Per una teoria del progetto - Editoriale - Domus
Étienne-Louis Boullée, Restauration de la Bibliothèque nationale, 1785–1788 © National Library of France
 

Per una teoria del progetto

Nell’editoriale del numero 1009 si pone la questione di come si debba formulare una teoria dell’architettura che sia condivisa e funzionale alle sfide della contemporaneità.

 

Editoriale / Nicola Di Battista

Negli ultimi editoriali abbiamo approfondito soprattutto le nostre riflessioni sulle condizioni del mondo attuale, convinti di vivere in uno di quei momenti in cui si passa da un’epoca a un’altra e in cui, per questo, diventa più difficile orientarsi, perché nulla sembra valere come prima e tutto viene rimesso in discussione: uno di quei momenti in cui il dubbio prevale sulle certezze e comincia a minare la maggior parte di quanto facciamo; anzi, in cui il nostro fare appare sempre di più impossibilitato a rispondere appieno ai bisogni degli uomini del nostro tempo, al punto da farci dubitare persino del nostro operato e da spingerci fortemente verso un cambiamento.

Oggi una grande quantità di problemi, per la maggior parte inediti, è entrata a far parte della nostra quotidianità senza che potessimo trovare risposte in quanto già sappiamo, in quanto il passato c’insegna. Abbiamo compreso a nostre spese che tutto quanto sappiamo dal nostro passato e dalle conoscenze acquisite non è più sufficiente per rispondere alle questioni che il nostro tempo pone, alle urgenze che attendono soluzioni. Per questo ci siamo soffermati ad analizzare il nostro presente e lo abbiamo fatto non per prevedere il nostro futuro – un esercizio a cui non siamo per niente interessati – ma nella convinzione che servisse a prepararci, a predisporci per vivere al meglio questo futuro che arriverà, a viverlo pienamente senza indietreggiare, come spesso amava ricordare il grande pensatore francese Paul Valéry.

Se qualche anno fa, però, le condizioni erano tali da non permettere effettivi cambiamenti e quindi non si aveva nessuna possibilità di mettere a punto e fissare nuovi modelli, nuove teorie capaci di superare quelle del passato non più buone per noi, oggi le cose sono completamente mutate. Se, inoltre, il nostro recente passato ci ha costretto a una lunga attesa, non certo inoperosa, ma pur sempre non in grado d’incidere sul reale più di tanto, oggi finalmente ci sono le condizioni per operare un effettivo cambiamento, per poter aspirare a un ‘fare’ più adeguato ai tempi che viviamo.

 

Sono sempre di più le manifestazioni pubbliche che hanno come oggetto argomenti inerenti l’abitare

 

In questo tempo passato, l’attesa a cui siamo stati costretti ci ha però di fatto allontanati dal problema del “come fare” il nostro mestiere, mentre sappiamo bene che per chiunque voglia praticarne uno – professione o arte che sia – è essenziale sapere come farlo: infatti, a questo disvelamento di solito applica la maggior parte del suo tempo, attraverso lo studio, la scuola, l’apprendistato e, infine, la pratica. Per noi, al contrario, non è stato così: il “come fare” è diventato sempre meno importante, superato dall’urgente bisogno di definire il “che fare”, la cui ricerca ha assorbito gran parte delle nostre attenzioni. Possiamo dire, da questo punto di vista, di avere ormai una conoscenza abbastanza profonda del cosa fare oggi, di cosa vale la pena fare e a cosa occorre applicarci.

Per questo pensiamo sia importante adesso tornare a ragionare sul come fare il nostro mestiere, perché siamo ormai fermamente consapevoli di quali siano le questioni e i problemi che affliggono la nostra contemporaneità in merito all’abitare e anche perché su questo tema abbiamo messo a punto strategie e comportamenti adeguati a risolverli, al punto da poter essere abbastanza soddisfatti e fiduciosi di quanto abbiamo fatto. Vediamo invece che le cose si complicano un po’ quando dalle parole vogliamo passare all’azione. Constatiamo infatti che molti hanno avuto la presunzione che il cambiamento si potesse realizzare usando vecchie maniere di fare, nella convinzione che fosse semplice prendere i nuovi contenuti e trasfigurarli, per esempio, in forme architettoniche, utilizzando teorie superate, modelli inattuali o, ancora peggio, agendo in totale assenza di teorie.

