27. Jul. 2010

10.000 vite per immagini, a Gwangju


  • foto
  • foto Zhao Shutong, Wang Guanyi and the Rent Collection Courtyard collective, Rent Collection Courtyard, 1974-78 (scorcio della mostra, Schirn Kunsthalle Frankfurt 2009), © Norbert Miguletz
  • foto Morton Bartlett, Untitled, Standing Girl, c.1950-60, courtesy Museum of Everything, London.
  • foto Peter Fischli / David Weiss, Visible World, 1986-2001. © Peter Fischli/ David Weiss, courtesy Matthew Marks Gallery, New York; Galerie Eva Presenhuber, Zürich; Sprüth Magers, Berlin, London.
  • foto Ydessa Hendeles, The Teddy Bear Project, 2001-2003 © Ydessa Hendeles Foundation, Toronto.
  • foto Hanyong Kim, Untitled, (senza data), c-print, © Hanyong Kim.
  • foto Liu Wei, Unforgettable Memory, 2009, © Liu Wei.
  • foto Franco Vaccari, Exhibition in Real Time n.4 (Leave on the walls a photographic trace of your fleeting visit), 1972, © Franco Vaccari.
  • foto Stan VanDerBeek, Found Forms, 1969/2010, courtesy Guild & Greyshkul, New York.
  • foto Haegue Yang, Series of Vulnerable Arrangements—Concerns toward Personal Limits, 2009, © Haegue Yang, courtesy Kukje Gallery, Seoul, photo: Bob Matheson/ The Art Gallery of Greater Victoria.
La Biennale coreana sceglie il ritratto come chiave di lettura del quotidiano. E costruisce un museo temporaneo nel cuore dell'Asia. Testo di Loredana Mascheroni Il modo migliore per comprendere lo spirito dell'imminente Biennale di Gwangju (apre il 2 settembre) è scorrere le immagini che il curatore di questa ottava edizione della più antica e rispettata biennale asiatica, Massimiliano Gioni, ha selezionato per presentarla: sono quasi tutti ritratti le 50 opere scelte. Il ritratto è infatti il tema dominante dell'intera rassegna, pensata come un "museo temporaneo" che possa parlare ai professionisti del mondo dell'arte ma anche alla gente comune. Non si deve dimenticare che a Gwangju la Biennale attira un pubblico molto vasto ed eterogeneo: la prima edizione è stata visitata da un milione e seicentomila persone, mentre le edizioni minori non scendono mai sotto le 500mila presenze.

Più precisamente, la Biennale di quest'anno cerca di indagare le relazioni che legano le persone alle immagini e viceversa, racconta le molte vite anonime che conosciamo solo attraverso le immagini che ci lasciamo alle spalle. Ecco quindi spiegato il titolo scelto: "Ten thousand lives", che è anche un rimando esplicito all'opera omonima Maninbo, in 30 volumi, scritta dall'autore coreano Ko Un. L'ex monaco buddista che partecipò all'insurrezione di Gwangju del 18 maggio 1980, e che per questo fu recluso due anni in cella di isolamento, utilizzò il ricordo sistematico di tutte le persone – reali o storiche – che aveva 'conosciuto' come antidoto alla pazzia. Dal 1982 a oggi quell'esperienza lo ha portato a completare oltre 3800 ritratti in parole, una sorta di enciclopedia personale del genere umano.

Scegliendo il ritratto, anche Gioni ha costruito la propria enciclopedia a Gwangju: è arrivato a costituire una collezione di opere e artisti provenienti da oltre trenta Paesi, dall'Afghanistan al Giappone. Frutto del lavoro di scouting di 50 curatori internazionali, la selezionare finale comprende oltre cento artisti, con opere prodotte tra il 1901 e 2010. Accanto a questa raccolta ci saranno naturalmente anche molte nuove commissioni, che arricchiranno questa inedita visione del mondo dell'arte asiatico. Proprio per non perdere il grande lavoro di ricerca fatto in oltre un anno in terre poco conosciute, Gioni ha deciso di far includere gli esclusi nel volume I am Not There, una sorta di 'antipasto' da consumare a freddo – prima della Biennale vera e propria – un'operazione peraltro in linea con quelle già fatte com curatore della Biennale di Berlino 2006 (con Cattelan e Subotnick) o di "Younger than Jesus" al New Museum di New York lo scorso anno.

