognuno di noi in qualcosa di collettivo, il pensiero del singolo in un pensiero che, una volta fissato, non apparterrà più solo a chi lo ha espresso, ma anche alle tante persone che lo hanno condiviso e reso possibile. Questa condizione riconquistata ci metterà in grado d’immaginare, elaborare, esprimere nuovi stili di vita, nuove maniere di essere, più adeguati al nostro tempo e ai bisogni da esso espressi; solo quando tutto questo sarà realizzato, potrà poi essere proposto ad altri individui, altre comunità, altri popoli che vorranno condividerlo.

 

Un punto di vista condiviso è il presupposto perché l’architettura possa esistere

 

Come non ricordare a tal proposito Ludwig Mies van der Rohe quando definisce l’architettura come un punto di vista che altri vogliono condividere? A ben vedere, noi potremmo oggi ribaltare questa definizione, sostenendo che è proprio questo punto di vista condiviso il presupposto perché l’architettura possa esistere e, allo stesso tempo, è anche quanto serve all’architetto per fare bene il proprio lavoro, per avere quel contenuto collettivo da poter trasfigurare in forme architettoniche magnifiche e necessarie, che non rappresenteranno più a quel punto solo l’architetto che le ha generate, ma un’intera collettività. Gli ultimi decenni hanno privato l’architetto di questi materiali preziosi e necessari, rendendo il suo lavoro molto più difficile: di questo hanno principalmente risentito le nostre città, i nostri territori, i nostri paesaggi e, con essi, le tante persone che questi luoghi abitano. Oggi, di fronte ai tanti avvenimenti che scuotono il mondo in maniera purtroppo anche drammatica, di fronte alla globalizzazione intesa come ideologia totalizzante e come condizione unica del nostro vivere contemporaneo, anche il profondo e multiforme dibattito sull’incredibile urbanizzazione in atto e sulle tante metropoli vecchie e nuove che lo hanno creato e alimentato sembra segnare un po’ il passo rispetto alla richiesta di cambiamento al nostro abitare che il nostro tempo esprime ormai a gran voce.

 

È importante tornare a una dimensione conforme alla vita dell’uomo e ai suoi bisogni primari

 

Adesso che viviamo in un clima più disposto ad ascoltare e che il cambiamento sembra imminente, in un momento in cui torna a essere di vitale importanza sapere bene “cosa fare”, possiamo affermare con forza che solo le varie comunità con le loro fisionomie uniche hanno l’opportunità di rispondere con consapevolezza a questa domanda. Possiamo dire allora che non hanno più nessun senso le risposte generaliste. Se vogliamo parlare al mondo, dobbiamo essere profondamente noi stessi e proporre con forza e chiarezza il nostro punto di vista sulle questioni dell’abitare oggi. Dobbiamo comprendere che non spetta all’architetto decidere il “cosa fare”: il contenuto del cosa fare è troppo importante per poterlo lasciare appannaggio di una sola categoria sociale, di un’associazione di professionisti, o di qualsiasi altra parte della società. Spetta a tutta la società civile definire e produrre il contenuto da consegnare agli architetti, perché lo usino come materiale da trasfigurare in forme architettoniche. Per questo oggi è così importante tornare a una dimensione conforme alla vita dell’uomo e ai suoi bisogni primari; per questo è fondamentale inventare nuove maniere di partecipazione, capaci di rivelare di nuovo lo spirito dei luoghi, di raccogliere le comunità e metterle in grado di esprimere bisogni e speranze, voglia di vita e di progresso.

Se guardiamo al nostro Paese, è facile dedurre che questo suo essere stato, negli ultimi decenni, non più protagonista del dibattito contemporaneo, apparentemente lontano da quanto succedeva nel resto del mondo in merito all’urbanizzazione, è probabilmente dipeso anche dalla specificità della nostra cultura architettonica: una cultura che, di fronte a una domanda che non è più espressione di collettività vere, ma al contrario solo di presunte urgenze globali fatte di slogan, di facili ideologie e di momentanee illusioni, non è stata più capace di rispondere alle urgenze e alle richieste della contemporaneità. Per tutte queste ragioni, il ripartire oggi dalle nostre città, dai nostri paesaggi, acquista per noi il senso di una riscoperta che ci permette di rapportarci alle forme che nel tempo, siamo riusciti a realizzare per il buon abitare degli uomini. Le nostre tante città raccontano ancora la straordinaria avventura umana che ognuna di esse è stata capace di costruire, con la propria specificità, la propria unicità, la propria diversità. Ma, a ben vedere, tra queste città una soltanto sembra contenere tutte le altre: in essa, tutto quanto detto sopra trova la massima rappresentazione possibile, espressa in maniera superlativa.