Per tutte queste ragioni è allora importante oggi soffermarsi a ragionare su questo delicato passaggio tra il cosa fare e il come farlo. Da questo punto di vista, possiamo facilmente notare che da qualche tempo il buon abitare ha cominciato di nuovo a essere una questione all’ordine del giorno, una questione a cui l’uomo contemporaneo presta sempre più attenzione; una questione a cui è interessato perché lo tocca personalmente e che proprio per questa ragione interessa tutti, nessuno escluso; al punto che, a mano a mano che i singoli l’avvertivano in maniera sempre più pressante, ha cominciato anche a formarsi una nuova coscienza collettiva capace di raccogliere queste istanze private e farle diventare pubbliche. Chiaramente il processo è lento, ma ormai inarrestabile.

Infatti, nelle comunità, nei centri urbani, sono sempre di più le manifestazioni pubbliche che hanno come oggetto argomenti inerenti l’abitare, oggi realizzate nella maniera più varia possibile: dai tanti festival – della filosofia, della mente, delle idee – che hanno come orizzonte la trasmissione del pensiero, ad altri eventi più focalizzati, invece, sul miglioramento degli standard di vita attuali, resi possibili dalle innovazioni tecnologiche, sul risparmio energetico, sulla sostenibilità, sulla ecologia, fino ai tanti workshop, seminari, laboratori – sia dentro sia fuori dalle università – che cercano di dare il loro contributo scientifico e culturale su queste questioni. Si tratta quindi di una grandissima quantità d’iniziative, sicuramente non settarie, non dogmatiche e soprattutto non provenienti da un unico contesto; di certo, non organizzate tra loro e non provenienti dalle esigenze espresse da una sola disciplina. Al contrario, sembrano essere iniziative le più eterogenee possibili, in cui si contaminano discipline molto lontane tra loro: in una parola, iniziative dettate più da una domanda reale espressa dal basso che da un unico sapere.

Noi vediamo in tutto questo una ricchezza, non un problema come molti vorrebbero far credere: qualcosa che, seppure di carattere fortemente disomogeneo, è di certo vero e partecipato, frutto della forte volontà di rispondere a un profondo malessere verso quanto è stato fatto – e fatto male – negli ultimi decenni sul tema della casa, degli edifici collettivi, dello spazio pubblico e, più in generale, del paesaggio. Contro le discipline del progetto, che di fronte a questa pressante richiesta non sono riuscite a dare risposte convincenti, si sono moltiplicate le iniziative da parte di svariate associazioni e istituzioni che hanno cercato di reagire, di capire, di formare un punto di vista su quanto succedeva intorno a loro: lo hanno fatto come hanno potuto, con tutto ciò che a loro poteva sembrare buono alla causa.

Ne è venuto fuori un insieme composito, variopinto e per qualche verso fantasmagorico, che non vogliamo certo sostenere abbia prodotto nuovi valori; di sicuro possiamo affermare che tutto questo materiale, che qualcuno ha cominciato a raccogliere e a selezionare, ha creato una nuova consapevolezza. Si tratta di pensieri, idee, ragionamenti, riflessioni buoni per comprendere il problema che abbiamo di fronte, ma ormai sufficientemente maturi e avanzati per diventare materiale idoneo anche per chi voglia e debba poi applicarsi a compierne una trasfigurazione, per esempio architettonica. In questo caso diventerebbe addirittura materiale prezioso, perché capace di essere la miglior sintesi possibile del tempo attuale e di chi questo tempo vive. Con i suoi sogni, le sue aspettative e anche le sue paure e i suoi problemi, questo materiale rappresenterebbe un’inestimabile fonte, in grado di alimentare e determinare quel contenuto e quella domanda indispensabili all’architetto per potersi applicare al proprio mestiere.