Ciò che Ko Un ha fatto con le parole, Gioni l'ha fatto con le immagini, che sono di fatto lo strumento più comune e 'democratico' con cui tutti noi rappresentiamo il nostro mondo, un mondo letteralmente soffocato dalle immagini. È proprio l'ossessione delle immagini che anima e informa tutta la Biennale di quest'anno, che scandaglia così un tema quanto mai attuale, come spiega lo stesso curatore: "Viviamo in una civiltà che è iper-figurativa. L'industria delle immagini oggi è la principale attività dell'uomo: 500.000 immagini al secondo vengono caricate ogni minuto su Flikr, che cresce con una media di 7 milioni di immagini al giorno. Su facebook ci sono più di tre miliardi di immagini, solo gli americani scattano una media di 550 fotografie al secondo mentre si è arrivati a pagare 14 milioni di dollari per riprodurre una foto, una cifra incredibilmente fuori scala se paragonata ai 74-75 milioni di dollari che vale un quadro di Mark Rothko. Il prezzo che si raggiunge oggi con il metro della popolarità e dell'industria dell'immagine supera di gran lunga quello dell'arte".

Questa visione del curatore ha portato ad ampliare i comuni criteri della selezione, che è uscita dai confini di quello che è solitamente considerato arte per abbracciare anche artefatti che questo status lo hanno raggiunto con il tempo. È il caso dell'album di fotografie di Ye Jinglu (del 1901, l'opera più antica in mostra) che ogni anno si faceva fare un ritratto: davanti ai nostri occhi si dipana la vita di una persona, ma anche la storia della Cina. Rientrano in questa particolare categoria anche le riprese video fatte da contadini cinesi che usavano per la prima volta la videocamera come fosse una macchina fotografica, rimanendo immobili e producendo una galleria famiglia. O ancora le immagini inquietanti della prigione di Tuol Sleng in Cambogia (dove sono state sterminate 17.000 persone): 99 ritratti di prigionieri scattati prima della loro esecuzione da un membro dell'esercito dei Kmer Rossi, che ha così salvato la loro vita almeno dall'oblio.

Il potere delle immagini verrà celebrato in tanti modi a Gwangju. Guo Fengyi ha passato la sua vita a fare grandi disegni come fossero talismani per curare le malattie (Sars compresa); Thomas Hirshhorn, raccoglie su Internet immagini dei corpi di suicide bombers esplosi mentre il collettivo olandese Useful Photography presenta 57 poster dei martiri della Jihad, a confermare come è tramite le immagini che creiamo martiri e celebriamo i nostri eroi. A volte, l'amore per le immagini si traduce nel suo opposto. L'iconofilia si trasforma in iconoclastia nelle foto degli anni Venti di E.J. Bellocq, che cancellava il volto delle prostitute che ritraeva, o in quella di Hyejeong Cho, che analizza l'iconografia della madre attraverso la rappresentazione cristiana giapponese, o nell'opera di Huang Yong Ping, in cui un Budda viene divorato da avvoltoi. Ci sarà poi l'iperrealismo di lavori come quello di Paul Fusco, il fotografo che dal treno che accompagnava la salma di Robert Kennedy da NY a Washington ha raccontato la partecipazione della gente comune al lutto.

L'operazione più ambiziosa di Gioni rimane comunque quella di portare, per la prima volta fuori dalla Cina, l'intera collezione di 103 statue della Rent Collection Courtyard, creata tra il 1965 e il 1978 nella provincia dello Sichuan e assurta a simbolo della Rivoluzione Culturale Cinese. Ci aveva già provato Harald Szemann, senza successo. Sarebbe davvero un modo eclatante per celebrare il trentesimo anniversario dell'insurrezione di Gwangju.Loredana Mascheroni
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