Ora tocca agli architetti - Editoriale - Domus
Editoriale, Domus 995 ottobre 2015
 

Ora tocca agli architetti

Nell’editoriale di ottobre Nicola Di Battista invita gli architetti italiani a riprendersi un ruolo nella vita civile, immaginando nuovi stili di vita più adeguati al nostro tempo e ai nostri mezzi.

 

Editoriale / Nicola Di Battista

Questo articolo è stato pubblicato in origine su Domus 995, ottobre 2015.

Se è vero che siamo all’inizio di una nuova stagione, la cosa più importante per noi è capire come viverla, come parteciparvi, che ruolo vogliamo assumere in essa e, soprattutto, se vogliamo, anche solo in parte, determinarla o subirla.

Questo ragionamento c’interessa da almeno due punti di vista: uno riguarda ognuno di noi singolarmente come individui; l’altro riguarda tutti collettivamente per il mestiere che facciamo, come parte di una comunità. Partiamo, allora, da questo secondo punto di vista: quello che ci vede parte di una collettività definita dal lavoro che svolgiamo e dall’intorno e dalle problematiche che essa determina.

Parliamo qui del lavoro dell’architetto: un lavoro regolato da un’associazione professionale, un lavoro che può essere svolto solo da chi è regolarmente iscritto a questa associazione, un lavoro normato da un insieme di regole civili e deontologiche da rispettare. Parliamo, quindi, di niente altro che di un lavoro, uno dei tanti fatti dall’uomo.

Se guardiamo ora al mestiere dell’architetto nel suo insieme e nel tempo, ci accorgiamo dell’incredibile passato che questa disciplina ha avuto nel nostro Paese: un passato che l’ha vista protagonista in diverse epoche storiche e che le ha permesso di affermarsi nel mondo per aver definito una certa idea di italianità in merito all’abitare, grazie al pensare, progettare e realizzare i manufatti e i luoghi più idonei al buon abitare per il buon vivere. Anche solo da questa considerazione ci si rende conto di come sia errato e fuorviante ridurre il mestiere dell’architetto al suo statuto di lavoro; esso è sicuramente un lavoro, ma di certo non solo quello, avendo l’abitare a che fare con gli uomini e con la loro vita intera.

 

Non si diventa architetti perché si è sostenuto un certo numero di esami a scuola

 

Tornando all’oggi, sarà forse per questa fama ereditata e questo splendido passato, fatto sta che, per lungo tempo e fino ai giorni nostri, il nostro è stato considerato il Paese dell’architettura, della bella e buona architettura. Questo stato delle cose ci permette di detenere da lungo tempo e in maniera incontrastata il primato mondiale del numero di architetti: architetti che studiano e si diplomano quasi totalmente nelle nostre università, tutte pubbliche, e che poi ritroviamo iscritti ai rispettivi ordini professionali delle loro città di appartenenza. I numeri che ruotano intorno alla formazione dell’architetto in Italia sono davvero impressionanti: con l’indotto, parliamo di centinaia di migliaia di persone, quindi parliamo di qualcosa di molto rilevante, che merita perciò grande attenzione e qualche riflessione.

A ben vedere però, a fronte di tutto questo, a fronte delle tante persone che ruotano intorno all’architettura, non abbiamo certo un dibattito vivace e franco che animi oggi la disciplina architettonica come ci si aspetterebbe, ma neanche un’autorevolezza delle nostre eccellenze commisurata ai numeri e, infine, neanche un fatturato che giustifichi tutto ciò. Le nostre scuole di architettura, con i mezzi a loro disposizione, riescono oggi a impartire una formazione mediamente buona, anche rispetto a quanto avviene nel resto del mondo; ma conviene rispondere subito alla domanda: buona rispetto a cosa?

Per farlo, dobbiamo prima affrontare un’altra questione: qual è il compito di una scuola, e di una scuola pubblica in particolare, nel formare il futuro architetto? Quello d’insegnare un mestiere, di formare il futuro professionista, di rendere possibile l’eccellenza? A nessuno di questi compiti risponde in verità la nostra formazione; ma, a ben vedere, perché dovrebbe?