Sappiamo in realtà che tutto questo è importante per tutti i mestieri o per tutte le arti, ma per l’architettura lo è alla massima potenza, visto il suo carattere squisitamente collettivo. L’architettura non può darsi se non come fatto collettivo: questa sua necessità è anche la sua ragion d’essere. Questo concetto è anche magistralmente espresso da Ludwig Mies van der Rohe quando sostiene che l’architetto deve essere prima di tutto contemporaneo del proprio tempo: vale a dire, deve capire cosa questo tempo e le persone che lo vivono sono capaci di esprimere, quali sono i loro bisogni e i loro desideri. Da questo punto di vista si comprende come la situazione descritta sopra sia per noi incredibilmente ricca d’indicazioni.

Non stiamo infatti parlando del frutto di una ricerca scientifica di questa o quella disciplina, ma piuttosto di qualcosa che viene prima, dai caratteri fortemente collettivi perché promosso e realizzato dal basso, da un insieme di persone, da una comunità: un qualcosa che proprio per questo dovrebbe determinare, indirizzare e sostenere persino la ricerca stessa. Tutte queste miriadi di attività nate spontaneamente, e in seguito solo in parte organizzate, hanno espresso prima di tutto una grande voglia di partecipare, di capire; sono iniziative nate con il solo scopo di formare un punto di vista chiaro su quanto ci succede intorno, in un mondo ormai senza modelli, in cui ognuno agisce per proprio conto: sono una reazione, possiamo dire spontanea, ma fortemente partecipata, collettiva e vincente. In questa maniera si è creata una consapevolezza diffusa e generalizzata di quanto ci sia oggi da fare per vivere meglio.

 

L’architettura non può darsi se non come fatto collettivo: questa sua necessità è anche la sua ragion d’essere

 

Il come farlo, invece, resta ancora quasi tutto da immaginare e da realizzare. C’è oltretutto un altro dato su cui portare la nostra attenzione, quello relativo all’enorme distanza che sembra oggi separare il mondo reale da quello delle rappresentanze politico-istituzionali, ma anche purtroppo da quello del sapere e della ricerca. La cultura non si può e non si deve normare per legge: essa può darsi solo liberamente e se ce ne sono le condizioni, mentre dobbiamo purtroppo constatare che ha smesso da tempo di dare risposte convincenti per la vita degli uomini, impegnata com’è, sempre di più, a districarsi nel sistema burocratico, amministrativo ed economico che assorbe ormai la maggior parte delle sue attenzioni e delle sue energie, distraendola così fatalmente dalle vere questioni, che in questa maniera rimangono non solo irrisolte, ma anche poco affrontate. Bisogna aprire gli occhi per vedere quanto accade nel mondo reale, dove molteplici nuove pratiche partecipative si sono affermate non per imposizione ma per necessità, per volontà, per interesse fino a formare un insieme di manifestazioni che riempiono ormai sempre di più i nostri territori. La società civile pratica e frequenta ormai da molto tempo queste nuove manifestazioni, che le servono principalmente per fissare il proprio punto di vista sul che cosa fare oggi per vivere meglio. Per questo noi architetti dovremmo prendere quei contenuti e trasfigurarli in forme capaci di farci abitare meglio; e, ancora per questo, è importante applicarsi adesso di nuovo alla ricerca del come fare tutto ciò. È da qui che bisogna ripartire.

