Wael Shawky - Arte - Domus
Wael Shawky
 

Wael Shawky

Doppio appuntamento a Torino con le installazioni ambientali dell’artista egiziano Wael Shawky, che collega prospettive mitologiche con il mondo fisico e materiale.

 

Arte / Gabi Scardi

Le Crociate come non le abbiamo mai viste: tra la storia, con i suoi nomi, le sue date, i suoi fatti, e l’interpretazione: quella delle numerose fonti letterarie che non appartengono alla nostra tradizione, ma a quella degli arabi, che le Crociate le hanno subite. E poi il Medio Oriente come è e com’è stato, con il presente e il passato, la realtà e i miti fittamente intrecciati a formare una trama contraddittoria e surreale. Questi i temi di due progetti di Wael Shawky, in mostra a Torino, rispettivamente al Castello di Rivoli e alla Fondazione Merz.

In entrambi i casi, i progetti hanno preso la forma di una trilogia di video esposta nel contesto di una grande installazione ambientale, appositamente creata per lo spazio.

Le Crociate viste dagli Arabi, già esposta in diverse prestigiose sedi nel mondo, tra le quali Documenta 13 curata da Carolyn Christov-Bakargiev, è un’opera a cui Shawky ha lavorato dal 2010 al 2015, in cui si narra la storia delle campagne militari volute dalla Chiesa in Terra Santa, così come sono state riportate da diverse fonti medievali islamiche, e in particolare dallo storico libanese Amin Maalouf, autore de Le Crociate viste dagli Arabi. I personaggi non sono rappresentati da attori, ma da marionette.

 

Per il primo film, Cabaret Crusades: The Horror Show File, che riguarda le Crociate avvenute dal 1096 al 1099, Shawky, allora residente presso la Fondazione Pistoletto di Biella, si era servito di antichi burattini provenienti dalla collezione Lupi di Torino. Per il secondo, Cabaret Crusades: The Path to Cairo, che riguarda le Crociate svoltesi dal 1099 al 1145, si è servito di marionette in ceramica realizzate appositamente in Francia, ad Auban, un’area nota per la produzione in terracotta legata alla tradizione iconografica cristiana. Non solo: Auban è vicina a Clermont, il luogo dal quale il papa Urbano II tenne il discorso con cui lanciò la prima spedizione armata verso la Terra Santa, dando così inizio al fenomeno delle Crociate.

The Secrets of Karbala, l’ultimo capitolo della trilogia, vede l’uso di marionette in vetro di Murano. Le sembianze dei personaggi intrecciano forme umane e animali. Anche in questo caso la scelta non è casuale, ma dovuta al ruolo centrale giocato da Venezia rispetto al fenomeno delle Crociate. Quest’ultimo capitolo della trilogia prende avvio della Battaglia di Kerbela del 680, il principale e tragico evento che portò alla tuttora esistente divisione tra Islam sciita e sunnita; che termina con la presa di Costantinopoli da parte dei Crociati nel 1204. Emergono in questo film l’ambizione e la rivalità, i tradimenti e le violenze che travolgono gli uomini.

I tre video sono esposti all’interno di altrettante costruzioni. L’artista ha infatti trasformato lo spazio della Manica Lunga, le cui pareti sono state dipinte di blu, in un ambiente scenografico unitario. Il percorso espositivo si snoda in un alternarsi di torri medievali, di minareti e di giardini, abitati dalle marionette che animano i video. I colori dominanti nell’installazione sono il rosa e il celeste, con sprazzi d’oro: un esplicito riferimento a fonti iconografiche occidentali, Giotto in particolare. Ma l’attenzione all’arte occidentale e alla sua interpretazione della storia risulta anche in altre opere, che compaiono a parete; tra queste un altorilievo riproducente l’opera di Delacroix Ingresso Dei Crociati A Costantinopoli, la cui superficie è stata annerita con un intervento di bruciatura: unica aggiunta di Shawky a un’opera già di per sé critica e straordinariamente eloquente, e allusione al ciclico processo di creazione e distruzione delle civiltà umane, ognuna delle quali sembra doversi sviluppare sulle ceneri della precedente.

