Se Roma non fa Roma - Editoriale - Domus

Se Roma non fa Roma

Nell’editoriale di novembre Nicola Di Battista chiama i cittadini di Roma e i politici a intervenire per far ripartire la città. Senza la capitale anche il Paese langue.

 

Editoriale / Nicola Di Battista

Cosa sta succedendo oggi nel mondo, o, per meglio dire, cosa sta succedendo a questo nostro piccolo, grande mondo? In una parte di esso assistiamo ancora a guerre cruente e a distruzioni di massa, condotte con una barbarie che non pensavamo più possibile ai giorni nostri; in un’altra parte, la più importante democrazia contemporanea – quella americana – ha costretto il mondo intero a seguire per mesi una campagna elettorale quantomeno imbarazzante, con esiti sulle opinioni pubbliche mondiali potenzialmente devastanti.

Non possiamo quindi dire che oggi le cose in generale, e non solo nel nostro Paese, vadano bene: anzi, siamo costretti a constatare con i nostri occhi che vanno malissimo. Eppure – ne siamo convinti – tutto questo, per quanto terribile, non è l’apocalisse annunciata, ma solo il doloroso prezzo che dobbiamo pagare per passare da un’era a un’altra, dal vecchio al nuovo mondo. Le varie violenze che oggi siamo costretti a subire – da quelle bestiali e orribili delle guerre a quelle non meno distruttive delle tirannie politiche, economiche e tecnologiche – ci lasciano in eredità un prezzo altissimo da pagare, probabilmente commisurato all’enorme posta in gioco: il cambiamento. La questione del cambiamento ha chiaramente una portata universale, ma essa si pone, si coltiva, si costruisce, si realizza a partire dalle singole persone, dalle loro comunità e dalla capacità che esse hanno nello stare insieme, nel vivere unite come collettività, alle condizioni che il loro tempo permette.

In un momento di dissoluzione totale sia delle ideologie, sia dei partiti politici e dei grandi ideali da perseguire, rimangono solo le singole comunità, più o meno grandi, a impegnarsi nel raggiungere modelli di vita più adeguati alla dignità degli uomini, consoni al mondo contemporaneo e alle sue aspettative: modelli di vita che abbiano l’ambizione di utilizzare adesso tutto quanto è a nostra disposizione per vivere meglio e non per altri fini. La globalizzazione ha difatti irriso le comunità locali in nome di un pensiero unico, una sorta di totem che ha avuto la presunzione di fissare, con la propria realizzazione, il traguardo finale del progresso dell’umanità; di decretare il raggiungimento di uno stato di vita che coinvolgesse il mondo intero.

In questa maniera, la globalizzazione, supportata e spinta dalle straordinarie innovazioni tecnologiche che hanno completamente cambiato il corso della vita degli uomini, è diventata uno slogan universale che ha monopolizzato lo svolgersi della vita negli ultimi anni, dando la sensazione di vivere un cambiamento epocale e definitivo davvero globale, per tutti. Oggi, per contro, ci accorgiamo che tutto questo è accaduto, che tutto è realmente cambiato, salvo gli uomini: noi non siamo cambiati granché. Risvegliandoci dal grande sonno mediatico-tecnologico, ci poniamo di nuovo domande sulla vita, sulla sua qualità, sull’idea che possano essercene di migliori, e lo facciamo non a partire dal mondo, ma a partire dai luoghi in cui viviamo, abitiamo, lavoriamo.

 

Sappiamo tutti, e da tempo, che l’Italia ha un grande bisogno di modernizzarsi

 

Adesso sappiamo che il globale altro non è che un’immensa, infinita somma di situazioni locali, grandi e piccole che siano. In tal senso, il mondo torna a essere di nuovo lontanissimo e non ci aiuta affatto a rispondere alle domande che ci vogliamo porre. Per questo motivo vale allora la pena di parlare ancora del nostro Paese e d’immaginare quali possano essere i suoi obiettivi, le sue aspirazioni e, infine, il suo ruolo oggi: il ruolo valido innanzitutto per i suoi cittadini, ma anche per tutti gli altri popoli impegnati, ognuno alla propria maniera, a cercare la propria strada per un presente migliore. Sappiamo tutti, e da tempo, che l’Italia ha un grande bisogno di modernizzarsi, ma, probabilmente offuscati da quanto è successo intorno a noi negli ultimi anni, non abbiamo ancora agito.