Come abbiamo già detto, il fare architettonico è un tipo particolare di fare, che si differenzia da altri per alcuni caratteri che gli sono propri, così come è espresso in maniera mirabile da José Ortega y Gasset quando, parlando di architettura, scrive che essa “[…] non esprime come le altre arti sentimenti e preferenze personali, ma precisamente stati d’animo e intenzioni collettive. Gli edifici sono un’immensa espressione sociale. L’intero popolo si dice in essi” [1]. Proprio per questa ragione l’architettura non può mai darsi come frutto di una qualche momentanea creatività, o essere il risultato di un lavoro esclusivamente personale: essa è tutto il contrario. Se vogliamo perciò occuparci di nuovo del come fare il mestiere dell’architetto, non possiamo che farlo a partire da queste considerazioni che c’impongono una determinata e unica via di lavoro, fondata e realizzata su una teoria del progetto ben esplicitata e condivisa. È questa oggi la nostra urgenza: lavorare alla costruzione di una teoria del progetto architettonico capace di supportare il nostro mestiere, di fare i conti con il nostro passato e portarci verso un futuro. Per farlo, la cosa migliore è ripensare la nostra maniera di lavorare nel suo insieme, abbandonare per un attimo tutto quello che sappiamo e provare a rimettere in gioco solo quanto resiste rispetto alle nuove condizioni del mondo attuale. Ripartiamo allora dall’atto progettuale, da quelli che sono gli elementi che lo determinano: i passaggi obbligati e le loro gerarchie; cosa fare prima e cosa fare dopo; il tempo da dedicare alle varie fasi del progetto; cosa ascoltare e cosa temere; cosa dipende dalla specificità del singolo progetto e cosa lo trascende. In una parola, ripartiamo da un sistema teorico chiaro e trasmissibile, buono per tanti e non per uno solo, capace di supportare e sostenere il progetto.

 

Con la parola teoria vogliamo descrivere e raccontare una maniera di lavorare, come sia possibile fare questo vecchio mestiere in modo nuovo

 

Per fare questo e per argomentare le varie parti di un discorso così complesso, pensiamo che la cosa migliore sia dividere il farsi del progetto in fasi successive e consequenziali, anche se sappiamo bene che le dinamiche interne al progetto non sono assolutamente riducibili a schemi e determinismi vari o, peggio ancora, a semplificazioni superficiali; allo stesso tempo, i ragionamenti che lo presuppongono, lo indirizzano, lo realizzano, quelli sì, possono essere fissati, per esempio in una teoria. È meglio chiarire subito, però, che evocando qui la parola teoria, non vogliamo con essa occuparci di erudizione, né tantomeno di sistemi scientifici capaci di determinare dei metodi in grado di produrre risultati certi e inconfutabili, che nulla hanno a che fare con il mestiere dell’architetto. Piuttosto, con la parola teoria vogliamo semplicemente comprendere, descrivere e raccontare una maniera di lavorare, una maniera di come sia possibile fare questo vecchio mestiere in modo nuovo, consapevoli che poi sarà comunque il progetto a dare le risposte che cercavamo e anche a riposizionare, volta per volta, con la propria evidenza quanto la teoria aveva enunciato prima.

Ci riferiamo a una teoria pensata anche per essere condivisa dal maggior numero di persone possibile, con l’ambizione di contribuire a riprendere un discorso intorno all’architettura, capace di rappresentare di nuovo in maniera progressiva il nostro tempo e costruire così i luoghi dell’abitare nella forma più adeguata alle aspettative di chi vive questo tempo. Proprio per questi motivi e per rendere più comprensibile e trasmissibile questo lavoro teorico, abbiamo pensato fosse preferibile dividerlo e nominarne le singole parti in base ai loro contenuti. Pertanto la trattazione sarà portata su quattro temi: consapevolezza, immaginazione, mestiere, libertà. Intorno a questi quattro momenti pensiamo si possano racchiudere le varie questioni che ogni progetto di architettura dovrebbe sempre affrontare e questi saranno anche rispettivamente gli argomenti dei prossimi editoriali.  

In apertura: Étienne-Louis Boullée, Restauration de la Bibliothèque nationale, 1785–1788 © National Library of France  

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