Noi ci siamo, e voi? - Editoriale - Domus

Noi ci siamo, e voi?

Nell’editoriale di settembre Nicola Di Battista afferma che il senso ultimo di una rivista è quello di prendersi il tempo per riflettere: un lusso indispensabile per rispondere ai bisogni del proprio tempo.

 

Editoriale

Con questo numero di Domus inizia il quarto anno della nostra direzione: un tempo abbastanza lungo, quello trascorso dall’uscita del fascicolo 972 a oggi, che ci permette non solo di guardare da una buona prospettiva quanto è successo in questo periodo e di proporre alcune riflessioni su quello che abbiamo fatto, ma anche di azzardare qualche proposta su quanto resta da fare.

Bisogna prima di tutto dire che in questi ultimi tre anni sono cambiate molte cose, sia all’interno della rivista, sia – e in maggior ragione – al di fuori di essa. Qualche mese fa, Domus ha raggiunto l’incredibile traguardo della sua millesima edizione, unica rivista italiana di settore finora ad averlo conseguito, e una delle pochissime al mondo. Con il numero 1000, l’introduzione di tre zeri nella numerazione l’ha costretta, in un certo senso, a ricominciare da capo: infatti, il fascicolo che avete in mano è già il numero 5 di questa nuova storia. In questo tempo della nostra direzione Domus ha fatto i conti soprattutto con i cascami ideologici che avevano occupato le discipline del progetto negli anni precedenti, con una cronica mancanza di critica, più volte da noi lamentata, e – adesso possiamo dirlo – con una scarsissima consapevolezza da parte degli addetti ai lavori delle cose da fare, adeguate ai nostri tempi e conformate a essi.

A questo stato delle cose abbiamo risposto aumentando di molto gli autori che collaborano con la rivista, scegliendoli tra quelli che più di altri hanno un punto di vista preciso e chiaro, tra quelli che con il loro lavoro hanno preso posizione, tra quelli che meglio rispondono al nostro bisogno di abitare bene questa Terra. Abbiamo anche cercato i maestri che, con disponiblità e interesse, ci hanno ascoltato e messo a disposizione le loro idee, le loro parole, le loro opere; ma abbiamo anche cercato, in maniera incessante e quasi ossessiva, storie da raccontare, storie vere e non di circostanza, storie di architetti, di designer, di artisti, d’imprenditori e altri ancora: storie del nostro tempo, da cui abbiamo fatto emergere e messo in evidenza per i nostri lettori non tanto quello che esse oggi rappresentano – cosa che ognuno può evincere anche da solo, seguendo la cronaca –, quanto il modo in cui si sono formate, da quali contesti sono nate, in quali luoghi e con quali mezzi sono riuscite a diventare quello che sono; storie, infine, che riteniamo valga la pena di raccontare perché buone e preziose per noi oggi.

 

Domus continua a raccontare storie

 

Un altro campo d’indagine a cui abbiamo rivolto molta attenzione è stato quello della formazione, che reputiamo davvero fondamentale per il nostro futuro: su questo argomento, perciò, non ci siamo risparmiati, dedicandogli molto spazio all’interno di ogni numero. Lo abbiamo fatto raccontando sia i lavori dei singoli docenti con i loro studenti nelle rispettive classi, sia la realtà delle singole scuole intese come istituzioni, chiedendo ai direttori di presentare le caratteristiche delle loro strutture, le loro aspettative, le loro ambizioni, i loro obiettivi: un meticoloso lavoro d’indagine, che ci ha permesso di comparare le varie offerte formative e farci un’idea più precisa e circostanziata di cosa succede oggi nel mondo in questo delicato settore della nostra vita collettiva. In merito alla nostra contemporaneità, ci siamo sforzati di non mostrarla in astratto – mai da posizioni aprioristiche o ideologiche –, ma piuttosto nella concretezza delle cose, a partire da quello che succedeva intorno a noi: dagli avvenimenti che abbiamo ritenuto di maggior interesse per le nostre discipline alle grandi e piccole mostre, fino ai temi o ai problemi che in alcuni momenti ci sono sembrati più urgenti da affrontare.

