Reticolato urbano

Una visita al Metropol Parasol di Jürgen Mayer H., uno tra i più coraggiosi e controversi interventi urbani recentemente completati in Europa.

 

Architettura / Ethel Baraona Pohl

Questo articolo è stato pubblicato su Domus 947, maggio 2011

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Nel suo libro Investigations in Collective Form, del 1964, Fumihiko Maki ha definito il concetto di base di megastruttura descrivendola come "una grande struttura in cui si svolgono tutte le funzioni di una città o di parte di essa. In un certo senso, è una sorta di elemento artificiale del paesaggio".

Con i suoi quasi trenta metri di altezza e i sei supporti su cui poggia una struttura di reticolato piuttosto audace, il Metropol Parasol di Jürgen Mayer H. potrebbe, dunque, essere considerato una megastruttura. Pur non ospitandole tutte, questo paesaggio urbano, nuovo e artificiale, accoglie diverse funzioni cittadine: commercio, ozio e spazio pubblico. È un progetto pensato per riqualificare Plaza de la Encarnación, il nodo in cui nell'antichità si incrociavano il cardo e il decumano della città romana [1] e che nella seconda metà del secolo scorso, in seguito alla demolizione del mercato nel 1973, aveva perso ogni valore urbanistico. Tra l'altro, nel Diciottesimo secolo, questo era stato il luogo deputato alla collocazione della prima fontana della città cui approvvigionarsi d'acqua. Fino a duecento anni fa, dunque, la piazza era un crocevia fondamentale.

Com'è stato possibile allora che un posto di tale valore, nel pieno centro della città, restasse inutilizzato e chiuso al pubblico per oltre quarant'anni? È interessante pensare che questa megastruttura di proporzioni gigantesche, ancorata nel pieno centro di Siviglia, sembra essere arrivata tardi. La crisi economica e i problemi politici patiti ultimamente dalla Spagna hanno scatenato polemiche roventi sull'opportunità del progetto: lo stesso che nel 2004, oltre al bando, aveva vinto diversi premi attira adesso dure critiche da parte di architetti e cittadini. Possiamo supporre che un intervento come quello di Mayer, di tal fatta e dimensioni, sia una risposta radicale che genera una metamorfosi dello spazio urbano. Parimenti, alcuni la ritengono una replica inadeguata al richiamo geografico e storico di Plaza de la Encarnación.

Il nuovo intervento riafferma il valore urbanistico di Plaza de la Encarnación: una piazza storica che è stata usata per molti anni come parcheggio.

D'altra parte, potremmo affermare che le dimensioni e la forma del manufatto sono di per sé una denuncia da parte di un progetto che mette in evidenza la necessità di recuperare il significato urbano di parole come 'piazza' e 'mercato'. La necessità di rumore, di gente, di scambio: di tutte quelle attività quotidiane perse che, oggi, tornano ad animare questa grande struttura. Questo spazio che disegna nuove cartografie in una città fondata nell'viii secolo a.C. (anche se inaugurato ufficialmente lo scorso 27 marzo, il progetto deve ancora essere portato a termine) ha già suscitato diverse reazioni contrastanti. Las Setas, 'i funghi', come già si sono abituati a chiamarlo i sivigliani, è al contempo struttura, facciata e tetto. Nella sua contemporaneità, ha dato come risultato un design barocco in una città barocca. Nell'area circostante la piazza, la trama visiva urbanistica è cambiata radicalmente. Gli ombrelloni di Mayer hanno creato un paesaggio artificiale che recupera il valore simbolico dell'architettura, proprio in un luogo in cui la sfera simbolica è parte integrante della storia sociale e culturale. Perché, allora, suscita tante critiche? Le opinioni sul progetto non potrebbero essere più discordanti: gli appassionati di architettura parametrica lodano il design strutturale e il coraggio della concezione, ma ci sono anche progettisti che la considerano una celebrazione narcisistica di forma, del tutto fuori scala e avulsa dal suo contesto. Approvazione o rifiuto, amore o odio, mai indifferenza.

La struttura è realizzata in laminato di legno e acciaio giuntati con un collante termoresistente. Il Parasol è il più grande edificio del mondo ad essere tenuto insieme con la ‘colla’ e, sicuramente, uno dei più articolati in legno.

È difficile valutare quanto diventiamo conservatori quando le utopie smettono di essere utopie per diventare concrete, ed è difficile precisare il perché. Quando cinquant'anni fa Archigram, Superstudio e Archizoom (oltre a molti altri) progettavano megastrutture e città mobili come quelle sognate da Peter Cook o Yona Friedman, non esistevano i mezzi tecnici per realizzarle, e tutti quei sogni rimasero conservati in disegni, riviste o in qualche libro. Sono restate scolpite nella nostra memoria come Paper Architecture. Ma ci siamo chiesti: cosa sarebbe successo se alcuni di quei progetti fossero stati costruiti? Come sarebbe diventata New York se il Monumento continuo di Superstudio l'avesse attraversata da un estremo all'altro? O se Constant avesse riempito il pianeta con i moduli della sua New Babylon? Ci sembrerebbero ancora così romantici? Il fascino generato dalle utopie e dall'architettura radicale degli anni Sessanta e Settanta è dovuto proprio al loro essere utopie. Progetti sognati, non realizzati, che cercavano di dare risposte alle problematiche urbane, sociali e politiche in un momento conflittuale della nostra storia. Quando un'utopia diventa concreta, però, si dissolve la poetica dell'impossibile e il nuovo edificio rientra nella categoria del probabile, del concretizzabile. Un altro fra tanti.