Oggi, guardandoci alle spalle, possiamo dire che questo rimanere un passo indietro non è stato solo un male: difatti, ci è facile constatare che, in altri Paesi, una modernizzazione realizzata in maniera non consapevole ha portato un benessere solo apparente e notevoli disastri. D’altro canto, viviamo su noi stessi la difficile condizione di non avere un Paese moderno e in grado di offrire ai suoi cittadini quanto loro occorre per vivere una vita dignitosa e adeguata al proprio tempo. A lungo abbiamo pensato che la modernizzazione potesse avvenire dall’alto e abbiamo recriminato il fatto che questo o quel Governo non la realizzasse; abbiamo delegato alla politica, o, meglio, ai politici di turno la responsabilità di decidere tutto quanto ci era necessario, ma lo abbiamo fatto in maniera generica, senza aver prima discusso e individuato collettivamente il cosa fare, per cui i politici hanno fatto battaglie a nome nostro senza sapere se fossero veramente quelle le battaglie da combattere. La maturità conquistata negli anni recenti ci permette adesso di dire che un cambiamento radicale è possibile.

La politica in questo momento è troppo faziosa e miope, e noi abbiamo invece bisogno di condivisione; la politica è generica e fumosa e noi abbiamo bisogno di precisione e chiarezza, non di qualcosa che vada bene per tutto e per tutti, ma di cose che vadano bene per una comunità, per un luogo, e soprattutto che vadano bene adesso. A tal proposito, abbiamo avuto maniera di dire dello straordinario momento che oggi stanno vivendo la città di Milano e i suoi cittadini, un momento che amiamo descrivere e racchiudere in un’unica parola: un momento di grande consapevolezza, uno di quei momenti in cui una città con la sua comunità è capace di operare un cambiamento radicale del proprio essere, per tornare a scrivere pagine di progresso e di benessere per chi ci abita e non solo. Un cambiamento forte perché non imposto dall’alto ma voluto e alimentato dal basso, dalle comunità che vi vivono e vi operano. Un cambiamento che non siamo in grado attualmente di dire a cosa porterà, ma di sicuro un cambiamento salutare, evidente e, soprattutto, contagioso. Sta ora a noi e alle nostre capacità alimentarlo e renderlo duraturo.

 

A Roma sembra che nulla sia stato cancellato, ma tutto conservato, ampliato, tramandato

 

Lo abbiamo scritto, e ne siamo certi: il nostro Paese soffriva l’assenza di una città come Milano, che per lungo tempo aveva rappresentato una delle capitali mondiali per quanto riguarda la modernità nei diversi campi dell’industria, dell’economia, dell’abitare e, quindi, del buon vivere, che era stato dimenticato. Questo ritorno di Milano a ricoprire di nuovo il ruolo che le compete farà di sicuro bene alla città, ma nello stesso tempo farà bene anche a tutto il Paese che ritrova in essa una guida certa e sicura. Questo permetterà inoltre alle tante altre città diffuse sul territorio italiano di non dover più sopperire a quello che Milano da tempo non faceva, ma di occuparsi invece dei loro destini e del loro presente a partire da quello che hanno, dalle loro vere vocazioni, le loro potenzialità, le loro ambizioni ed esprimere così a pieno le capacità delle comunità che le abitano e le rendono vive. Ogni città, grande o piccola, potrà avere un ruolo importante in questo cambiamento, perché è chiaro che Milano da sola non è l’Italia e che, se le città tutte hanno bisogno di Milano, Milano ha bisogno di loro. In questi ragionamenti un discorso a parte merita Roma, la capitale del nostro Paese, ma anche la città per eccellenza, la città che tutto il mondo ammira principalmente per le sue forme, testimonianza fisica e imperitura della storia e della vita degli uomini che in diverse epoche l’hanno pensata, costruita e abitata.

