03. Nov. 2009

Insiders: tra arte e architettura


  • foto
  • foto Casa del tè di Terunobu Fujimori
  • foto Anna Galtarossa & Daniel Gonzalez, Chili Moon Town. © Foto Regina Geisler
  • foto Kastello, Palazzo dei Rom in Romania
  • foto Geopark, Helen & Hard
  • foto Alexander Brodsky, Vodka Pavilion. Foto © Yuri Palmin
  • foto Fashion Architecture Taste, Parc du Heelijkheid. © Fashion Architecture Taste
  • foto Speedism, White house paradise. © Speedism, (Julian Friedauer et Pieterjan Ginckels)
  • foto CAPC, Musée d'art contemporain de Bordeaux. Photo F. Deval
  • foto CAPC, Musée d'art contemporain de Bordeaux. Photo F. Deval
  • foto CAPC, Musée d'art contemporain de Bordeaux. Photo F. Deval
  • foto CAPC, Musée d'art contemporain de Bordeaux. Photo F. Deval
  • foto CAPC, Musée d'art contemporain de Bordeaux. Photo F. Deval
  • foto CAPC, Musée d'art contemporain de Bordeaux. Photo F. Deval
Progetti locali, ma sviluppati in rete. Opere collettive e ricerche aperte alle esigenze degli utenti finali. Li racconta la mostra "Insiders" al centro Arc en Rêve e al Museo d'Arte Contemporanea di Bordeaux fino al 7 febbraio. Fin dalle prime ricerche condotte nel 1804 dall'Académie Celtique, la cui missione era raccogliere usi, costumi e linguaggi, seguite dall'introduzione del termine folklore a opera di William Thoms nel 1846, il concetto di folklore ha sempre rappresentato un'alternativa al potere centrale ed è sempre stato associato alla definizione di identità locale. Su questa scena si svolge un conflitto simbolico: la cultura popolare contro la cultura d'élite ansiosa di tutelare il concetto di universalismo. Per questo motivo la mostra è il deliberato riflesso del cambiamento culturale che ha visto l'evoluzione della vecchia divisione tra "cultura dominante" e 'controculture': operando come una rete in un sistema globale le attuali pratiche artistiche collegate al folklore procedono per appropriazione e trasformazione, delocalizzazione e rilocalizzazione, mescolanza e riciclo.
Gli Insiders (gli "addetti ai lavori") sono un ristretto gruppo di persone che condividono un sapere tutelato da precisi codici di trasmissione. A differenza dell'esperto, la cui posizione è più distante, gli addetti ai lavori hanno a che fare direttamente con le materie prime del contesto culturale cui appartengono e che sono legittimati a osservare e rappresentare. La circolazione e la trasformazione di queste forme di conoscenza sono parte integrante di ciò che questa mostra intende presentare. Per comprendere questi punti di vista il metodo generale del progetto Insiders si fonda sul principio della ricerca sul campo, alla maniera dei vecchi folkloristi che lavoravano ciascuno nella propria specifica area usando tecniche di osservazione e di inventario. Per aggiornare questo metodo d'indagine si è chiesto ad alcuni "osservatori/partecipanti" (artisti, curatori, collezionisti, gruppi di interesse e così via) di varie parti del mondo di mettere in comune le loro esperienze.
Abbiamo scelto di considerare ciascuno dei progetti selezionati dal punto di vista del metodo, dell'impostazione e della competenza, ottenendo un inventario dei modi di operare che implicano: amplificazione (arricchimento, addizione…), bricolage (fai da te, smontaggio e rimontaggio, trasformazione, adattamento, sviluppo…), celebrazione (commemorazione, ostensione, iniziazione…), scambio (prestito, baratto, riciclo, riproposta…), collezione (accumulazione, archiviazione…), gioco (competizione, partecipazione, sfida…), revisione (ricostituzione, ripetizione, imitazione, copia, ricontestualizzazione…), trasmissione (condivisione della conoscenza immateriale, codici culturali, codici identitari…). Tutte queste azioni sono collegate da un filo comune – quello della 'raccolta' – che ha un'importanza fondamentale nel quadro complessivo di 'Insiders'.
Questo tema centrale – che comprende in un insieme unico i concetti di selezione, raggruppamento, valorizzazione e conservazione – costituisce un filo conduttore comune dei processi folklorici, artistici, antropologici e museologici. Tutte le proposte scelte per la mostra comportano l'idea di raccogliere oggetti, informazioni, eventi specifici e narrazioni minori, i cui modi di trasmissione possono includere archivi non ordinati, documentari, esposizioni museali a tema, narrazioni pubbliche e performance. Poiché queste modalità espressive sono tanto diverse la mostra evita ogni sintesi programmatica, nella ricerca una forma più diversificata, tra ordine e caos, analoga a una recitazione corale. Charlotte Laubard, Yann Chateigné Tytelman, Émilie Renard, curatori per il CAPC; Christophe Kihm, consulente scientifico

