Mobilità contesa, città del futuro e luce pubblica - Architettura - Domus
Mobilità contesa, città del futuro e luce pubblica
 

Mobilità contesa, città del futuro e luce pubblica

Un resoconto degli eventi principali al recente Festival of Ideas for the New City—DrawThinkTank: Emerging Territories of Movement, Audi Urban Futures Initiative e Flash:Light.

 

Architettura / Gideon Fink Shapiro

"Mi muovo, dunque sono." È l'assioma dei nostri tempi, secondo Eva Franch, direttrice di Storefront for Art and Architecture. È stato anche il tema di un convegno breve intitolato Draw Think Tank: Emerging Territories of Movement 15x360 Manifestoes, ospitato dallo Storefront in collaborazione con Audi Urban Future Initiative, che si è svolto nella struttura gonfiabile dello SpaceBuster del gruppo raumlabor il 7 maggio, nel quadro del Festival of Ideas for New York City. In che modo la mobilità dà forma alla città contemporanea e come possono i progettisti riformulare a loro volta il nostro modo di muoverci individualmente e collettivamente? Queste le sfide analizzate in tre sessioni successive di cinque autorevoli interventi ciascuna. Come l'eterogenea fiera di strada del festival, che aveva luogo nelle vie del Lower East Side, la manifestazione, della durata di tre ore, è stata caratterizzata da un dinamico tono informale fatto di accostamenti interessanti, di eccentricità e di impostazioni scontate. La bolla ellittica, simile a un dirigibile, è diventata un punto di scambio di documenti programmatici in cui parole e immagini erano la sola moneta corrente.

La mobilità è stata discussa in termini di veicoli a guida personale, dati, ecologia, superfici dinamiche, flussi di servizi, miniaturizzazione tecnologica e mimetismo (tra l'altro). Secondo sociologi come Saskia Sassen il patrimonio principale di una città sta nella sua perpetua "incompiutezza" e nella sua capacità di continuare a evolversi all'infinito. Perciò ha apprezzato l'urbanistica open source e la tecnologia su base popolare. Molly Wright Steenson ha citato il celebre assioma del poeta americano Edward Estlin Cummings, secondo il quale "il progresso è una comoda malattia" e ha stigmatizzato le tecnologie del movimento per la loro complicità con il circuito del capitale. L'artista e architetto Mark Shepard ha analogamente invocato maggior spazio per la prassi critica, affermando che "la città intelligente non è poi così intelligente". Dal canto suo David Benjamin del gruppo The Living ha sostenuto che l'epidermide di un edificio intelligente e altre superfici percettive (per esempio corsi d'acqua, vie e oggetti da tavola) dovrebbero "fornire un'interfaccia al nostro pensiero collettivo, pubblico", raccogliendo e poi mostrando dati sull'ambiente urbano. Il direttore di Domus Joseph Grima ha dipinto la città come il corpo vivo dello scambio di informazioni, osservando che la maggior parte di noi rimane "non cosciente di come la città risponda a ciò che siamo", dai sistemi di sorveglianza alle comunicazioni mobili alle transazioni dei bancomat. "Intorno a noi già esistono sterminati insiemi di dati", ha affermato Grima. La sua proposta programmatica è stata "una strategia low-tech di sovversione nei confronti della manipolazione tecnologica del paesaggio".

Il direttore di Domus Joseph Grima (con il microfono in mano) presenta il suo manifesto all'evento <i> Draw Think Tank: Emerging Territories of Movement 15x360 Manifestoes</i> all'interno del Spacebuster al Festival of Ideas for the New City. Photo Gideon Fink Shapiro. Immagine di apertura: <i>Flash:Light</i> al New Museum. Photo Maria Gotay.

Il direttore di Domus Joseph Grima (con il microfono in mano) presenta il suo manifesto all'evento Draw Think Tank: Emerging Territories of Movement 15x360 Manifestoes all'interno del Spacebuster al Festival of Ideas for the New City. Photo Gideon Fink Shapiro. Immagine di apertura: Flash:Light al New Museum. Photo Maria Gotay.