In questa maniera abbiamo potuto parlare di storia e di attualità, di tradizione e d’innovazione, di pratica e di teoria, di globale e di locale: per questo motivo ci è perciò capitato di occuparci di Piero della Francesca come di Piero Manzoni, del Rinascimento come del Novecento. Lo abbiamo fatto alla nostra maniera, dando voce ai protagonisti stessi, sempre e comunque, come se fossero dei nostri contemporanei.  

 

Riflettere su quello che ci serve e ci manca per fare bene le nostre professioni è un lusso che dobbiamo permetterci

 

Un discorso a parte merita ora la riflessione sull’avanzamento disciplinare: a tale proposito, noi che crediamo fermamente nell’autonomia delle discipline e siamo convinti che solo al suo interno sono possibili innovazioni e progresso veri, abbiamo per primi sentito il bisogno di uscire da essa per comprendere meglio cosa succedeva al di fuori, in quali contesti queste discipline si stavano muovendo, a quali fini si dedicavano, a quali domande rispondevano. A posteriori possiamo dire che questa temporanea uscita dall’autonomia delle discipline ci è stata molto salutare e ci ha aperto gli occhi; speriamo che abbia fatto lo stesso effetto anche ai nostri lettori, ma adesso siamo impazienti di immergerci di nuovo dentro di essa, dentro i suoi segreti, le sue regole, i suoi trucchi, in una parola nei suoi ermetici domini fatti di molte certezze e di pochi dubbi. Per definizione, i saperi disciplinari sono pesanti e statici, cambiano molto lentamente, essendo un formidabile accumulo di conoscenze e di pratiche formatesi nel tempo; chi deve cambiare, invece, e abbastanza in fretta, siamo noi che abbiamo l’obbligo di vivere la contemporaneità e di rispondere con i nostri saperi e i nostri mestieri a quanto essa ci chiede; non possiamo rifugiarci nel passato, né fuggire nel futuro, pena la nostra estromissione dalla vita civile.

Pensiamo perciò che l’esercizio fatto dalla nostra rivista ci abbia permesso di capire meglio quanto accade oggi, rendendoci più consapevoli del cosa fare e anche dandoci risposte sul perché farlo. Aver diviso la rivista in due grandi aree tematiche – i Progetti e i Coriandoli – ci ha permesso di fissare la nostra attenzione sia sulle realizzazioni, sia su tutto quanto ci serve per pensarle e progettarle. Oggi, nell’epoca dell’informazione globale, pervasiva e incessante, e della moltiplicazione dei media, poter riflettere su quello che ci serve e ci manca per fare bene i nostri mestieri, le nostre professioni, le nostre attività, è un lusso che dobbiamo permetterci: non una perdita di tempo o di soldi e neanche un divagare fuori dal fare ma, al contrario, un necessario sostegno del fare, l’indispensabile basamento su cui il fare deve poggiare. Se quanto tratteggiato sin qui racconta per sommi capi il lavoro che abbiamo fatto con la rivista, è giusto portare ora la nostra attenzione sulle tante cose che in questo stesso periodo, relativamente breve, sono accadute al di fuori di essa. Prima di tutto, dobbiamo constatare che si è definitivamente spenta quella spasmodica ricerca del nuovo per il nuovo che, contro ogni ragionevolezza e ogni buon senso, aveva spinto gli uomini a creare le stranezze più varie che duravano al massimo il tempo di una stagione, almeno alle nostre latitudini, mentre purtroppo sappiamo con rammarico che continueranno a imperversare ancora per lungo tempo in altre parti del mondo. La nostra consolazione è che almeno in Occidente ce ne siamo sbarazzati forse per sempre.

