La ricostruzione è un fatto squisitamente culturale - Editoriale - Domus

La ricostruzione è un fatto squisitamente culturale

Il problema della ricostruzione nel territorio di Amatrice, distrutto dal terremoto di agosto, deve essere affrontato seriamente a partire da un’idea chiara di cosa significhi ricostruire.

 

Editoriale

I tragici eventi tellurici che lo scorso mese di agosto hanno colpito duramente il nostro Paese seminando morte e distruzione hanno ancora una volta messo sotto gli occhi di tutti, in maniera drammatica e violenta, la bellezza e, allo stesso tempo, la fragilità estrema dei nostri territori.

Il brutale evento che ha ucciso persone e distrutto case è però anche un urlo straziante della terra, un inappellabile atto d’accusa contro il Paese stesso, contro la politica, e anche contro le comunità, le istituzioni, gli amministratori: in realtà, contro ognuno di noi,  uno per uno, nessuno escluso. Il dolore per quello che è successo ha provocato un immediato, incommensurabile e commovente atto di solidarietà umana, un atto che, di fronte a così tanto strazio, ha prima di tutto significato estrarre con fatica fisica – visibile e misurabile da chiunque – le persone rimaste sepolte vive e, infine, con un estremo atto di pietà, recuperare le vittime. Le persone impegnate a salvare le vite appese alle loro braccia, ai loro sforzi, al loro sudore, hanno reso tutto questo, nel suo insieme, uno straordinario fatto collettivo: il primo grande gesto di conforto e di vicinanza per i vivi, i sopravvissuti, per la comunità tutta intera che deve ora resistere a quanto è accaduto per continuare a vivere. A questo primo momento se ne sono poi aggiunti altri, più legati alla cronaca e all’informazione. Così, giorno dopo giorno, abbiamo potuto ascoltare o leggere parecchie riflessioni su quanto è successo.

Sono arrivati gli specialisti – i geologi, gli ingegneri e altri ancora –, tutti puntualmente a dirci, come sempre, la stessa cosa: bisogna  rendere antisismico il nostro patrimonio edilizio, sia quello costruito nel tempo, sia quello nuovo. Poi sono arrivati i politici, a sentire gli umori dei cittadini e prendere le prime decisioni: all’inizio, tutti uniti dalla commozione dell’evento, tutti d’accordo; poi, a poco a poco, assumendo il solito atteggiamento di chi parla senza sapere, di chi è interessato solo a capire come trarre il migliore tornaconto per la propria parte politica dalla situazione. E in tutto questo la cultura dov’è? Gli intellettuali dove sono? Davvero oggi, nel 2016, qualcuno pensa ancora che la ri-costruzione sia solo un fatto tecnico? Che basti dire ricostruiamo “com’era, dov’era” e il gioco sia fatto? È ancora possibile affrontare questioni così importanti con un tale pressapochismo? Ci sono ancora in giro ingenui e sprovveduti che credono questo? Probabilmente sì, se la situazione è quella che abbiamo sotto gli occhi; ma chi pensa questo non può e non deve più avere ascolto, dev’essere solo emarginato.

 

Davvero oggi qualcuno pensa ancora che la ri-costruzione sia solo un fatto tecnico?

 

È da tempo che il nostro Paese aspetta una ricostruzione materiale e morale, di cui ha un grande bisogno; ormai questo tempo è arrivato e non può più essere rimandato. Noi siamo il Paese che ha realizzato solo parzialmente la propria modernità e oggi scopriamo di essere rimasti in fondo per lo più pre-moderni. L’Italia di oggi è un Paese che aspetta ancora di diventare moderno, ma è anche un Paese che, ormai evoluto, cosciente e vigile, sa che deve costruire la propria modernità solo ad alcune condizioni e non può farlo a tutti i costi,  come accade nei Paesi emergenti. Questi stanno subendo oggi una furiosa modernizzazione dettata dalla finanza e dalla tecnica, non certo per soddisfare i bisogni dei cittadini e delle comunità. L’Europa contemporanea conosce bene il fenomeno e proprio per questo non può far finta di non sapere. Per la crescita delle proprie nazioni, l’Europa, con la sua storia, ha il dovere di cercare e adottare soluzioni adeguate al nostro tempo, di trovare alternative di progresso, condivise e solidali, valide per tanti e non per pochi; alternative, che hanno anche l’ambizione di parlare al mondo intero, dicendo che una nuova vita, migliore di quella attuale, è possibile.