Com'era prevedibile, le automobili sono state oggetto di gran parte del dibattito, dalle aspre critiche al riformismo appassionato, alla riflessione fantasiosa. Anche se la manifestazione era sponsorizzata dalla Audi numerosi interventi hanno identificato il futuro della mobilità con la fine della guida come la concepiamo oggi. Axel Timm e Matthias Rick di raumlabor hanno identificato le automobili pesanti con l'obesità e il pericolo, In alternativa hanno prospettato veicoli leggeri e adattabili che moltiplicano la locomozione umana invece di sostituirla, per esempio ibridi tra automobile e bicicletta. Possono essere progettati in dimensioni e tipi variabili, essere di proprietà collettiva e utilizzati a richiesta secondo le esigenze del momento. I due rappresentanti della Audi presso la manifestazione, Christian Schüller e Mirko Köhnke, hanno parlato di integrazione dei dati, di gestione ottimale del traffico e di guida automatica come potenziali miglioramenti della sicurezza e dell'efficienza delle automobili.

Jürgen Mayer ed Eva Franch (seduta alla sua destra) fotografati da Gideon Fink Shapiro all'interno dello Spacebuster.

Jürgen Mayer ed Eva Franch (seduta alla sua destra) fotografati da Gideon Fink Shapiro all'interno dello Spacebuster.

Ma questi sistemi intelligenti di controllo non confinano necessariamente il viaggiatore umano in un ruolo totalmente passivo? Jürgen Mayer pensa di no. Nella sua idea di "Poke-City" il viaggiatore se ne sta immerso in un cruscotto informativo che permette esperienze sensoriali e interazione in rete con gli altri e con l'ambiente costruito. Il parabrezza inizia a funzionare come un touchscreen oltre che come un finestrino. Grazie all'obsolescenza dei segnali stradali Mayer prevede di "riconsegnare la strada alle persone e all'architettura". L'architetto e designer Mitchell Joachim di Terreform One ha illustrato la sua idea di soft car a guida computerizzata, che unisce al comfort dei materiali comportamenti sociali. E la soluzione evidentemente pragmatica del car sharing è stata sostenuta dai designer (e curatore della serie Domus Mixtape) Daniel Perlin e Annegret Maier. Perlin ha messo in rapporto l'automobile con le "nuvole", non solo i termini di gas atmosferici ma anche in quelli di nuvole di dati virtuali grazie alle quali il car sharing diventerebbe evidentemente un'attività partecipata e autogestita in quanto rete sociale. Dare un passaggio è virtuoso come piantare un bosco?

Il direttore di Domus Joseph Grima (con il curatore della serie Domus Mixtape Daniel Perlin, alla sua destra) difende una strategia “low-tech di sovversione verso la manipolazione tecnologica del paesaggio”. Photo Gideon Fink Shapiro.

Il direttore di Domus Joseph Grima (con il curatore della serie Domus Mixtape Daniel Perlin, alla sua destra) difende una strategia “low-tech di sovversione verso la manipolazione tecnologica del paesaggio”. Photo Gideon Fink Shapiro.


Urtzi Grau e Cristina Goberna Pesudo del gruppo Fake Industries hanno dato voce a una "sfida all'ottimismo tecnologico della mobilità contemporanea" e si propongono quindi di progettare "luoghi di dibattito piuttosto che scenari futuri". Riprendendo il lavoro teorico di Virilio e di Parent degli anni Sessanta sulla "funzione obliqua", dichiarano, gli esponenti di Fake Industries hanno delineato un'architettura della "frizione" come antidoto alla condizione predominante di mobilità continua. L'introduzione di "ostacoli inaggirabili" potrebbe forse, come sostengono, recuperare al nostro movimento il senso dell'azione e della volizione, oppure, in senso psicogeografico, spingere al viaggio senza meta improvvisato e all'avventura? Barke Ingels ha esortato gli architetti a progettare in termini di ecosistemi cultural-materiali completi invece che di facciate bidimensionali e oggetti tridimensionali. La sostenibilità dovrebbe essere piacevole, ha affermato, e "l'architettura deve parlare al cuore, alla mente, ai genitali: a quello che spinge le persone ad agire". Per tutta la manifestazione l'enunciazione dei programmi è stata accompagnata dalla proiezione di immagini disegnate dal vivo, create da studenti di architettura grazie a una piattaforma iPad di Storefront progettata appositamente per la manifestazione in collaborazione con l'artista Joshue Ott.