Wael Shawky

Wael Shawky

Il ricorso dell’artista alle marionette, come anche alla lingua araba originale, letteraria e sofisticata delle fonti scritte a cui attinge, genera un senso di straniamento ed evidenzia come le narrazioni, sia storiche che mitologiche, siano dotate di una propria, potente, autonomia. Il tema che emerge fortemente dall’opera è quello della possibilità stessa di raccontare, e del suo significato. Carolyn Christov-Bakargiev, curatrice della mostra insieme a Marcella Beccaria, scrive: “Nelle opere di Shawky, l’efficace senso di straniamento e la distanza dal trauma sono determinati dalla natura artificiale e meccanica delle marionette: i personaggi sono oggetti, non persone in carne e ossa. Allo stesso tempo, la condizione del burattino è anche più in generale un acuto – seppur indiretto – riferimento ai nostri tempi, in cui le cose sono sempre più controllate a distanza […]. Ma Shawky non accetta la natura “telecomandata” dell’esperienza nell’era digitale […]. La dedizione quasi obsoleta di Shawky all’artigianato e alla memoria (per esempio quando recita alla perfezione una lunghissima sura appresa negli anni dell’infanzia) si scontra con il leitmotiv della velocità nell’era digitale e avvicina la pratica artistica a una forma di meditazione ed esercizio, simile allo studio o alla preghiera”.

 

Contemporaneamente alla mostra di Rivoli, è visibile presso la Fondazione Merz un progetto espositivo di Shawky in quanto vincitore della prima edizione del Mario Merz Prize (gli altri finalisti sono stati Lida Abdul, Glenn Ligon, Naeem Mohaiemen e Anri Sala). La mostra “Al Araba Al Madfuna”, curata da Abdellah Karroum, consiste in un’altra trilogia di video, presentata all’interno di un’installazione immersiva che occupa i due piani della Fondazione: siamo nel deserto, camminiamo nella sabbia; intorno poche costruzioni di terra, le medesime che compaiono nei film. Le immagini, invece, in bianco e nero, riguardano bambini e bambine che, vestiti tradizionalmente, con baffi posticci, gallabiye, turbanti o teste coperte, seduti o in piedi, in gruppo o a due a due, magari accompagnati da una domesticissima vacca, conversano tra loro con tono compito. Ma le voci che udiamo sgorgare dalle bocche sono adulte, e le parole sono recitate in un arabo antico e melodioso. In realtà i testi si riferiscono alle parabole dello scrittore egiziano Mohamed Mustagab. La narrazione si combina poi con la messa in scena di una particolare credenza degli abitanti del villaggio, che usano scavare dei tunnel sotto casa nella speranza di trovare tesori nascosti, secondo i racconti tramandati dai loro antenati. In modo analogo, le situazione tratteggiate da Mohamed Mustagab collegano prospettive mitologiche con il mondo fisico materiale. Il carattere concettuale e spesso metafisico delle scene si traduce, nel terzo episodio della trilogia, in un racconto a colori, ma con il positivo e il negativo invertiti.

L’insieme è intenso, spaesante ma seducente, di grande impatto. Riesce a trasportarci in un mondo lontano, e nello stesso tempo parla di oggi: delle discrepanze, delle tensioni, della necessità di coniugare visioni diverse, e della sfida che questo rappresenta. 

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fino al 5 febbraio 2017
Wael Shawky
Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Torino
a cura di Carolyn Christov-Bakargiev e Marcella Beccaria

fino al 5 febbraio 2017
Wael Shawky. Al Araba Al Madfuna

Fondazione Merz, Torino
a cura di Abdellah Karroum