La mostra include una serie di video. Uno di essi si apre con un'immagine tutt'altro che fredda: una donna stupenda guarda in macchina, per poi voltare la testa di scatto, inondando il pubblico in una valanga di capelli biondissimi. Dissolvenza: una donna stupenda guarda in macchina, per poi voltare la testa di scatto, inondando il pubblico in una valanga di capelli biondissimi. Dissolvenza: una donna stupenda guarda in macchina. Così cinque, dieci, dodici volte, che allo spettatore sembrano cento. Analogo trattamento è subito da immagini di ogni sorta, sempre molto potenti.
Questo trattamento mette in luce qualcosa, dei suoi altri lavori. Le sue distribuzioni precisissime non sono la base di un ragionamento politico-sociale, né l'epilogo di una sottrazione estetica – esattamente come le sue composizioni tipografiche non sono poesia concreta. Sono organizzazioni di segni, in cui il principio organizzativo è talmente predominante da annullare il valore aggiunto fornito da ogni elemento. L'austerità dell'opera di Roehr non è quella, estetica, del minimalismo. È un'austerità simbolica.
Forse Roehr voleva mettere alla prova l'ostinazione del significato di un'immagine. Quante ripetizioni sono necessarie a svuotarla completamente di senso, a renderla del tutto analoga a un rettangolo muto, a un carattere tipografico, a un'etichetta? Quanto a lungo resiste il senso nella ripetizione del segno, inalterata? Parecchio, ci verrebbe da dire, soprattutto quando questo senso ha un impatto emotivo, una misura di bellezza. Parecchio, ci verrebbe da dire, sbagliandoci. Due, tre ripetizioni e nulla resiste più.
Scriveva Roehr: "Modifico i miei materiali organizzandoli, senza alterarli. Non c'è risultato, né somma". E gli addendi?
Vincenzo Latronico
Carta di calcolatrice.
Cm 128 x 8.8.
Pezzo unico.
Carta su cartone.
Cm 25.1 x 25.1
Pezzo unico.