Esterno dello Spacebuster al Festival of Ideas for the New City. Photo Gideon Fink Shapiro.

Esterno dello Spacebuster al Festival of Ideas for the New City. Photo Gideon Fink Shapiro.


L'altra manifestazione della giornata dedicata alla mobilità ha aggiunto un tocco newyorchese alla mostra itinerante dei Audi Urban Future Initiative che ha toccato Londra e Venezia prima di approdare lo scorso fine settimana alla Openhouse Gallery di Mulberry Street. Nel contenitore bianco della galleria si stende l'abbagliante biancore di un modello di Manhattan lungo 15 metri, che a causa della mancanza di spazio si ripiega sul soffitto (condizione davvero tipica di Manhattan). Progettata e realizzata da Style Park e da Architizer, la parte originale della mostra proponeva interventi sulla griglia viaria di Manhattan di cinque giovani studi newyorchesi: Abruzzo Bodziak Architects, Peter Macapia, Leong Leong, Matter Practice e Marc Fornes. L'altra sezione della mostra espone proposte urbanistiche di J. Mayer H., Alison Brooks Architects , BIG, Cloud 9 e Standard Architecture.

The Audi Urban Future Initiative, un modello luminoso di Manhattan lungo 15 metri. Photo Gideon Fink Shapiro.

The Audi Urban Future Initiative, un modello luminoso di Manhattan lungo 15 metri. Photo Gideon Fink Shapiro.


La più tipicamente e originalmente "newyorkese" delle nuove proposte è forse il progetto dello studio Abruzzo Bodziak per l'East Side / Turtle Bay, che trae la materia prime di un'originale concezione architettonica d'insieme dalla normativa urbanistica di Manhattan. "La massimizzazione del potenziale edilizio di Manhattan […] non coincide necessariamente con un paesaggio di desolazione", dichiarano. "Consideriamo la città esistente come un'armatura alla quale devono aggiungersi e integrarsi in ordine sparso nuovi sistemi." La proposta utilizza degli algoritmi per analizzare la differenza tra gli involucri edilizi esistenti e il loro massimo potenziale secondo la normativa, alla maniera di Hugh Ferriss. Poi dimostra come questi avanzi dimenticati (spesso non utilizzati a causa della loro geometria irregolare) possano essere recuperati tramite serre, giardini di alghe, impianti fotovoltaici, sistemi di raccolta delle acque e altri spazi interstiziali. "Le regole urbanistiche, dettate in vista della specificità nei confronti di ciascun edificio e della costante trasformazione dello skyline, non sono soltanto restrittive, ma anche produttive, perché incoraggiano l'aggiunta di sistemi biologici e tecnici che funzionano a sostegno della città."

Still della proiezione Let Us Make Cake, progetto collaborativo proiettato sulla facciata del New Museum durante il Festival of Ideas for the New City, il 7 maggio scorso. Photo Maria Gotay.

Still della proiezione Let Us Make Cake, progetto collaborativo proiettato sulla facciata del New Museum durante il Festival of Ideas for the New City, il 7 maggio scorso. Photo Maria Gotay.