Non sono infatti certamente questi i compiti di una scuola. Il mestiere non s’impara di certo a scuola, ma, come ben sappiamo, solo facendolo. La stessa cosa vale per la formazione professionale, che richiede studi e competenze molto specialistiche, mentre, infine, per formare l’eccellenza occorrono strutture didattiche molto sofisticate adatte allo scopo. Quindi, quale formazione impartiscono ai propri studenti le scuole italiane?

Volendo accomunarle intorno a un obiettivo, possiamo dire che esse impartiscono una formazione universitaria, e quindi di tipo superiore, generalista: una formazione che si occupa principalmente di accrescere la struttura cognitiva dello studente rispetto alla disciplina; una formazione che gli permetta, una volta finiti gli studi, di affrontare e risolvere i problemi che il lavoro gli metterà di fronte. In ultima analisi, è come dire che le nostre scuole di architettura si occupano principalmente della forma mentis dei loro studenti, consapevoli che il vero architetto non è un tecnico, non è uno specialista, ma, al contrario, una persona capace d’individuare il tecnico giusto o lo specialista più competente che può aiutarlo a realizzare al meglio il lavoro.

Il vero architetto è una persona che, coltivando l’ambizione di pensare, progettare e, qualche volta, realizzare i luoghi dove l’uomo vive, si fa carico di raccogliere i contenuti proposti da un committente, da una comunità, o anche semplicemente quelli espressi in generale dallo spirito degli uomini del proprio tempo, per elaborarli, portarli a sintesi e trasfigurarli in forme architettoniche, in manufatti. Si capisce allora come non possa e non debba essere solo la scuola a formare l’architetto, che si formerà solo nel tempo e a certe condizioni. Non si diventa architetti perché si è sostenuto un certo numero di esami a scuola. Quindi, gli architetti diplomati in grande numero nelle scuole sono formalmente architetti, perché in possesso di un diploma che lo certifica, ma se non hanno poi un contesto, un tempo e una condizione per diventarlo di fatto, non saranno mai tali.

Nel nostro Paese, tra i tantissimi architetti, molti sono certamente buoni e ci sono di sicuro ottimi professionisti; per contro, ci sono pochi specialisti e, soprattutto, pochissimi veri architetti, nel senso che abbiamo tratteggiato sopra. Vale a dire che il vero architetto non è solo il prodotto di una scuola di architettura, ma anche di un contesto, di un luogo, di una comunità che lo esprime e lo sostiene. Se abbiamo oggi pochi veri architetti nel nostro Paese, vuol dire semplicemente che negli anni recenti non siamo stati in grado di produrne: si è pensato ad altro, ci si è occupati di altro. Oggi, guardando i nostri territori, ci accorgiamo quanto miope e insensata sia stata questa scelta, e quanti danni essa abbia arrecato al buon abitare, riuscendo a trasformare quello che una volta veniva indicato come il Bel Paese, in un Paese abbastanza brutto.

Se fino a ora abbiamo parlato della figura dell’architetto in maniera generica, riferendoci all’insieme di chi pratica questo mestiere e alle scuole che lo formano, ci conviene adesso portare qualche ragionamento sulla singola persona, sul singolo architetto. Come individuo, ognuno è responsabile di quello che fa o che non fa, e anche se ci sono sempre ottime ragioni per fare o non fare una certa cosa, non possiamo poi, a posteriori, esimerci dal giudicare quanto si è fatto. Da questo punto di vista, non possiamo oggi dire di aver fatto tutto il possibile, negli anni passati, affinché le cose cambiassero; per lungo tempo troppi tra noi si sono disinteressati del risultato del lavoro stesso, assumendolo invece come un dato di fatto, senza giudicarlo, senza comprenderne qualità e difetti, senza capire se avesse o meno raggiunto il proprio obiettivo.