Che la città attraversi oggi un momento difficile è sotto gli occhi di tutti, così come evidenti sono i gravi problemi funzionali che l’assillano e che le impediscono di vivere una vita adeguata agli standard contemporanei. Ma guai a ridurre solo a questo la questione Roma. Roma è molto di più: la sua unicità sta nel fatto di riuscire, da sola, a raccontare non solo la sua lunga e incredibile storia, ma anche quella dell’intera umanità, intesa come storia di uomini e donne che hanno vissuto, costruito e abitato i luoghi della loro vita per rispondere ai propri bisogni, ai propri desideri, ai propri sogni e di averlo fatto non una volta sola, ma più volte, in diversi periodi storici, in diverse condizioni, con diversi mezzi, ma sempre con il medesimo obiettivo: quello di abitare il meglio possibile la terra che era data loro.

Ci si potrà obiettare che quanto detto per Roma vale in realtà per tutte le città del mondo, che la loro principale ragione d’essere non può che essere la stessa e che tante tra esse si sono distinte raggiungendo risultati eccellenti e ammirabili: questo è senz’altro vero, ma solo Roma è riuscita a farlo all’ennesima potenza e in maniera incommensurabile, per così dire, di volta in volta, in modo compiuto, rispetto alle altre città. Di questa città, a differenza delle altre, è possibile oggi raccontare la storia, anzi le varie storie che l’hanno formata nel tempo, non solo attraverso i testi, le parole dei protagonisti, il lavoro degli storici, la produzione letteraria in generale, ma soprattutto attraverso le pietre e le forme che essa ha assunto nel tempo e nelle epoche storiche che si sono susseguite. A Roma sembra che nulla sia stato cancellato, ma tutto conservato, ampliato, tramandato. La forma della città è lì, visibile e accessibile a tutti, nella sua struggente evidenza a testimoniare il corso del tempo e dei tanti uomini che l’hanno realizzata. A Roma il racconto del passato non è solo appannaggio degli eruditi, dei sapienti, ma a portata di mano per tutti; in questa città il passato è forma fisica e segna e influenza in maniera potente anche il presente.

 

Se oggi “Roma non fa Roma”, questo diventa un problema non solo per la città ma per l’intero Paese

 

Oltre a questo, c’è un ulteriore elemento che la rende unica: il fatto che in essa non abbiamo la presenza di un solo momento del passato, ma la compresenza di più passati, uno accanto all’altro, o, per meglio dire, uno sopra l’altro come dimostra lo straordinario complesso di San Clemente. La Roma che ognuno può ancora vedere oggi si mostra come un interminabile palinsesto materico che da millenni funge da scenografia per la vita degli uomini, il palcoscenico perfetto dove recitare la più importante delle rappresentazioni umane: la vita reale. Per tutto questo forse si sono creati per questa città, e solo per essa, definizioni estreme e definitive: città eterna, caput mundi, e si capisce bene quindi come la questione Roma sia assolutamente universale e non locale e in quanto tale vada affrontata.

Se oggi “Roma non fa Roma”, questo diventa un problema non solo per la città, ma per l’intero Paese e, paradossalmente, anche per la stessa Milano. Pensiamo che la presunta rivalità tra le due città valga solo per i rotocalchi e per il pettegolezzo. L’idea che le fortune dell’una vivano sulle sfortune dell’altra è pura stupidaggine: le due realtà urbane sono talmente diverse che qualsiasi cosa esse possano fare non potranno mai entrare in competizione; sono troppo distanti, troppo lontane per poter coltivare gli stessi progetti, troppo grandi per assoggettarsi l’una all’altra. Per questo siamo convinti che la rinascita di Milano potrà compiersi in maniera più completa e profonda solo se Roma torna a fare Roma; Milano ha bisogno di Roma, come Roma di Milano. Da sole sono soltanto città straordinarie; insieme possono far ripartire l’intero Paese e dare anche nuovi orizzonti a questa vecchia Europa che stenta a trovare se stessa, che non è più capace d’immaginare il proprio futuro.  

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