 
Le dimensioni e la forma del manufatto evidenziano la necessità di recuperare il significato urbano di parole come ‘piazza’ e ‘mercato’
 

Mayer ha definito il Metropol Parasol una “cattedrale senza pareti” che si trasforma in una passeggiata architettonica sopra i tetti della città andalusa.

In una certa forma, questo progetto di Jürgen Mayer H. ci fa venire in mente L'architettura mobile di Friedman, per la forma e la struttura, per il fatto che sia agibile nella parte superiore, la quale funzionerà come una serie di piattaforme panoramiche visitabili, anche perché lascia libera e aperta la piazza sopraelevata situata sotto gli ombrelloni. Al livello inferiore, sotto la piazza, è stato collocato il nuovo mercato, dove si mescolano la tradizione del mercato sivigliano e i centri commerciali (commercio tradizionale e commercio globalizzato). Con questi precedenti è importante fermarsi un attimo e riflettere sulla nostra percezione attuale dell'architettura e della città. Crediamo ancora alle utopie? Basandosi sulla frase di Jules Michelet, 'Ogni epoca sogna la successiva', Walter Benjamin annotò anche che 'sognando, precipita il suo risveglio' [2]. Ogni nuova avventura di sogni, politica e storia, includendo l'architettura, ci precipita verso quel risveglio a cui Benjamin fa riferimento. Ed è probabile che sia la parola risveglio a spaventarci, a renderci conservatori. Il crollo economico degli ultimi anni faceva sembrare impossibile che l'opera sarebbe mai stata portata a compimento e i cambi nei presupposti rafforzano questi dubbi [3].

Secondo Mayer, le forme curvilinee, che caratterizzano il Metropol Parasol, prendono spunto dalla Cattedrale di Siviglia consacrata a Santa María de la Sede.

Forse, l'arrivo dell'improbabile è tanto sorprendente da non lasciarci il tempo di riflettere. Ci suscita il rifiuto che proviamo di fronte a quel che non siamo in grado di spiegare. Nel suo Formulario per un nuovo urbanismo [4], Gilles Ivain scrive che ci evolviamo in un paesaggio chiuso i cui punti di riferimento ci riportano incessantemente al passato. Ma aggiunge anche che 'l'architettura è la forma più semplice di articolare il tempo e lo spazio, di modulare la realtà, di far sognare'. Dopo aver visitato Siviglia e, in parte, sperimentato spazialmente Plaza de la Encarnación, la riflessione immediata che propongo è provare a percepire oggettivamente il presente in chiave di futuro, non restandocene solo con la costante revisione del passato. I punti di riferimento menzionati da Ivain esistono già e saranno sempre lì, ma altrettanto ci sarà la capacità di sognare il futuro. Possiamo aspettare altri cinquant'anni per guardarci alle spalle e valutare oggettivamente il modo in cui quel che era iniziato come Paper Architecture, adesso, è stato costruito e adattato all'area circostante. Magari, passati questi cinquant'anni, staremo ancora sognando cose inimmaginabili e, allora, il Metropol Parasol sarà solo un punto di riferimento di più. Finché noi architetti nutriremo questa capacità mentale di allargare i limiti del possibile... ci sarà qualche folle paper architect o iPad-architect a sfidare le nostre ossessioni tecnologiche. E la domanda non sarà "Crediamo ancora alle utopie?" ma "Le utopie possono invecchiare?". Speriamo che la risposta sia NO. Ethel Baraona Pohl, architetto e curatrice

Dettaglio del fusto di uno degli elementi a ombrello.

Note:
1. Vedi la divisione in poligoni principali di Siviglia e dintorni, 1914.
2. Jules Michelet ha scritto Chaque époque rêve la suivante, in Avenir! Avenir!, in Europe, 19, n. 73 (15 gennaio 1929). Walter Benjamin lo cita e lo parafrasa ne L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 1966
3. Reyes Rincón, Los problemas crecen bajo 'las setas', in El País, 25 luglio 2010
4. Walter Benjamin, Das Passagen-Werk, Akal 2004, (trad. it. Walter Benjamin, Opere, a cura di Rolf Tiedemann, Einaudi, Torino 2000—2007)

Per non intaccare un sito archeologico romano, il sistema reticolare del nuovo complesso, realizzato in cemento armato, laminato di legno e acciaio, tocca terra solo in sei punti.

Il basamento, sul quale appoggia la struttura a forma di ‘fungo’, ospita un mercato, un museo archeologico, bar e ristoranti. Il progetto si propone come obiettivo la creazione di zone d’ombra, fondamentali nell’uso degli spazi pubblici in una città assolata come Siviglia.

Patterns of Speculation

Il Museo d'Arte Moderna di San Francisco esplora l'approccio architettonico non convenzionale di Jürgen Mayer H.

 

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