Tornando ora al nostro Paese e al suo ruolo nel mondo, ci rendiamo facilmente conto di essere ben poca cosa rispetto all’immensità delle popolazioni che abitano oggi la Terra, un’entità infinitesimale; ma, allo stesso tempo, non possiamo dimenticare che siamo stati tra quelli che hanno maggiormente determinato e realizzato nel tempo luoghi, manufatti e paesaggi mirabili per l’abitare dell’uomo, costruendo città e campagne capaci ancora oggi d’incantare le persone, di stupirle, di provocare in esse emozioni, di generare rispetto e ammirazione per chi ha costruito tutto questo. Da qui derivano anche le nostre responsabilità attuali, ancora  più forti che per altri: quelle di non esserci più presi cura dei nostri luoghi. Non sto certo parlando solo del malaffare e della corruzione, ma di tutto il resto: sto pensando alla responsabilità di chi è tranquillo, perché non sa quali sono i problemi da affrontare, anzi non sa neppure di avere un problema, di aver contratto un gigantesco debito con il bene comune più prezioso che ha, la propria terra. Crede di potersene disinteressare o, al più, di delegare alle tecniche il compito di cercare soluzioni. In definitiva, ha smesso di pensare che tutto questo fosse innanzitutto un atto squisitamente culturale, qualcosa che aveva a che fare prima di tutto con la cultura, e solo dopo essere diventato un’idea fissata con decisioni ponderate e condivise, fosse anche un fatto materiale da affrontare e risolvere, utilizzando quanto le migliori tecniche del suo tempo gli offrivano.

 

Ora non vogliamo più rassegnarci a dover vivere una vita contro natura, a non poter lavorare per realizzarne una migliore

 

Oggi, davanti a questa ultima, immane tragedia, la cosa che più ferisce e rattrista è notare così tanta inconsapevolezza rispetto a  quanto è accaduto e ai problemi che tutto questo drammaticamente ci pone di fronte. L’inconsapevolezza di cosa voglia dire ricostruire i luoghi è davvero imbarazzante, e ci riferiamo qui a due inconsapevolezze: una collettiva espressa dalle istituzioni e l’altra individuale, ad personam, espressa dagli uomini. Stranamente, però, si parla sempre e solo delle responsabilità  istituzionali – come se queste non fossero poi formate da individui –, mentre dovrebbe preoccupare di più l’inconsapevolezza dei singoli uomini, uno a uno, rispetto al cosa fare: è questo il grande vuoto che il nostro tempo esprime nei confronti dell’abitare nel suo insieme; è questo il nostro grande problema oggi. Se non sappiamo cosa voglia dire abitare, e soprattutto abitare oggi, qui o lì, come possiamo avere la presunzione di ricostruire materialmente e fisicamente i luoghi momentaneamente distrutti da fatti accidentali e occasionali come  quelli provocati da un terremoto? Negli ultimi tempi, ci siamo soffermati molte volte a riflettere con la rivista sulle condizioni della nostra contemporaneità e in questa maniera abbiamo maturato la convinzione di vivere immersi in una sorta di attesa, quasi immobili, consapevoli del fatto che quello che è stato nel passato, quello che abbiamo ereditato, da solo non è più buono per noi oggi, ma anche che quello di cui abbiamo bisogno non c’è ancora e non abbiamo neanche ben chiaro di cosa abbiamo veramente bisogno.