Andando incontro alla sua conclusione, il Festival ha continuato per l'intera notte a esplorare le possibilità offerte dalla luce come strumento per attivare progetti d'arte pubblica e di architettura. Il gioco di luci e ombre ha sempre animato le facciate architettoniche, ma fino a poco tempo fa questo succedeva solo di giorno. Dopo il tramonto, l'architettura dovrebbero o andare in bianco, o riflettere la luce torbida di lampioni, insegne al neon, o illuminarsi come una lanterna dall'interno verso l'esterno. Gli artisti e gli architetti contemporanei stanno studiando come usare la luce non semplicemente per trasformare gli edifici in superfici di immagini, ma anche per rivelare i ritmi e le storie latenti all'interno della stessa architettura. Nel processo si potrebbe riscoprire e ridefinire l'ornamento architettonico. Flash:Light era una mostra di luci, suoni, performance e proiezioni artistiche che si è accesa all'improvviso al tramonto per le strade di Nolita nel corso della serata finale del Festival of Ideas di new York; e prontamente si è spenta entro la mezzanotte. Curato da Nuit Blanche di New York, il progetto era composto di tre parti simultanee: One, un progetto collaborativo proiettato sulla facciata New Museum, che ha sfidato gli artisti partecipanti ad affrontare la monumentalità dell'edificio progettato da SANAA, la sua silhouette a zig-zag, il rivestimento minimalista, e il suo ruolo come museo d'arte. La seconda parte comprendeva proiezioni all'esterno e all'interno della St. Patrick's Old Cathedral, seguito da un concerto di organo verso mezzanotte. Infine, la terza parte era costituita da 15 installazioni lungo uno degli isolati di Mulberry Street. Questi ultimi, realizzati direttamente su scala pedonale, creavano un corridoio luminoso d'arte che giocava sul concetto del festival di strada. Per il progetto collaborativo Let Us Make Cake, 25 artisti e gruppi di artisti sono stati invitati a interagire con modelli in scala dell'edificio del New Museum, approcciandolo come una tela, scultura, e/o ambiente. Il filmato risultante è stato proiettato sulla facciata in maglia di alluminio, alta 53 metri, mentre il traffico del sabato sera continuava a scorrere sotto, lungo la Bowery. Marilyn Minter ha presentato lo spettacolo di melma d'argento, lungo la parte anteriore dell'edificio. La gigantesca figura di Daniel Arsham si poteva vedere inscatolata nel museo, un'illusione creata con filmati dell'artista invertiti, che sembravano scoppiare all'interno di un modello in scala cavo. SOFTlab ha creato un pattern a strisce fluorescenti colorate, usando del nastro adesivo avvolto a mano. Come altri cortometraggi di questa serie, ha mescolato le qualità tattili della pittura con l'immaterialità della luce. Il programma completo e i crediti si possono trovare a questo indirizzo essere: http://www.flashlightnyc.org/ Queste proiezioni site-specific cominciano a suggerire una possibile "sintesi delle arti" del XXI secolo. La ricerca su tale sintesi è stata parzialmente abbandonata dal 1950, quando figure come André Bloc, Fernand Léger e Le Corbusier avevano tentato con scarso successo di reintegrare le "arti plastiche." Naturalmente, la combinazione di architettura, scultura e pittura è stata a lungo data per scontata nella progettazione di scenografie teatrali. "Chi può resistere a questa triplice magia, che risolve quasi tutti gli affetti e le sensazioni a noi note?", ha scritto l'architetto del XVIII secolo e teorico francese Nicolas Le Camus de Mézières, uno dei primi portavoce degli "effetti" in architettura. Trasformando momentaneamente paesaggi urbani in scenografie a cielo aperto, Flash:Light ha offerto una sintetico esperienza visiva. Anche se la facciata del New Museum non richiede alcun abbellimento, le proiezioni hanno reso omaggio all'edificio, coinvolgendo i cittadini. E gli artisti avuto la rara opportunità di rendere spettacolare l'arte pubblica su una grande scala fisica, nel contesto di un festival che è stato esso stesso una celebrazione di una sintesi creativa per "la città nuova".

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Still della proiezione <i>Let Us Make Cake</i>, progetto collaborativo proiettato sulla facciata del New Museum durante il Festival of Ideas for the New City, il 7 maggio scorso. Photo Maria Gotay.

Still della proiezione Let Us Make Cake, progetto collaborativo proiettato sulla facciata del New Museum durante il Festival of Ideas for the New City, il 7 maggio scorso. Photo Maria Gotay.


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