La selezione è il risultato di una ricerca nei settori dell'architettura e dell'urbanistica che si è concentrata sul rapporto e sugli influssi che collegano la cultura 'alta' a quella 'popolare'. È indubbio che ciò sia il riflesso di un'epoca segnata da profonde preoccupazioni per il futuro: un periodo saturo di riferimenti e dominato dall'imperativo della coscienza e dell'etica ambientale. Questa collezione, al tempo stesso incompleta e rappresentativa, concentra la sua attenzione sui temi sottesi ai suoi ambiti d'interesse fondamentali: riciclo, trasmissione, partecipazione, celebrazione. Dimostra che è possibile costruire in modo differente, mettendo in primo piano tecniche alternative che attenuano i confini tra mondo professionale e mondo amatoriale, creando nuovi punti di vista e quindi nuove forme.
Come può l'unione di queste due forme culturali, solitamente distinte, mettere in questione la disciplina architettonica? Consente all'architettura di superare se stessa, di trovare nuovi punti di vista più adeguati a costumi e stili di vita emergenti, a dare risposta ai bisogni dei membri più svantaggiati della società, a scoprire nuovi territori, così da poter tornare a farci ascoltare la sua narrazione? Di recente un numero sempre maggiore di architetti ha elaborato strategie che costituiscono un nuovo repertorio professionale. Usano tecnologie contemporanee per ridestare il senso del lavoro artigianale e collocarlo al centro dell'architettura. Alcuni di loro redigono una mappa dei costumi urbani ed esplorano le sfide e le potenzialità dell'architettura informale. Alcuni insegnano e contemporaneamente costruiscono: che c'è di meglio di una scuola per sperimentare nuovi modelli? Alcuni, sotto l'influsso della realtà virtuale e dei videogiochi, nutrono l'immaginario contemporaneo di nuove narrazioni. Alcuni trasformano il riciclo, la raccolta e l'uso inconsueto degli oggetti in un serbatoio di idee per il futuro. Alcuni sono autodidatti e hanno scelto di dare forma concreta alle loro personali leggende architettoniche. Alcuni invadono e occupano lo spazio pubblico, facendo deragliare le nostre certezze, facendo esplodere le cornici istituzionali e creando luoghi temporanei in grado di riabilitare interi quartieri…
Abbiamo scelto di mettere in primo piano l'opera degli architetti che si esprimono in modi insoliti e non convenzionali. Sono architetti (titolati o meno) che vanno alla ricerca di aree di sperimentazione, di situazioni marginali e precarie, di zone che sfuggono ai controlli e di territori "senza qualità". Invadono lo spazio pubblico, troppo spesso confiscato, organizzando e perpetuando usi collettivi e riti di festa. Sono pronti a trarre ispirazione dai mestieri tradizionali, dai modelli dell'architettura informale e dagli edifici autocostruiti. Creano nuovi collegamenti con le competenze tradizionali, con la decorazione, con il vernacolo e con l'artigianato. Si impegnano in nuove forme di attività sociale e politica, nella pratica costante della sperimentazione e aprendo il loro lavoro alla vita quotidiana e alle esigenze della maggioranza, facendo partecipare le persone e lavorando con calendari operativi casuali o indefiniti. Questi architetti aprono nuove prospettive, tracciando un percorso nel mondo futuro e aiutandoci ad abitarlo con maggiore efficacia. Michel Jacques, Claire Petetin, Éric Troussicot, Francine Fort, curatori per Arc en Rêve
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