L’altra circostanza che ha fortemente caratterizzato il nostro recente passato è stata di certo l’affermazione totale dello strapotere economico-finanziario, che tutto governa e sovrasta. La sua azione, portata a fondo oltre ogni limite, ha provocato una reazione che, in maniera sempre più evidente e condivisa, chiede un cambiamento, invocando un nuovo potere politico-culturale capace d’indirizzare il futuro degli uomini, compreso quello dell’economia, e non il contrario – pena una cruenta decadenza. Un riequilibrio dei poteri è oggi necessario e indispensabile per la convivenza pacifica: di questo la maggior parte delle persone è ormai profondamente consapevole. Questi due fatti insieme – no alla ricerca del nuovo a tutti i costi e no al potere unico della finanza – stanno creando in Europa un nuovo sentimento, una nuova speranza che spinge tutti alla ricerca di una rinnovata idea di progresso, talmente forte e diffusa da far paura a chi non vuole questo cambiamento e si oppone strenuamente a esso o, per contro – ma è la stessa cosa –, a chi vorrebbe attuarlo in maniera autoritaria e antidemocratica.

A ben vedere, il maggior cambiamento che in questi ultimi tre anni c’è stato – ne siamo certi – è il diverso atteggiamento che gli uomini hanno assunto nei confronti della contemporaneità: un fatto del tutto inedito. Sebbene viviamo cercando di smaltire del tutto le scorie che si sono depositate in noi negli ultimi due decenni, è indubbio che ormai il cambiamento di passo è stato compiuto ed è irreversibile.

Da tempo il cambiamento era nell’aria, lo si percepiva, ma non era ancora a portata di mano: era ricercato, auspicato, agognato, ma non ancora possibile; non c’erano ancora le condizioni per poterlo realizzare, non era ancora un sentimento collettivo e condiviso, troppe cose lo ritardavano. Per questo, all’inizio della nostra direzione avevamo scritto che il più importante obiettivo raggiungibile, in quel momento, era proprio quello di coltivare una resistenza continua, insieme con la tensione verso un cambiamento, nella speranza che si realizzasse: in un certo senso, un invito a prepararsi per essere pronti quando finalmente esso si sarebbe potuto perseguire e realizzare. Ecco, in poco tempo tutto questo è accaduto, e oggi nulla è più come prima: le condizioni per un cambiamento ora ci sono, un cambiamento talmente necessario e obbligatorio per tutti noi che non possiamo più rimandare l’appuntamento con esso. Sapevamo che tutto questo sarebbe arrivato presto – era inevitabile che succedesse –, ma non sapevamo né quando, né come: il ‘quando’ è ormai palese: è adesso; per il ‘come’ è interessante notare come il rinnovamento non sia avvenuto in un preciso momento e a opera di un qualche potere costituito ma, viceversa, sia cresciuto progressivamente dal basso, come pensiero condiviso e partecipato – e per questo ancora più forte.

 

Un riequilibrio dei poteri è oggi necessario e indispensabile per la convivenza pacifica

 

Adesso che esso si manifesta come un fenomeno collettivo strenuamente voluto e invocato a gran voce, non possiamo non corrispondere alle sue aspettative: sta perciò alle nostre azioni conformarlo, ognuno con le proprie capacità e competenze. Per questo oggi è il momento del fare, il momento per cui di nuovo si potrà valere e si sarà giudicati per quello che si è capaci di fare, non per altro. Se torniamo adesso alla nostra rivista e al suo modo di vedere, che viene da lontano, ci sarà facile capire come la querelle degli ultimi anni tra i fautori dei nuovi prodotti digitali rispetto a quelli cartacei, o viceversa, sia diventata obsoleta. Il tempo ha risolto il problema, semplicemente evidenziandone la distorsione: difatti, era un problema fino a quando si viveva dentro l’ideologia semplificata del nuovo contro il vecchio, o completamente immersi nella superstizione dei nuovi e portentosi avanzamenti tecnologici che ci venivano offerti, ma oggi tutto questo è superato.

Adesso che l’aria è cambiata, che non siamo più vittime di superstizioni, possiamo finalmente comprendere che digitale e cartaceo possono convivere, fino a quando si avrà bisogno di essi; anzi, possono addirittura supportarsi a vicenda secondo le loro caratteristiche e non eludersi come pericolosi concorrenti. Ecco, questa Domus c’è, e noi con essa. La nostra ambizione è condividere tutto questo con tanti altri, con il maggior numero di persone possibile affinché il cambiamento non si arresti ma diventi irreversibile e magnifico e ci metta al riparo da nuovi avventurieri e nuove ideologie sempre in agguato. Noi ci siamo e vorremmo avervi vicini in tanti.   

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