Il cosa fare e il perché farlo, in questo momento, sono molto più  importanti del come fare; il come fare diventerà essenziale appena un attimo dopo che avremo deciso il cosa fare, ma non prima. Da questo punto di vista è facile rendersi conto di tutta la nostra debolezza, di tutta la nostra inadeguatezza e approssimazione rispetto alle questioni urgenti attuali, che chiedono risposte che noi non abbiamo. D’altro canto, bisogna anche dire che tutto questo è principalmente frutto di quanto accaduto nel nostro recente passato: completamente presi e immersi nella profonda crisi economica che si è abbattuta sull’Occidente come un macigno, non ci siamo accorti, in maniera miope e colpevole, dell’altrettanta devastante crisi civile che parallelamente ci colpiva. Fino a qui niente di nuovo. La novità vera sta invece nel fatto che – come abbiamo più volte sottolineato – il cambiamento da tempo auspicato è ormai nell’aria e finalmente a portata di mano: lo status quo che ci circonda non è più una realtà immodificabile, ma qualcosa che può essere radicalmente ripensato ora, per vivere meglio il nostro presente. Questo sentimento collettivo assume oggi diverse sembianze: quella che c’interessa mettere in evidenza qui è la diversa percezione che abbiamo di quanto succede intorno a noi. Se solo qualche tempo fa eventi catastrofici come un terremoto ci riempivano di rabbia e d’indignazione contro quanto non era stato fatto per prevenire e in parte mitigare i danni di tali sciagure, oggi questo non ci è  sufficiente. Ora non vogliamo più rassegnarci a dover vivere una vita contro natura, a non poter lavorare per realizzarne una migliore. Vogliamo invece perseguire una nuova idea di progresso e, per farlo, chiamare a raccolta le forze più vitali del nostro Paese; vogliamo riempire i cuori e le menti delle nuove generazioni di aspettative che le rendano capaci d’immaginare per loro e per tutti gli altri un futuro migliore.

 

Cosa rappresenta per noi l’idea di casa?

 

Per tutto questo è oggi così irritante e offensivo l’assordante silenzio della cultura contemporanea sul cosa fare. È vero che la cultura è intervenuta copiosa nel dopo-sisma, ma nella maggior parte dei casi solo per allungare l’elenco ormai interminabile delle cose che nel  nostro Paese non vanno bene; poche o nulle sono state le proposte concrete da cui ripartire. Certo, siamo contenti che siano state chiamate personalità di alto profilo come l’architetto Renzo Piano, o come il rettore del Politecnico di Milano, l’ingegnere Giovanni Azzone; ma questo oggi non è sufficiente: abbiamo bisogno di qualcosa in più, di uno scatto collettivo, di quelli capaci di mobilitare l’intero Paese, di quelli in grado di parlare alla coscienza di tutti. Sappiamo che queste cose sono molto difficili da realizzare, ma abbiamo il dovere di crederci, di provarci. Lo dobbiamo ai tanti morti, ma lo dobbiamo soprattutto ai vivi, al loro e al nostro futuro. Abbiamo oggi un intero Paese da rendere moderno e la cosa incredibile è che tutto quanto è necessario per farlo c’è già: persone, competenze, imprese, industrie, economie. Quello che davvero ci manca è la volontà di farlo sul serio, di credere alla possibilità e alla necessità di farlo.

Se non vogliamo che il progetto “Casa Italia” diventi solo l’ennesimo slogan politico e mediatico di successo, proviamo per una volta a partire dai contenuti; per esempio, chiedendoci cosa significhi per noi oggi la parola casa; cosa rappresenti per noi l’idea di casa, il rapporto che abbiamo con quelle già costruite e con quelle che noi stessi abbiamo costruito e continuiamo a costruire; quale sia l’idea di casa che meglio corrisponde alle aspettative del ceto sociale a cui si appartiene; a quale idea dell’abitare tutto questo risponda; cosa rappresenti per noi oggi la parola Italia; che cosa sia l’italianità nel mondo contemporaneo; quale senso di appartenenza identifichi. Questo sarebbe un grande esercizio civile, capace probabilmente di risvegliare quell’intelligenza collettiva di cui abbiamo tanto bisogno e che un Paese come il nostro non può aver smarrito del tutto. Questo ennesimo evento catastrofico, con tutta la sua drammatica evidenza, ci mette ancora una volta di fronte a scelte che misureranno con precisione lo stato della nostra contemporaneità. Le risposte che sapremo dare ci diranno se il nostro Paese ha cambiato marcia, rispondendo in maniera adeguata alle urgenze del momento. Domus c’è e vigileremo su quanto le discipline del progetto e le istituzioni che le rappresentano faranno o no, e lo proporremo ai nostri lettori. 

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