Questa città è Roma e per questa ragione conviene continuare a parlarne, ricollegandoci all’editoriale dello scorso numero. È proprio la storia di questa città che mostra la possibilità di come un pensiero locale possa diventare universale, di come Roma sia riuscita nel tempo a rappresentare la quintessenza di tutte le altre città messe insieme e diventare oggi la sola capace di racchiuderle tutte – quelle italiane prima di tutto, ma anche molte altre. Per questo oggi siamo obbligati a continuare a fare Roma: non vogliamo interrompere questo farsi, perché essa non appartiene al passato, non è archeologia; al contrario, appartiene al presente, è storia viva, capace di rispondere alla domanda che con forza oggi ci poniamo sul “che fare”. Per questo abbiamo bisogno che Roma torni a fare Roma e a raccontare agli uomini dove le loro capacità possono condurre; a quali mete alte possono portare; a quali eccellenze possono ambire; a come, infine, una comunità locale possa riuscire a costruire qualcosa di universale e davvero globale comprensibile e buono per tutti. C’è urgente bisogno che oggi Roma torni a essere se stessa per il bene dei suoi cittadini, ma anche per il bene dell’intero Paese, e non solo. Perché Roma torni ad avere il ruolo che le compete nel panorama internazionale della nostra contemporaneità non c’è bisogno di miracoli o di uomini soli al comando, ma che si realizzino almeno due condizioni, a partire da quello che già possediamo.

 

Chi abita e vive la città si prenda cura di essa

 

La prima, e la più importante per chi oggi abita e vive la città, è che ognuno, singolarmente, si prenda cura di essa, prima di tutto ridefinendo il proprio essere cittadino e pretendendo di abitare non solo la propria dimora, ma anche il proprio intorno immediato, il proprio quartiere, lo spazio della propria comunità. Chissà che in questa maniera Roma, e con essa i suoi cittadini, non sia capace di riconquistare quell’orgoglio e quella dignità che il buon abitare può dare e che oggi sembrano lontani, mentre in tempi anche non remoti erano presenti in grande quantità. La città di Roma richiede e merita tutto questo, ha bisogno che tutti si prendano cura di essa giornalmente, magari con piccole azioni, consapevoli che l’insieme di queste azioni può diventare un rigagnolo, un torrente, un fiume, una marea inarrestabile al buon abitare. Certo, tutto questo non è sufficiente, ma di sicuro è indispensabile affinché le istituzioni pubbliche e la politica capiscano che l’aria è cambiata, e che d’ora in avanti sarà complicato disattendere le aspettative che i cittadini manifesteranno dal basso. Senza risposte adeguate alle richieste, la loro responsabilità sarà immediatamente evidente a tutti.

Ma, come dicevamo, questa condizione da sola non basta: prendersi cura della città, uno per uno, nessuno escluso, è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Per una rinascita della città, per quello che la città è stata, per quello che rappresenta nel mondo e che potrebbe ancora essere oggi nella nostra contemporaneità, c’è bisogno che si realizzi almeno un’altra condizione: c’è bisogno che Roma possa, debba, continuare a fare Roma. Roma non può interrompersi e chi dovesse rendersi responsabile di questo atto ne pagherebbe le conseguenze, venendo indicato come colui che ne ha fermato la costruzione millenaria, la sua vera vocazione, la sua vera ragion d’essere per l’intera umanità. Roma è costretta a continuarsi, non può fare a meno di farlo, non è possibile arrestare questa incredibile e immensa storia, a meno che la nostra epoca contemporanea non voglia macchiarsi di questo delitto e diventare per i posteri l’epoca che ha ucciso Roma, non essendo stata in grado di continuarla. Continuare a fare Roma non è una questione che interessa solo i romani o gli italiani, è una questione che interessa tutti: non occuparsene potrebbe essere un giorno riconosciuto come un crimine contro l’umanità.

Continuare a fare Roma non è un fatto tecnico-pratico ma principalmente di civiltà e di cultura. In tal senso, ci piace allora concludere queste note con le parole di Thomas Bernhard, quando scrive che “Roma è la città per la testa, […] per la testa d’oggi è di nuovo la città ideale e, nella caotica situazione politica che oggi regna qui, a maggior ragione per la testa di oggi. Le altre città non lo sono, penso spesso quando penso alla città ideale per la testa, nemmeno New York lo è, Roma lo è, con molta decisione, con sicurezza” [1]. Continuare a fare Roma è la nostra urgenza. 

1 Thomas Bernhard, Auslöschung. Ein Zerfall, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1986; edizione italiana, Estinzione, Adelphi, Milano 1996

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