 

L’architetto torni a fare l’architetto, cercando d’innovare, lavorando per l’uomo ancora prima che per i clienti

 

Il risultato del lavoro non è più stato, per troppo tempo e per troppi architetti, la pietra di paragone su cui giudicare le proprie capacità e quelle altrui. In questa maniera, il lavoro dell’architetto ha perso di autorevolezza e l’autore stesso non lo ha più considerato come qualcosa di cui andare fiero, di cui essere orgoglioso, allontanandosi così sempre di più dai propri obiettivi: di riuscire, con il proprio lavoro, a far vivere meglio gli uomini. Abbiamo così perso, per esempio, la capacità di riconoscere la qualità di un’opera e le straordinarie doti che essa possiede e può trasmetterci quando è vera e innovativa.

Abbiamo anche smesso di giudicare il nostro lavoro di architetti per quello che produce e realizza, o anche per quello che attraverso il progetto prefigura. In una parola, abbiamo per troppe volte girato intorno al problema, accontentandoci, magari in buona fede, anche di risultati parziali o minori, che forse momentaneamente ci appagavano e mettevano la nostra coscienza tranquilla, ma, in realtà, non spostavano di un millimetro il nostro avanzamento disciplinare. Tuttavia, possiamo ormai lasciarci alle spalle tutto questo: superato dagli eventi, fa già parte del passato e in pochissimo tempo sarà dimenticato.

Il nostro tempo considera il recente passato esaurito e, soprattutto, non più credibile, dando invece progressivamente più spazio a un sentimento collettivo che, a mano a mano, monta sempre più forte e chiede a gran voce un rinnovamento. Oggi il nostro tempo chiede altro. Per questo, tocca allora agli architetti farsi avanti: a quelli veri che già lo sono, ma anche a quelli che potrebbero o che vorrebbero diventarlo; giovani e meno giovani, è il momento, c’è un grande bisogno di tutti. Sappiamo che ormai è indispensabile immaginare e realizzare nuovi stili di vita per l’uomo contemporaneo, più adeguati al nostro tempo e ai nostri mezzi. La cosiddetta società civile incomincia ad accorgersi di questo e la parte migliore di essa ne parla ormai apertamente; allo stesso modo, è forte la consapevolezza dimostrata da molte città – anche periferiche o minori – e dai loro amministratori, che sia necessaria e finalmente possibile una rinascita, proprio a partire dalle città stesse viste come bene comune.

A fronte di questa rinata consapevolezza sul cosa fare per rinnovare il progetto e il governo delle nostre case, dei nostri quartieri, delle nostre città, dei nostri territori, cioè di tutti i luoghi della nostra vita privata e pubblica, gli architetti sembrano ancora essere latitanti. Essi, per necessità di lavoro, rispondono ancora a programmi vecchi e obsoleti, non riuscendo così a dare voce, e soprattutto forma, alle nuove esigenze, ai nuovi bisogni, alle nuove richieste e anche ai nuovi sogni del tempo che viviamo.

Se fino a poco tempo fa l’architetto poteva, a ragione, lamentare la mancanza di un contesto o l’assenza di una domanda a cui dare risposta con il proprio lavoro, oggi i sintomi di un cambiamento evidente ci sono tutti; certo, bisogna avere voglia, pazienza e tempo per cercarli, perché non sono ancora solidi, ma sicuri e irreversibili. Per questo tocca ora agli architetti prendere i nuovi contenuti e trasfigurarli in forme adeguate a essi – forme che possano essere condivise e convincenti – e farlo prima che altri si approprino degli stessi termini in favore dell’ennesima ideologia o ismo: altrimenti, a quel punto, sarà troppo tardi e non resterà altro da fare che lamentarsi, ancora una volta, dello scippo fatto al nostro mestiere da altre professioni o discipline.

L’architetto torni a fare l’architetto, cercando d’innovare, lavorando per l’uomo ancora prima che per i clienti, cercando nello spirito del proprio tempo cosa mettere alla base del proprio lavoro, come contenuto capace di sostenerlo, spingendo, forzando, magari prendendosi dei rischi, avventurandosi, un po’ senza rete, anche in territori a lui poco conosciuti. È questo il momento di farlo per ritrovare quel ruolo che altre volte ha avuto e ancora potrebbe avere. A noi la scelta.

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